Un esperimento pensando
a Georges Perec

Per 15 giorni Giuditta Fiocchi, studentessa di Brera, è salita sul treno per registrare i rumori attorno a sé pensando a “Tentativo di esaurimento di un luogo parigino” di Georges Perec. E come Perec ha usato due soli strumenti: una penna e un taccuino.

Giuditta Fiocchi.

Perec in versione Accademia di Brera

 Rumori e suoni di treni diretti a Milano Rogoredo è un testo tecnico. Scritto e presentato da Giuditta Fiocchi come progetto d’esame al corso di “Teoria della percezione e Psicologia della forma” tenuto da Roberto Galeotti presso l’Accademia di belle arti di Brera, si ispira al Tentativo di esaurimento di un luogo parigino di Georges Perec. Ma se nel Tentativo di esaurimento l’occhio di Perec si trasforma in macchina da presa che coglie scene e dettagli indipendentemente dalla loro utilità narrativa, in Rumori e suoni è con l’orecchio che si cerca di cogliere i fenomeni che entrano appunto nel campo della percezione uditiva, dal colpo di tosse “contagioso” ai passi che diventano “una sorta di carta di identità di ciascun individuo”. Così scrive Giuditta nella prefazione del progetto: “Le parole suono e rumore sono state utilizzate dal punto di vista psicoacustico; ossia definendo con la parola suono non solo qualcosa di eufonico, ma anche di ascoltato con intenzione; e definendo rumore come qualcosa di udito inevitabilmente, forzatamente, a tal punto da risultare una fastidiosa distrazione. Per questo motivo ho talvolta chiamato rumore qualcosa che ha distolto la mia attenzione da un suono; viceversa ho chiamato altre volte un rumore suono in assenza di qualsiasi altra onda sonora su cui potermi concentrare”.
Ad accomunare i due esperimenti è il modus operandi: entrambi gli autori – un grande scrittore e una giovane studentessa di Brera – annotano quotidianamente per più giorni di seguito ciò che accade e non-accade intorno a sé con due soli strumenti: una penna e un taccuino.

RUMORI E SUONI DI TRENI DIRETTI A MILANO ROGOREDO
di Giuditta Fiocchi

“… quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva,
quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla,
se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto e delle nuvole”.
Georges Perec

Giorno 1, ore 8.01

Schiocco ripetuto.
La porta si chiude.
Uno strofinio di tessuti. La mia borsa ed il giubbotto fanno attrito mentre li poso.
In sottofondo una voce dal timbro metallico (annuncio della partenza del treno).
Un uomo tossisce. Il tono è molto basso. Provo ad immaginarmi la sua voce, probabilmente è piena e profonda. Chissà, se parlerà verificherò.
Sfrigolio metallico prolungato.
Schiocco ripetuto.
La porta si apre e si chiude “a stantuffo”.
Altri passi.
L’evento si ripete: sfrigolii, schiocchi, porta, passi.
Ecco un altro suono dovuto all’attrito di un giubbotto e di una borsa che vengono posati su un sedile.
Passi veloci, decisi, ritmati. La loro intensità diminuisce.
Un tacchettio. Questa è sicuramente una donna con i tacchi. Eccola!
Il rumore di una cinghia metallica.
Tre uomini tossiscono quasi contemporaneamente.
Una donna tossisce. Di nuovo. Ancora. O almeno, dalla timbrica credo che si tratti di una donna (non riesco a vederla).
Passi. Di nuovo passi.
Si sente un uomo tossire. Il volume è basso, probabilmente è in un’altra carrozza.
Tonfi. Un passo pesante. Appartiene ad un ragazzo. Sbuffa.
La porta si apre e si chiude ripetutamente accompagnata da un suono lungo e sottile.
Qualcuno si soffia il naso.
I passi di una donna.
Un altro annuncio metallico.
Si sentono delle voci provenire dall’altra carrozza.
Uno stridio. Il treno è partito.
Un suono lungo e sottile. Credo di una porta, una di quelle che separano le carrozze. Cigola.
Un rumore sovrasta gli altri: quello delle ruote sulle rotaie. Rotolio. La sua intensità aumenta. Non è regolare come ho sempre pensato. Ogni tanto ha dei picchi un po’ alti, spesso in presenza di curve. Forse a causa del continuo variare della velocità.
Ecco una nota pungente che penetra nei timpani. Per dieci secondi mantiene la sua frequenza, poi cambia.
Stridio (il treno sta rallentando in vista della stazione di Certosa di Pavia).
A questo suono se ne sovrappone un altro: un sibilo stridente generato dall’attrito di due corpi metallici.
Il primo rimane quello più acuto e fastidioso.
Entrambi svaniscono.
Il treno si arresta. Cigolio di freni.
Si apre la cerniera lampo di una borsa: sfrigolio sottile.
Un’onda d’urto sonora creato da correnti: rimbombo d’aria (sta passando un treno sul binario accanto).
Ed ecco che il treno riprende la corsa con la solita sequenza di suoni.
Sibilo stridente generato dall’attrito di due corpi metallici.
Questa volta siamo finalmente a Certosa di Pavia.
“Buongiorno” (un uomo mi consegna uno di quei bigliettini dove si chiedono soldi).
La gente sale.
Qualcuno tossisce: un rumore gutturale (suono facilmente riconoscibile poiché provocato dalla gola, non dalle corde vocali).
L’uomo del bigliettino ripassa.
Il suo passo si distingue dagli altri per via di una cadenza che ogni tanto si interrompe.
Riprende.
Si interrompe.
È regolare.
Porta con sé un tintinnio di monete.
Suono sintetico programmato, una melodia ipnotica. Una donna tocca continuamente lo schermo del telefono: deve essere un giochino tipo Candy Crush.
Due persone tossiscono in lontananza, un’altra accanto a me: tre timbriche diverse di rumori gutturali.
Sfrigolio acuto: strappo di un velcro.
Rumore metallico.
Un tintinnio. Una donna conta le monete che ha in mano.
Il solito sibilo stridente generato dall’attrito di due corpi metallici.
Picchi sempre più acuti.
Rumore di porte che si aprono.
Suono acuto e penetrante di una risata femminile.
Due donne parlano, ma la loro voce mi arriva nebulosa e confusa.
La frequenza di una timbrica vocale bassa è invece forte e chiara. Seppure provenga da lontano.
Un uomo inspira (suono aspro nasale, frequenze medio alte fastidiose).
Un altro replica con un suono simile.
Le donne continuano a parlare. La loro voce mi arriva nebulosa e confusa come prima poiché sovrastata dai rumori del treno.
Cigolio ripetuto: le porte si riaprono.
Altro cigolio: si richiudono.
Rumore di passi appartenenti ad un ragazzo.
Il treno riparte con il suo suono abituale: quell’irregolare scalpitio greve provocato dal suo movimento. Rumore cadenzato, accompagnato da qualcosa di simile ad un trillo, al frinire delle cicale. Cessa.
Riprende il suono lungo e sottile.
Cigolio (dopo che il treno si è fermato).
Le voci ormai si moltiplicano, sovrastano il rumore del treno.
Una vocina dolce domanda: “È possibile?”
Si siede accanto a me.
Quando la sua borsa di pelle struscia contro il sedile, produce un suono diverso dalla mia in tessuto.
Rumore gutturale intenso e repentino, interrotto da pause più o meno lunghe (tosse).
Le voci si placano.
Di nuovo voci.
Un ritmo ovattato di musica fuoriesce dalle cuffiette che indossa un ragazzo.
Si avvicina la mia fermata.
I ceppi dei freni stridono sulle ruote.

Giorno 2, ore 8.01

La porta si chiude, cigolio.
Si riapre.
Strofinio di giubbotto e borsa contro il sedile.
Oggi la gente è meno assonnata: in sottofondo un continuo borbottio di voci.
La porta si apre “a stantuffo”.
Passi leggeri, pesanti, cadenzati che appartengono ad alcune persone.
Suono valvolare prolungato (la porta).
Tonfo attutito. Una persona si è appena seduta. Il suo giubbotto crea un rumore d’attrito. Suono nasale provocato dall’aria che l’uomo ha inspirato.
Poco più avanti un uomo compie la stessa azione.
Rumore di un passo greve: una donna con una grossa borsa.
Suono valvolare prolungato. La porta è in chiusura. Che frequenza fastidiosa.
“Questo va a Milano?”
“Sì”.
“Grazie”.
La porta si apre. Un bip.
Suono scatolato: una voce metallica annuncia un guasto al treno Intercity.
La soluzione? Il mio treno!
Passi. Tanti passi, di ogni cadenza e intensità.
Entrano almeno una decina di persone.
Una donna mi dice: “Scusa?”
La faccio sedere. Il treno si riempie.
La donna accanto a me: “ Eeeh”.
Rumore gutturale intenso e repentino, poi suono nasale di aria inspirata.
Un uomo elenca le fermate.
Risate pungenti.
Un fruscio.
Un altro.
Il treno non parte.
La porta ormai è bloccata.
La gente che ci ha ripensato si lamenta. Si capisce chiaramente anche senza ascoltare le parole: il malcontento rende le voci più acide, aspre!
Vibra il mio telefono. Un messaggio scritto. Metro bloccata. Quella gialla.
Rotolio di cuscinetti a sfera.
Le rotaie iniziano a produrre il solito scalpitio greve, intenso e repentino.
Si ferma a Certosa di Pavia.
Un telefono squilla puntuto.
Passi di vario tipo.
Una porta si chiude “a stantuffo”.
Riparte.
Ecco un’altra porta che vibra (rumore metallico).
Strofinio di giubbotti.
Una donna si fa largo tra la folla provocando grande attrito con uno zainetto.
Un’altra si mette accanto a me, in piedi.
(Fortuna che non debba descrivere gli odori, puzza terribilmente)
Un vocio.
Locate Triulzi.
Un uomo prevale su tutti: “Porca puttana! Mi fate sempre gridare!”
La gente si muove provocando un gran trambusto.
Ora sono nervosi. Parlano tutti di più.
Una signora accanto a me parla di trentaseiesima-trentasettesima settimana. Il 24 dicembre nascerà il nipotino. Il compagno della figlia si chiama Beppe (Giuseppe). Fanno battutine. Ridono.
Dice: “I casi portano ad uno spostamento…(del parto)” e, causa una curva, finisce addosso all’amica.
Rogoredo.
Scende tanta gente. Ne sale altrettanta.
La signora accanto a me se ne va.
Ne arriva un’altra. Vede un posto più comodo.
Se ne va anche lei.
Passi.
Passi.
Passi.
L’altoparlante del treno fa un altro annuncio metallico.
Arriva una ragazza. Sento un rumore di nastro adesivo che si scolla.
Apre un pacchetto di fazzoletti di carta.
Il treno si ferma. Il suono sembra diverso. Più ovattato. Siamo a Porta Vittoria (sottoterra).
Le voci sono sempre meno.
Siamo a Milano Dateo.
Sale gente. Meglio mettere via l’agenda.

Giorno 3, ore 8.02

Salgo.
La porta si chiude alle mie spalle con il solito cigolio.
Strofinio di giubbotto e borsa contro il sedile.
La porta si riapre.
Passi sempre più vicini.
“Scusa, posso?” La donna si siede accanto a me. Fa lunghi e profondi respiri. Credo abbia corso per prendere il treno.
Due persone tossiscono. Timbri vocali diversi. Rispettivamente di una donna e di un uomo.
Oggi indosso una felpa dalle maniche larghe da cui fuoriescono i braccialetti che producono un irregolare e prolungato tintinnio.
Proprio in questo momento noto che sto producendo un altro suono: quello provocato dalla matita che scorre sulle pagine della mia agenda. Si tratta di un suono morbido, dolce, dovuto dalla grassezza della grafite e dal tipo di carta, probabilmente anche dal fatto che la matita abbia la punta smussata.
Ed ecco un altro suono piacevole di carta. Un ragazzo ha appena posato uno di quei biglietti cerca-soldi sulla mia borsa. Il biglietto è entrato in contatto con la cellulosa della mia agenda. Attrito tra fogli di carta. Lo sposto cosicché non mi impedisca di scrivere.
“Prossima fermata Villamaggiore, next stop Villamaggiore”.
A parlare è la solita voce metallica col suo suono scatolato.
Il treno sicuramente si è fermato prima a Certosa di Pavia, e ha dato l’annuncio. Sicuramente l’ho sentito ma non l’ho ascoltato.
Il treno sbuffa.
Si sente la tipica suoneria Android per i messaggi: do, la, re.
Un suono lungo e sottile.
Ora si è fermato a Villamaggiore.
Le porte si aprono “a stantuffo”.
Passi di donna. Si allontanano.
Doveva essere un’altra coi tacchi, tacchi larghi.
Produceva un rumore simile a quello degli zoccoli dei cavalli.
Un uomo tossisce.
Una donna parla al telefono.
Intorno gli altri passeggeri stanno in silenzio.
Il treno si è fermato propagando i soliti rumori.
Voce metallica.
Pieve Emanuele.
Sale molta gente.
Passi.
Suono arrotondato provocato da un bottone che viene aperto.
Una donna con una cadenza strana si distingue dalle altre voci. La ascolto.
Non è solo questione di timbrica, ma di lingua.
È straniera.
Tedesca, credo.
Mi scosto i capelli dal viso.
Il grosso anello che porto solitamente all’indice della mano destra ruota, provocando più rumore dei braccialetti.
Locate Triulzi.
Sale altra gente.
Rumore di passi diversi.
Suono di voci diverse.
La signora accanto a me inizia ad infilarsi il giubbotto.
Si mette a tracolla la borsa.
Accanto a noi passa un altro treno.
È l’ora di prepararsi per scendere.

Giorno 4, ore 8.02

Salgo sul treno.
Le porte si chiudono alle mie spalle.
Mi siedo.
Un tonfo!
Un signore cade sugli scalini accanto a me.
Si rialza immediatamente.
Recupera il trolley, fa qualche passo e si siede.
Si sente un forte spostamento d’aria, accompagnato da un rumore di rotaie. Un treno sfreccia in stazione accanto al nostro.
La porta è aperta.
Da fuori provengono suoni scatolati di voci metalliche che annunciano alcuni treni e ripetono un paio di volte: “Allontanarsi dalla linea gialla”.
La porta si chiude.
Rumore di sacchetti di plastica, borse e passi.
Una donna tossisce.
“Questo treno è diretto a Pavia”, dice la voce metallica che hanno scordato di aggiornare.
Ho quasi la certezza che ripeterà tutte le fermate al contrario.
“Prossima fermata: Milano Lancetti” (come volevasi dimostrare).
Un suono vibrato, qualcosa di simile al ronzio di una mosca: una borsa vibra sul portabagagli sopra i sedili.
Il treno accelera.
Ora vibra anche il mio tubo per i disegni.
Un uomo tossisce.
Il treno lancia un suono sottile e prolungato. Rallenta.
Sfreccia accanto un altro treno.
Riaccelera.
Rumore di carta. Un uomo ha estratto alcuni fogliettini dalla tasca.
Lo stesso soggetto provoca un altro rumore: quello di un sacchettino di plastica che ha appena preso dalla borsa. Da questo estrae una bottiglietta d’acqua.
Beve.
L’acqua oscilla nella plastica.
Posa la bottiglietta. L’aria contenuta ritorna in superficie.
Il treno si ferma a Certosa di Pavia.
Passi.
Riparte.
La voce metallica annuncia “Prossima fermata: Milano Porta Garibaldi”.
Passi. Una donna con la borsa.
Il treno rallenta
Un soffio.
Siamo fermi.
Vocio.
Porte che si aprono.
Passi.
Passi di nuovo.
Riparte.
Alle voci dei “vecchi” passeggeri se ne aggiungono altre di “nuovi”.
Tic, mi spezzo una doppia punta.
Un uomo tossisce.
Una custodia del cellulare, di quelle magnetiche, si chiude con uno schiocco.
Suono acuto e prolungato.
Quasi fermi a Pieve Emanuele (secondo la voce metallica e scatolata “Milano Repubblica”)
Rumore d’arresto.
Fermi.
La voce metallica annuncia la fermata (sbagliata).
Rumore di passi.
“Posso?”
Ecco qualcuno che si siede accanto a me.
Mi carico in braccio la borsa e il tubo.
La mia compagna di viaggio si leva i guanti, la cuffia, apre il telefono, attiva la fotocamera per vedersi sullo schermo. (Nuovo modo di specchiarsi)
Si sente una voce dal forte accento meridionale.
Un bip, rumore di abbonamenti sulla macchinetta del controllore.
Un velcro.
La donna accanto a me apre la borsa.
Annuncio metallico: “Milano Porta Venezia”.
Bene, presumo che Rogoredo verrà presto annunciato come “Milano Dateo” (e “Porta Vittoria” realmente come “Porta Vittoria”).
Si ferma.
Riparte.
Uno strofinio di borse.
Il suono provocato da un bottone.
Un uomo si è messo una mano in tasca.
La borsa lassù vibra ancora.
Vibra anche il trolley del signore che era inciampato sui gradini a Pavia.
È ora di mettere via l’agenda.

Giorno 5, ore 8.04

Sale della gente.
Passi.
Voci.
Suono elettronico di un messaggio ricevuto da un cellulare vicino a me.
Parte.
Voce metallica.
Un tipo accanto a me emette un suono nasale provocato dall’aria che ha inspirato.
Si soffia il naso producendo diverse note.
Penso abbia il raffreddore.
Suono gutturale di tosse.
Emette nuovamente un suono nasale di aria inspirata.
Sospira.
Un altro uomo tossisce.
Il primo soggetto sospira più forte.
Oggi sto scrivendo con una penna.
Continua a battere sulle borchie dell’anello.
Il primo soggetto si struscia le dita una contro l’altra. Come fanno con le zampe certi insetti.
Sbuffa.
Il rumore di voci come sottofondo persiste.
Una donna ride di gusto.
Fermi.
Sale gente.
Una donna si avvicina a me.
Vede che il posto che ho accanto è già occupato da un altro viaggiatore.
Sbuffa in modo fastidioso e seccato.
Se ne va.
Intanto il mio compagno di viaggio prosegue con i suoi numerosi sospiri.
Alcuni passeggeri parlano.
A vibrare oggi è un trolley nel portabagagli sopra i sedili.
Rumore di cinghia.
Due pagine sfogliate. Tre.
Riesco a sentire il suono delle dita che scorrono sulla carta.
Cerca qualcosa.
L’uomo seduto accanto a me fa sospiri più grandi.
Emette di nuovo un suono nasale di aria inspirata. È abbastanza fastidioso.
Il treno si ferma.
Riparte.
Un rumore insolito. Una sorta di colpo ripetuto due volte. C’era qualcosa sulle rotaie.
Accade di nuovo.
Il mio compagno di viaggio fa schioccare le labbra.
Fermi.
Salgono nuovi passeggeri.
Rotolio di cuscinetti a sfera (le porte scorrono sino a serrarsi).
Crescendo di meccaniche in movimento.
Strofinio di borse e giubbotti.
Vocio accanto a me.
Il treno si ferma con uno stridio prolungato.
Passi.
Strofinii.
Lo sfrigolio di una cerniera lampo: una donna apre il giubbotto.
L’uomo accanto sbuffa. Ed ecco che segue il suono nasale di aria inspirata.
Rumore causato dal peso morto di una borsa posata sul vano portaoggetti da una ragazza un po’ materiale.
Metto via l’agenda.

Giorno 6, ore 8.06

Neanche il tempo di sedermi e sento già qualcuno che tossisce.
Riaccade.
I passeggeri sono in silenzio.
Rumore scatolato e fastidioso del riscaldamento del treno.
Perlomeno fa caldo.
Passi.
Rallenta.
Si ferma.
Passi.
Un uomo si siede e si toglie la cuffia.
Rumore metallico di cinghie.
Il treno accelera.
Un uomo passa.
Un altro parla al telefono: “Oggi vengo da te, alle undici, ti ricordi? Oggi vengo da te con il commercialista…” La sua voce mi arriva chiara e pulita.
Passa il solito ragazzo con i bigliettini cerca-soldi.
Ne posa uno sulla mia borsa.
Poco dopo un tintinnio di monete.
Eccolo che si avvicina
“Buongiorno signora, buona giornata”.
E se ne va.
Il treno si ferma.
Le porte si aprono.
Passi.
Ancora passi.
Si inizia a sentire qualche voce.
Il treno emette con fatica un suono di ripresa.
Mi tiro indietro i capelli.
Sento un suono delicato: i miei orecchini di perla si sono urtati tra di loro. Conseguenza dell’azione precedente.
Un uomo sfoglia un giornale. Verifico. Sì, è proprio un giornale.
Il suono di quella carta è inconfondibile.
Il treno si ferma.
Sale altra gente.
Voci.
Passi.
Voci.
Si ferma di nuovo.
Siamo a Locate Triulzi.
Sale altra gente.
Un uomo chiede di sedersi.
Ho troppa roba da tenere in braccio.
Meglio mettere via l’agenda.

Giorno 7, ore 8.03

Salgo.
Poso la borsa.
Passi.
Strofinio di borse posate sul sedile.
Soliti vocii e rumori di sottofondo.
Ferma a Certosa di Pavia.
Suono lungo e sottile di apertura delle porte.
Sale gente.
Passi.
“Ciao!” Una ragazza saluta qualcuno.
Un uomo si mette la mano in tasca.
Riparte.
Scatto della clip di una borsa.
Tintinnio di monete.
Un uomo produce un suono gutturale potente (tossisce).
Un altro si soffia il naso.
Suono provocato da un piccolo oggetto di plastica caduto al suolo: una ragazza ha appena fatto cadere una penna. La raccoglie.
Di nuovo quel suono gutturale.
Il treno si ferma.
Passi.
Una donna si siede accanto a me.
Siamo ad incastro.
Piego l’agendina su se stessa.
Produce un suono ovattato, tipo bolla d’aria.
È sicuramente dovuto alle pagine che crocchiano e a quel suono che attraversa la copertina in pelle.
Una voce metallica scatolata annuncia Pieve Emanuele.
Il treno emette un suono sottile prolungato e si ferma.
Un arrancare metallico.
Voci maschili.
Una voce più acuta (appartiene ad una donna).
Locate Triulzi.
Il treno si ferma.
Il treno emette con fatica un suono di ripresa.
Passi.
Gente che ride.
Alle mie spalle, gli uomini saliti a Pieve Emanuele stanno ancora parlando.
La voce metallica e scatolata annuncia Milano Rogoredo.
Metto via l’agenda.
Prima mi rinfilo il guanto.

Giorno 8, ore 13.05

Questa volta salgo sul Regionale veloce.
Un diretto Pavia-Rogoredo.
Il suono scatolato dell’aria condizionata sembra predominare sugli altri del treno.
La porta tra le carrozze continua ad aprirsi e chiudersi producendo un rumore fastidioso e stridulo, come il gesso quando graffia la lavagna.
Molta gente parla.
Il cigolio della porta persiste.
Ora si è prolungato.
Una ragazza ha aperto completamente la porta.
Scende i gradini col passo pesante.
“Tump, tump, tump”: sono tre.
Li risale dall’altra parte.
“Tump, tump, tump”: sono sempre tre.
Un uomo le urla dietro con un tono ruvido e tagliente perché non ha richiuso la porta alle sue spalle.
Quella si volta e con la voce smorzata sussurra: “Scusi” (pare anche un po’ seccata).
Il rumore dello scambio, passiamo su un altro binario.
Un treno sfreccia accanto al nostro.
Cigolii in ogni dove.
Il soggetto arrogante di cui avevo parlato prima fa un cenno ad una donna. Entrambi si mettono il giubbotto.
Smetto di scrivere.
Stiamo entrando nella stazione di Milano Rogoredo.

Giorno 9, ore 8.23

Mi siedo.
Poso la borsa.
Mi accingo a togliere il giubbotto.
Rumore seghettato della cerniera lampo.
Passano cinque minuti.
Il treno non parte.
Un uomo dalla voce mediosa al telefono:
“Domani mattina, cosa faccio domani mattina…d’accordo”.
Passi, passi, tanti, troppi passi. Sono come una carta d’identità. Non ce n’è uno uguale ad un altro.
Il treno si riempie.
Rumore di porte che stanno per chiudersi.
Ancor prima di ricongiungersi tornano ad aprirsi.
Passi grevi.
I miei braccialetti tintinnano.
Il treno emette con fatica un suono di ripresa.
Voci di donne.
Un solo colpo di tosse proveniente dall’uomo seduto di fronte a me. Risuona forte e chiaro.
Un altro passeggero poco distante emette due suoni nasali provocati dall’aria che ha inspirato.
Ne emette un terzo con maggiore potenza.
Un uomo si soffia il naso producendo un gran rumore.
L’uomo seduto di fronte a me ha il respiro pesante (sta dormendo).
In tre si soffiano il naso quasi contemporaneamente.
Il primo sembra suoni due note col trombone.
Il secondo cerca di essere il più fine possibile.
Il terzo lo soffia espirando con decisione una volta sola, ma prolungata.
(Ancora mi domando come l’uomo di fronte a me riesca a dormire con un tale trambusto)
Il treno si arresta.
Salgono “nuovi” passeggeri.
Vari rumori di passi.
Una donna posa l’ombrello a terra: sento prima il suono della punta metallica, poi quello lieve del tessuto impermeabile, ed infine quello compatto del manico in legno.
Strofinio di cappotti.
Ticchettio di una donna coi tacchi proveniente dalla coda del treno.
Passa e va.
Il suono diventa man mano più nebuloso mentre si allontana.
Una donna mi guarda desiderosa di sedersi sul sedile occupato dal mio bagaglio. Mi carico sulle gambe la borsa, il giubbotto, il tubo, la cartelletta, un album e il foglio di acetato, provocando una sequenza disordinata di rumori.
Sorridendo la donna mi dice: “Mettili su”.
Ricambiando il sorriso rispondo “No, perché se no me li dimentico”.
Non ho voglia di spiegarle che sarebbe più lungo e laborioso alzarmi, e che probabilmente impiegherei così tanto tempo a riporre tutto per bene nel vano portaoggetti che una volta conclusa l’operazione sarebbe già il momento di riprenderlo.
Ora ho trovato un modo per incastrare il tutto. Posso tornare a scrivere.
Il treno si ferma producendo un frastuono di ceppi metallici in sfregamento.
Passi di ogni tipo.
Voci dai timbri diversi mi giungono all’orecchio.
Suono elettronico proveniente da un cellulare I-phone. Probabilmente quello di un messaggio di posta elettronica.
La donna seduta accanto a me produce col naso una sorta di fischio sibilante mentre respira.
Una ragazza appoggia un trolley accanto al mio sedile.
Un uomo col vocione: “Devo arrivare a Parco Nord”.
Un altro, aspramente: “Non si respira”.
L’uomo di fronte a me dorme ancora.
Mi preparo per scendere alla prossima fermata.

Giorno 10, ore 8.07

Salgo.
Finalmente sono in compagnia (di mia cugina).
Ha un timbro piacevole e gioioso.
Racconta qualcosa.
Ride.
Rido anch’io.
Mi pone una domanda, accentuando molto il punto interrogativo alla fine della frase.
Rifletto. In base a cosa si capisce che si tratta di un quesito? Credo perché la frequenza dell’ultima parola della frase si interrompe gradatamente. Un calando, foneticamente parlando.
Rispondo alla domanda.
Un uomo si siede accanto a me.
Passi.
Voci.
Passi.
Passi.
Passi.
Il treno parte.
Fischio continuo.
L’uomo accanto a me produce un suono gutturale raschiato.
Dall’altra parte un uomo con la tosse.
Fermi.
Passi di donna.
Passi di uomo.
Passi di un gruppo di ragazzi.
Passi ancora, di donna.
Suono lungo e sottile del treno.
Voci.
Suono prolungato e sottile.
Mia cugina ogni tanto mi pone domande sul tipo di suoni che documento sull’agenda.
Il treno rallenta fino a fermarsi.
Passi.
Voci.
Di nuovo una nota lunghissima e acuta prodotta dal treno.
Di nuovo passi.
Alcuni passeggeri si siedono e tolgono le tracolle.
Suono delicato di una delle borse posate sul sedile.
Suono simile ma dal volume più alto di una seconda borsa.
Suono con una frequenza più bassa, prodotto dal borsone più grande.
Suono simile al penultimo creato dalla quarta borsa.
Frequenze alte di voci femminili provengono da un paio di metri di distanza da noi.
Un uomo emette un suono nasale provocato dall’aria che ha inspirato. Poi si soffia il naso.
I ceppi dei freni stridono sulle ruote.
Rotolio di cuscinetti a sfera (le porte scorrono sino all’apertura).
Una donna parla con voce squillante al telefono.
Il treno si riempie.
Una donna emette un suono nasale di aria inspirata.
Ripete quest’operazione altre due volte. Ritmicamente.
Metto via l’agenda, è ora di scendere.

Giorno 11, ore 8.22

Io e mia cugina saliamo sul treno.
Questa volta un Regionale veloce.
Hanno soppresso il nostro.
Ci sono ritardi fino a quaranta minuti.
Come d’accordo il mio ragazzo ci sta tenendo i posti.
Lo vediamo che spiega ad un uomo che gli servono entrambi i sedili.
Mia cugina ride.
Andiamo a sederci.
Lui: “Ciao!”
Io: “Ciao R***, grazie per i posti”.
Mia cugina: “Piacere, B***!”
Lui: “R***”.
Mi faccio scappare una risatina. Il mio ragazzo, se a pelle trova simpatica una persona, le parla sorridendo.
Nel tenere questo atteggiamento la sua voce cambia leggermente il timbro.
R*** mi aiuta ad appoggiare tubo e cartelletta.
Il tubo risuona vuoto contro le pareti della carrozza.
La cartelletta posata contro il sedile fa un rumore simile a quello di una mano strofinata sui jeans.
Apro la chiusura lampo del giubbotto. Emette un suono seghettato.
“Allora, che materie avete oggi?” domanda lui (sempre sorridente). Vuole rompere il ghiaccio.
Mia cugina incomincia a parlare.
Li lascio dialogare mentre mi concentro sui suoni e sui rumori circostanti.
Un uomo poco distante da noi espira con pienezza l’aria dalla bocca (sbadiglia).
La porta che collega all’altra carrozza cigola.
Mia cugina, presa dal gesticolare, urta la borsa che cade a terra con un tonfo.
R*** mi ricorda che domenica pranzerò a casa sua.
La sua voce calda e profonda assume una sfumatura più dolce quando mi rivolge la parola.
Siamo quasi a Milano Rogoredo.
Mia cugina si alza e si avvia lentamente.
Il rumore dei suoi passi si interrompe due metri più in là (sulla porta).
Io mi alzo.
La cerniera lampo del mio giubbotto ora scorre in direzione opposta.
Il suono è leggermente diverso.
Prima andava lievemente svanendo.
Ora lo sento aumentare fino ad interrompersi nettamente.
Abbraccio R***.
Ricambia con un grosso bacio che mi schiocca su una guancia.
Lui: “Buona giornata!”
Io e mia cugina quasi sincronizzate: “Anche a te!”
Metto via l’agenda e mi avvio.

Giorno 12, ore 13.01

Anche questa volta prendo un Regionale veloce invece che il Suburbano.
Faccio tre gradini.
Mi siedo.
Poso la borsa. Produce un suono opaco che va dissolvendosi man mano che questa affonda nell’imbottitura del sedile.
Sento il rumore di un soffio d’aria provenire dalla direzione della porta.
La porta si riapre.
Sale un uomo dal passo pesante.
La porta si apre nuovamente con il solito rotolio di cuscinetti metallici.
Passi di un ragazzo.
Mi arriva il suono, seppur ovattato, della musica che ascolta. Una banale musica commerciale.
Ha una catena appesa ai pantaloni. Provoca un rumore metallico.
Arriva un altro ragazzo.
Questo parla al telefono.
Inizia un via vai di gente.
Una donna sussurra qualcosa ad un’amica.
Un ragazzo entra in bagno.
Rumore della porta del bagno che si chiude, ma non del tutto.
Pochi secondi dopo sento dei passi.
Un altro ragazzo entra nello stesso bagno del primo.
Sento il suono della maniglia e poi della serratura che scattano.
Si sono chiusi dentro.
Il suono improvviso dello scambio.
Dal bagno esce odore di sigaretta.
I due ragazzi aprono la porta.
Il secondo la richiude sbattendola con violenza.
Se ne vanno.
Il suono dei loro passi mi arriva quasi all’unisono.
Camminano con lo stesso ritmo.
Ora nei miei paraggi non c’è più nessuno.
Sento solo il rumore del treno che scorre sulle rotaie.
Mi metto a canticchiare a bocca chiusa per ammazzare il tempo.
Intanto nessuno mi può sentire.
Metto via l’agenda.

Giorno 13, ore 11.07

Voce metallica che annuncia le fermate.
Il treno parte.
Un uomo dall’accento insolito parla al telefono. Deve essere un inglese.
Un suono acuto e persistente.
Qualcosa che cigola.
Rumore secco e cadenzato provocato da un uomo che digita sulla tastiera di un computer portatile.
I ceppi dei freni stridono.
Si ferma.
Un annuncio forte e chiaro proviene dalla voce metallica scatolata: “Stazione di Certosa di Pavia”.
Risento la voce metallica scatolata risuonare lontana nella carrozza accanto: “Questo treno è diretto a Milano Bovisa Politecnico”.
Un suono acuto dovuto al treno in frenata.
Si ferma a Pieve Emanuele.
Sale gente.
Strofinio di giubbotti.
Uomo al telefono.
Lo appoggia sul petto per coprire il microfono e si sporge verso la donna che ha di fronte. Le sussurra qualcosa.
Il treno rallenta.
Rumore di ceppi di metallo che stridono.
Stazione di Locate Triulzi.
Le porte si aprono.
Passi.
Mentre le porte si richiudono sento un annuncio metallico provenire dalla stazione: “Allontanarsi dalla linea gialla”.
Un uomo inspira aria dal naso emettendo un suono simile ad un grugnito.
Il rumore secco e cadenzato provocato dall’uomo che digita sulla tastiera del computer sta cambiando di intensità e velocità.
Sta pigiando più forte i tasti. Causa del ritmo incalzante con cui ha ripreso a scrivere.
Nella carrozza accanto si sente una voce squillante di donna.
Sta parlando al telefono.
Credo sia una insegnante o una mamma.
Continua a ripetere la parola “Sezioni”.
Non tutte le parole del suo discorso mi arrivano chiare.
Ripongo l’agenda.

Giorno 14, ore 8.06

La porta si chiude.
Schianto metallico del coperchio del cestino dei rifiuti che si trova sulla parete del treno.
Voci.
Sale una coppia.
Un giovane esclama: “Voglio quella ragazza lì!”
Una donna si siede delicatamente.
Il treno parte.
Rumore della solita voce metallica scatolata che annuncia le fermate.
Suono breve e risucchiato: è andata via la luce.
Suono elettronico di un telefonino che ha appena ricevuto un messaggio.
Un uomo parla con voce piena e potente della moglie che ha impostato come sfondo del cellulare una fotografia della figlia Federica con il moroso Leonardo, e commenta “Io non sapevo neanche chi fosse questo Leonardo”.
Una donna parla entusiasta.
Risate.
La donna entusiasta ridacchia.
Suono sottile e prolungato emesso dal treno.
L’uomo di prima canticchia qualcosa in inglese.
I ceppi dei freni stridono sulle ruote.
Il treno si ferma.
Mi rimbocco le maniche (strofinio di tessuti).
Un “Buonasera” pronunciato dal controllore del treno.
Il bip della macchinetta del controllore.
Un uomo legge ad alta voce sul cellulare le notizie di un giornale locale online. Riguardano una serie di tamponamenti.
Il bip della macchinetta del controllore.
I ceppi dei freni stridono.
Il treno si ferma.
Il bip della macchinetta del controllore.
La porta si apre.
Il controllore smette di obliterare i biglietti e di controllare gli abbonamenti.
Mi supera e scende dal treno.
Il controllore lancia un suono puntuto con un fischietto per dare il via al macchinista (il convoglio può ripartire).
Il controllore risale.
Si chiudono le porte.
Il bip della macchinetta del controllore.
Passi che si avvicinano a me.
Un “Buongiorno!” esclamato dal controllore.
Il bip della macchinetta del controllore.
Il bip della macchinetta del controllore.
Il bip della macchinetta del controllore.
Sento sempre più vicini quei passi.
Piego l’agenda su se stessa. Suono smorzato della copertina.
I passi cessano.
“Buongiorno”.
Apro la cerniera della borsa ed estraggo l’abbonamento.
Porgo l’abbonamento al controllore.
“Grazie”. Ha una voce dolce.
“Di niente”, rispondo.
Il ticchettio dei tacchi di una donna.
La donna: “Permesso… scusi…”
Un omone della sicurezza si sposta dal passaggio.
La donna ringrazia e prosegue portandosi dietro il suo ticchettio.
Colgo un frammento di discorso tre due uomini e una donna: “Topolina tende a zoccola!”
La donna esclama: “Che maleducato!”
I ceppi dei freni stridono sulle ruote.
Il treno si ferma.
Passi.
Un’altra frase (pronunciata da una voce titubante) mi giunge all’orecchio: “Erano le otto, forse…eh sì!”
Il bip della macchinetta del controllore (questa volta in lontananza).
Il bip della macchinetta del controllore (ancora più lontano).
Un suono lungo e sottile emesso dal treno.
Frastuono metallico di freni.
Il treno si ferma a Locate Triulzi.
Passi.
Numerosi passi.
Ripongo l’agenda nella tasca esterna della borsa a tracolla e ne chiudo la cerniera (rumore seghettato).

Giorno 15, ore 8.04

La porta si chiude.
Poso le borse.
Mi siedo.
Un uomo espira dal naso (se lo soffia).
Sferragliamento: cambio binario.
Sibilo da “pentola a pressione” del treno.
Soffi forti.
Un uomo dal timbro tagliente parla ad alta voce.
Strofinio di borse.
Il portaoggetti sopra al sedile vibra producendo un rumore tremolante.
Un fischio pungente che ha il suo apice in un suono appuntito.
Di nuovo.
Il concerto dei suoni metallici cala di intensità (il treno rallenta).
Rumore di ceppi che stridono.
Il treno si arresta.
Rotolio di cuscinetti a sfera (le porte scorrono).
Una voce maschile.
Un’altra voce maschile.
Passi.
Passi.
Suono dalle frequenze alte (provocato dal fischietto del controllore).
Bit delle porte in chiusura.
Un treno passa accanto al nostro.
Una donna emette un suono gutturale grasso.
Un fischio del treno.
Mi soffio il naso.
Mi giunge all’orecchio il suono di un bisbiglio confuso. Proviene da un uomo dormiente.
Il treno rallenta.
Rumore di ceppi che stridono.
Il treno si arresta.
Rotolio di cuscinetti a sfera (le porte scorrono).
Rumore di passi.
Suono di voci, tra le quali prevale quello di una donna dal timbro medioso.
Suono che proviene dal fischietto del controllore (stavolta più debole del precedente).
Scarto del binario. Uno scambio.
Suono lungo e acuto emesso dal treno.
Passi.
Ceppi che stridono.
Il treno si arresta.
Rotolio metallico (le porte scorrono).
Suono di passi che si allontanano.
Un uomo è sceso (strano).
Cinque passi diversi.
Questa volta li ho contati.
Un uomo mi urta il gomito con la borsa.
La penna graffia il foglio a causa dell’urto.
L’uomo si siede con un grosso tonfo nella coppia di sedili accanto al mio, dall’altra parte del corridoio centrale.
Un fruscio: l’uomo estrae un libro della borsa.
Lo ripiega su sé stesso.
Rumore di ceppi che stridono.
Il treno si arresta.
Le porte scorrono (con un rotolare di sfere).
Passi.
Un altro uomo mi urta con la borsa.
Passi di donne.
Voci di donne.
Li sento dapprima avvicinarsi, poi allontanarsi.
Siamo fermi alla stazione di Locate Triulzi.
Le porte si chiudono “a stantuffo”.
Il treno riparte.
Un uomo con la voce molto bassa parla con due donne.
Altre due donne parlano (tra di loro).
Più in là ancora altre due donne stanno discutendo.
Ripongo l’agenda nella tasca della borsa a tracolla.

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