Dalla parte del calzolaio

Torna Fabio Santopietro con la seconda parte del suo racconto che dal calzolaio arriva fino a casa. Pochi passi. Che non finiscono.

Foto di Steve Hodgson.

Dalla parte del calzolaio (II)
Racconto di Fabio Santopietro

Il ritorno a casa, benché così formulato faccia subito pensare a Ulisse, o a un altro qualunque eroe epico impegnato in simile impresa, comunque a un’avventura densa di emozioni che finalmente si concluda nella pacificazione domestica per poi tirare, a esempio, uno o molti sospiri di sollievo per lo scampato pericolo, quindi inscenare un giocondo girotondo mano nella mano con altri famigliari in una specie di approdo sempre cercato, mai trovato e finalmente ottenuto, addirittura nella svolta di un’intera vita alla maniera di un navigante, o di un combattente o del cane Lassie, il titolo di un cui telefilm mi pare fosse appunto Torna a casa, Lassie! – che poi veniva dall’opera di un certo Eric Knight, autore precipitato con un aereo militare da trasporto nel ’43 sorvolando la giungla e poi dentro la giungla del Suriname, che ai tempi si chiamava Guyana Olandese – bene, nel mio caso il ritorno a casa non è altro che il modesto cammino – quattro passi – dal calzolaio all’appartamento. Quei quattro passi, tuttavia, si sono visti interamente occupare dal tormentoso pensiero dell’incontro con il giornalista televisivo avuto dal calzolaio, cioè, dall’incontro del calzolaio con il giornalista poi raccontatomi dall’artigiano medesimo. Quasi fossi incappato, grazie all’esperienza indiretta, nel vivido e incarnato riassunto della pressoché intera specie del nostrano giornalismo e delle sue qualità. Se non altro, di alcuni dei suoi aspetti più perniciosi e perfino esecrandi – e che per quel che mi riguarda definirei senz’altro abominevoli, almeno sotto certi aspetti.

Quando lì nella bottega avevo sentito della professione di quel tizio e delle sue pretese, infatti, mi aveva preso subito una specie di delirio, uno svenimento, ancora lì dal calzolaio e poi sulla via del ritorno a casa. Allora, scortato dal mio postumo furore, non solo mi venivano in mente altre cose, ma pure ripensavo a quelle dette al calzolaio e da lui rimbalzate al sottoscritto quando mi ha esposto l’increscioso episodio (se ben ricordi, si è trattato della pretesa di una prestazione gratuita). Del resto me stesso e il ciabattino ci eravamo trovati a tal punto d’accordo, e così eccitati dalla scoperta, da incalzarci l’un l’altro nell’argomentare senza riuscire, invero, a contenere ognuno il proprio disappunto – sebbene il calzolaio si fosse portato con maggiori misura e saggezza rispetto al sottoscritto.

Insomma, per via di una posizione televisiva che si può definire “luminosa”, così in tutti i sensi, ripenso ora sulla via del ritorno, il giornalista, oltre a pretendere il lavoro gratuito, secondo il calzolaio s’era di sicuro immaginato, come diretta conseguenza del suo status e perciò di un meritevole quanto automatico tributo da parte della calzoleria, che in quanto praticata con le mani è dal professionista considerata infima, di sicuro costui s’era immaginato la richiesta di un autografo da parte del ciabattino, così da prepararsi all’attesa evenienza, le scarpe rotte in mano, con la dovuta trepidazione. È questo il punto, aveva detto il calzolaio, “l’ho deluso nell’orgoglio”.
Non sapevamo, lui e io, ripenso ora davanti al supermercato tornando verso casa, se in questo momento il giornalista si possa sentire più offeso dall’audacia di un oscuro bottegaio nel pretendere da lui, giornalista televisivo, il pagamento della riparazione, oppure dal mancato riconoscimento della sua persona luminosa e, con questo, della automatica preghiera di un autografo, e perciò dell’inaudita sfacciataggine del ciabattino nel pretendere un pagamento per la prestazione di calzoleria senza nemmeno implorarlo per l’autografo (del resto, avrà di sicuro pensato il giornalista, se mi chiede l’autografo come tutti si aspettano non potrà certo pretendere che gli paghi anche la riparazione delle scarpe). Tale preghiera in vista dell’autografo sarebbe stata secondo il giornalista, a detta mia e del calzolaio, e ripensandoci sulla via del ritorno, della massima importanza per due motivi, forse due e mezzo, c’eravamo detti ridendo per non piangere io e il calzolaio. Uno, il riconoscimento del proprio valore pubblico; due, la facoltà, e cioè il potere, di decidere se farlo o non farlo, questo benedetto autografo. Infine, il mezzo motivo rimanente, è che dai primi due sarebbe conseguita, giocoforza, la riparazione gratuita delle scarpe cui il giornalista teneva sopra ogni cosa e solo in previsione della quale, probabilmente, aveva appunto portato le scarpe in riparazione perché, ci eravamo detti e ripensavo camminando, magari teneva a quell’aggiustatura persino più che al riconoscimento del proprio status – ma poi ci sarebbe un altro motivo, avevo detto al calzolaio, vale a dire la coincidenza del valore pubblico con quello privato e personale, che avrebbe accresciuto a dismisura la baldanza del professionista della televisione, cosicché la riparazione gratuita si sarebbe trasformata in un dono che il povero ciabattino avrebbe dovuto elargire di slancio, così da trarne, fra parentesi, qualche prezioso riflesso (insomma, che il giornalista non pagasse il calzolaio, secondo il giornalista sarebbe convenuto a tutti: in primo luogo al calzolaio, è ovvio, e in secondo anche al giornalista, che pure di quella somma dovuta in una qualunque altra circostanza se ne sarebbe bellamente infischiato perché, avrebbe detto il giornalista, dei soldi non importa a nessuno, sono una volgarità).
Infatti, secondo il calzolaio, il merito della riparazione gratuita delle scarpe non avremmo potuto attribuirlo a lui, l’artigiano riparatore, ma al cliente televisivo, giacché il valore pubblico unito a quello privato, congiunti entrambi al potere decisionale del famoso giornalista (e quindi lo spavento procurato all’artigiano dal pericolo di non ottenere l’autografo), avrebbero mosso le cose al punto da rendere automatica la prestazione gratuita, e il calzolaio, secondo il giornalista, semplicemente non avrebbe potuto fare a meno di lavorare gratis senza nemmeno alla lontana, com’è logico, pretendere o anche solo pensare a un pagamento per l’esecuzione del proprio lavoro. Ma da come si sono svolti i fatti il famoso giornalista dev’essersi ancor più amareggiato, perché a saperlo prima, di fronte all’ingratitudine del bottegaio si sarebbe tolto senza meno la soddisfazione di negarglielo, l’autografo – altro che! E il giornalista doveva senz’altro rodersi il fegato, ormai, non tanto perché, non riconoscendo il suo prestigio televisivo, il calzolaio aveva mancato di supplicarlo per un autografo (senza contare la mancata riparazione gratuita), quanto piuttosto per non aver provato lui stesso il gusto di dirgli no, l’autografo non glielo scrivo e basta. E anzi, così ci eravamo detti io e il calzolaio ridendo per non piangere, nel lanciarsi col volto paonazzo fuori dalla bottega minacciato dall’artigiano il giornalista doveva sentirsi così offeso da decidere che mai più in tutta la sua vita avrebbe concesso un autografo a chicchessia – perché i giornalisti sono molto vendicativi, avevo detto al calzolaio con una strizzatina d’occhi e, soprattutto, spacciandomi per un conoscitore dell’argomento. Oppure, avevo detto ancora al calzolaio che rideva, uscito dal negozio il giornalista televisivo, ormai completamente frastornato dal mancato riconoscimento, e scoprendo soltanto in seguito che il calzolaio non guardava né guarda mai la televisione, che in pratica nemmeno sa cosa sia quell’apparecchio che addirittura disprezza, il giornalista televisivo sarebbe stato colto da una specie di compulsione al distribuire autografi non richiesti a chiunque incontrasse per strada, e appunto senza bisogno che qualcuno gliene domandasse, e nel quartiere lo si ormai sarebbe riconosciuto non già come il famoso giornalista televisivo, bensì come colui che va in giro a distribuire autografi mai richiesti e, tutto sommato, inutili se non perfino importuni.
D’altra parte, ripensavo tornando a casa di aver detto al calzolaio, conoscevo bene, anche se per via indiretta, solo come osservatore e parte offesa, insomma conoscevo per contrasto la grande e soddisfatta gioia procurata dall’opporre il rifiuto dell’autografo, perché da bambino, una volta, m’era capitato di avvicinarmi al famoso cantante Adriano Celentano affacciato al finestrino della sua Mustang rosa (che per via del colore ai tempi m’aveva incusso lo spavento dell’originalità e, più tardi, quello del cattivo gusto) appunto per domandargli un autografo, e quello mi aveva scacciato con fastidio, girandosi dall’altra parte e facendo così con la mano, come quando si allontana una mosca – cosa che posso capire essendo la sua vettura circondata da altri scemi come me, ancorché adulti, circondata come lo è dalle mosche una deiezione campagnola, appunto – e si vede che ci ero rimasto talmente male da ricordarmelo ancora adesso, dopo una cinquantina d’anni, soprattutto ripensando al giornalista mentre torno a casa e, anche, ripensando alla strana impressione ricevuta dal bambino che fui nel ritrovarsi davanti a un individuo, eroe conosciuto per simpatia nello schermo televisivo di abbastanza nuova invenzione, che invece lì davanti, e dal vero, non faceva altro che digrignare i denti (sono i guai della fama, mi sarei detto in seguito). E più tardi, dopo la vana preghiera per un autografo, la frustrazione bambina (pressoché identica a quella adulta) mi avrebbe indotto a immaginare il famoso cantante ridere di gusto, sul momento, per la faccia delusa del piccino, e naturalmente per il potere che la fama gli conferiva di concedere o rifiutare l’autografo a un cinquenne (quel potere ch’era mancato al giornalista davanti al calzolaio). Certo avevo capito, anche allora, che il rilasciarne uno a me l’avrebbe costretto alla seccatura del doverne scrivere altri cento, lui a malapena alfabetizzato – povero Celentano – perché forse gli altri, vedendolo concedersi a un pischello e non a loro, avrebbero potuto vendicarsi procurando al famoso cantante qualche guaio improvviso con l’esplosione di una sommossa, mentre lui non desiderava altro che infilarsi nella camera del grande albergo per una doccia. L’albergo stava proprio là, di fronte alla Mustang rosa, e il cantante, che alla vista dell’insegna s’era sentito prossimo alla salvezza, a causa dell’orda di fanatici ora si vedeva svanire il refrigerium già sognato. D’altra parte, penso tornandomene a casa, quel famosissimo Celentano, in un’epoca in cui ogni cosa già vorticava inavvertita in direzione dell’abisso e della rovina, doveva senz’altro conservare, nel cassetto della sua Mustang, una quantità di cartoline da tempo firmate che lo ritraevano mentre molleggiava – una dote per la quale il pubblico ne celebrava l’audacia chiamandolo appunto “Il molleggiato”. Comunque, fu da allora che le persone famose cominciarono a suscitarmi dopo la stizza una certa pena, intesa come afflizione e patimento, che con il tempo sarebbe cresciuta a dismisura per via del cortocircuito che la fama può generare sulla più comune intelligenza, in chi della fama gode, ovviamente, ma anche in chi non ne gode, e magari in chi non godendone la cerca. Più o meno come il giornalista del calzolaio, che pure veniva ignorato dal bravo artigiano e che, per giunta, si trovava rispetto al cantante detto Celentano in un’epoca in cui il precipitare verso l’abisso s’è fatto talmente vorticoso da non avvertirne più le poderose vibrazioni – come succede a due punti in moto uniformemente accelerato i quali paiono immobili l’uno rispetto all’altro.

Tutto sommato, anche il giornalista televisivo mi faceva pena (ancor più e soprattutto diversamente da quanto si possa patire per il destino dell’intera umanità), penso nei quattro passi del ritorno a casa, così osservando distrattamente un uomo anziano, il marito della negoziante di vestiti, che si avvicina nel suo barcollio canticchiando a voce bassa e rauca e offrendo di sé l’immagine di un demente, specie nel ripensare alle volte in cui l’avevo incontrato sotto braccio alla moglie nel supermercato, dove pure non si risparmiava quei suoi gorgheggi baritonali tentando di intonare sconosciute melodie, e la moglie a sorreggerlo azzardando indifferenza ma in realtà, come si vedeva dallo sguardo, maledicendo il destino e, con esso, l’uomo intronato che si ritrovava accanto a canticchiare assurdamente, che ringraziando la demenza s’era fottuto la vecchiaia fottendo in un sol colpo anche quella della consorte…
Per giunta un giornalista non è nemmeno un cantante, dico tra me e me nel camminare ripensando a un amico al quale una vecchia conoscenza disse in dialetto foggiano “Ah, ‘si pure nu cantant!”, per sminuirlo fingendo encomiastica sorpresa.
Eppure – ora schivo un cagnolino intento ai suoi bisogni, tutto rattrappito e con le orecchie basse dovendo fare la cacca proprio lì, davanti a tutti – mi accorgo che la pena non attenua la furia. La fama, penso distogliendomi pudicamente dal cagnolino sicché occhieggiando la vetrina del cartolaio e subito appassionandomi alla vista di certi quaderni francesi, va ripudiata con decisione: tutto tranne la fama, piuttosto la morte. Invece il giornalista, lungi dal ripudiarla, aveva mostrato addirittura di menarne vanto e di volerne approfittare – un abominio, a mio modo di vedere! Tra lui e il calzolaio non c’è paragone, penso rimirando il Claire Fontaine in vetrina, di tanto in tanto distraendomi dal giornalista nell’evocare le numerose qualità di quel quaderno, imparagonabile a certi altri che costano un occhio della testa malgrado la pessima carta di cui son fatti, e a proposito dei quali ultimi, questi la cui sola qualità è la leccatura, una volta ho incontrato guarda caso proprio un giornalista (incubo evidentemente inevitabile) al quale, parlando dei Claire Fontaine e dei loro pregi, ho provocato una grande offesa. “Io uso solo questi”, mi aveva detto, rifiutando il Claire Fontaine e il suo stesso concetto, la sua stessa esistenza e natura, sventolandomi davanti al naso il taccuino famoso estratto dalla tasca con la rapidità con cui il cowboy estrarrebbe la sua pistola a tamburo; e allora io avevo pensato, mentre rimiravo i segni di una così ferma certezza sul suo volto, avevo pensato “ma guarda, ha creduto tanto ciecamente alla favola pubblicitaria di Bruce Chatwin, probabilmente senza aver mai letto una sola riga del povero viaggiatore australiano, da nemmeno poter concepire che esistano dei quaderni migliori”. Ormai quell’amico non vuole più incontrarmi, penso una volta superata la padrona del cagnolino che ne raccoglie i bisogni fingendo di non provare ribrezzo, perché ho paragonato i Claire Fontaine ai suoi quaderni che si destreggiano nel marketing, perché un simile paragone è impensabile, perché i suoi famosi quaderni hanno l’originalità di godere del plauso universale e perché, di conseguenza, era per lui inimmaginabile il solo pensiero della rinuncia ai quaderni di Bruce Chatwin (pur rinunciando volentieri a Bruce Chatwin) – chissà poi cosa ci scriveva, su quei quaderni, mi chiedevo – e anzi era pronto a offendersi se solo qualcuno osava parlargli di altri taccuini, e infatti con me si è offeso al punto da togliermi il saluto, o da svicolare in fretta ogni volta che per caso ci si incontra. Quando gli enumerai le indiscutibili qualità dei Claire Fontaine credo di averlo profondamente offeso, perché parlare bene di qualcosa per lui significava parlare male di qualcos’altro (attitudine molto spiccata fra i giornalisti), equivaleva al disprezzare i suoi, di quaderni. Del resto la sua opinione non era nemmeno del tutto sbagliata, visto che, considerandoli una truffa, davvero disprezzavo i suoi miseri quadernetti di sola apparenza.
D’altra parte il vecchio amico giornalista aveva inibito una volta per tutte, con questa filippica sui quaderni belli, il pur sano piacere di parlare con lui di cose da poco. Non è colpa sua, mi ero detto forse a torto, ma della tracotante baldanza inerente al suo mestiere.

Sia come sia, ai tempi avevo giurato per ripicca di non dare nemmeno uno spicciolo dei miei pochi denari per l’acquisto di uno di quei quaderni leccati e cari come il fuoco – sebbene li avessi acquistati, un tempo, e con somma delusione.
Così, davanti alla vetrina, distratto per qualche momento dall’episodio del calzolaio (ma pur sempre pensando ai giornalisti), so di voler subito acquistare un Claire Fontaine, magari anche più di uno, in segno di sprezzo nei confronti dell’amico giornalista, del giornalista televisivo del calzolaio, e in fin dei conti di tutti i giornalisti. Allora entro in cartoleria e senza perdere tempo, guardando in faccia il cartolaio dietro al bancone, esclamo entusiasta “vedo che ha i Claire Fontaine! Ne vorrei una decina, di tutti i colori” (così il negoziante penserebbe a me come a uno scrittore particolarmente prolifico, non certo a un giornalista, sebbene, penso, ogni qualvolta tocca nominare la faccenda dello scrivere davanti a uno sconosciuto, a costui mai viene in mente di prenderti per uno scrittore (mestiere tanto elogiato per la sua mancanza di senso), anzi, pensa sempre tu sia un giornalista). Il cartolaio, un po’ stupito, estrae dallo scaffale l’intera scorta cominciando a elogiare la merce. Mi vedo costretto a interromperlo – “Alt!” – non senza malagrazia, dicendogli che dei Claire Fontaine so già tutto, che probabilmente ne avevo avuto notizia ben prima di lui a dispetto del suo mestiere, da anni e anni li comperavo in Francia, e che anzi sono piacevolmente sorpreso dal vederli in vetrina, che finalmente si possano trovare nel nostro paese (ciò che in effetti accade già da qualche tempo), perché fino a poco fa per avere un quaderno del genere bisognava appunto volare oltralpe, cosa per me impossibile, oramai. E gli ho anche detto, per impressionarlo con le mie conoscenze, che la marca francese prende il nome da una filastrocca per bambini che ho sentito cantare, in tono malinconico, nella scena di un tristissimo lungometraggio tratto, addirittura, da un racconto di Somerset Maugham. La cui opera, incluso quel romanzo, è qui pubblicata dalla brillante casa editrice Adelphi. Tuttavia, scoprendo il cartolaio poco interessato al mio sapere spicciolo e dal momento che non volevo fare la figura di quello che si compra dieci quaderni, con l’intera serie ancora in bella vista sul bancone, e dopo averlo costretto a sfilare uno per uno dagli scaffali la scorta completa dei suoi Claire Fontaine, dapprima dico al cartolaio che in buona parte li regalerei agli amici purché non siano giornalisti – sa come sono quelli, dico al cartolaio facendo l’occhiolino – e infine ho concluso, scusandomi, che ne avrei comperato uno soltanto. Infilando il misero acquisto in un sacchetto di carta bianca il cartolaio ha preso una strana espressione, e ancora di più battendo lo scontrino, infine anche porgendomi il sacchetto e poi senza rispondere al mio “arrivederci” giacché, pensandoci bene, credo sperasse di non dovermi rivedere mai più.
Di nuovo sul marciapiedi, molto pentito per la figura da imbecille appena fatta con il bravo negoziante – ciò di cui, come puoi immaginare, attribuivo la responsabilità al giornalismo – ho appunto ricominciato a pensare al cronista e alle sue pretese.
Muovo allora qualche passo più o meno nei pressi del punto in cui incontrai Olivieri tempo addietro, ma dall’altra parte, quando, costretto a lasciare un pensiero a metà, mi interrompe l’urlo di Borghi: “Bonetta!”. Di Borghi ti dirò più diffusamente in separata sede. Comunque lo incontro ogni volta, non importa dove, ma sempre transitante sul marciapiedi opposto a quello in cui cammino io, ovunque ci si trovi lui è sempre sul marciapiede opposto – il che farebbe sembrare l’evento casuale una specie di metafora di qualcosa, qualcosa con una sua metafisica – di modo che da così lontano, oltrepassando le auto, il traffico e i rumori, mi urla appunto per la seconda volta “Bonetta!”. E sono sempre lieto e imbarazzato al contempo – lieto dell’incontro e imbarazzato dall’urlo, perché diffonde un nome invece di tacerlo (i nomi, secondo me, bisognerebbe pronunciarli con cautela, non solo nel volume sonoro). E qualcuno, come pure la volta del mio ritorno a casa, si volge verso di noi e ci scruta con fastidio se non perfino con sgomento, prima occhieggiando l’urlatore e poi cercando il destinatario del grido e del nome e intanto pensando “è la fine, qui saltiamo tutti per aria”. E io che non voglio mostrare disattenzione all’incontro e al caso, mi vedo costretto a interrompere la ricerca dell’occasionale curioso che ha girato la testa per identificare questo “Bonetta” di sicuro domandandosi “chissà chi è costui”. E infatti una coppia di giovani invaghiti deambulanti sullo stesso lato dell’amico, li ho ben visti, si sono distratti dal loro abbraccio (di una straordinaria goffaggine) per cercare con lo sguardo non già l’urlatore, che stava davanti a loro, ma purtroppo il destinatario del grido, quel famoso “Bonetta”.

Decidiamo di camminare insieme, Borghi e io. Lo aggiorno su tutte le mie preoccupazioni. Lo stesso Borghi, del resto, si esime dal nutrire una particolare simpatia per i rappresentanti del mestiere giornalistico, salvo rare quanto formidabili eccezioni. Così posso trovare un terreno fertile, penso (ma cominciano a venirmi dei dubbi non appena anche Borghi prende a insultarli tutti, perché da un rapido e forse opinabile riassunto mi rendo conto che i giornalisti sembrano stare sulle palle al mondo intero, e chi sta sulle palle a un così gran numero di persone di solito riscuote la mia simpatia). Borghi e io proseguiamo verso casa (anche la sua era nella stessa direzione) sotto braccio, e dopo avergli introdotto la faccenda per sommi capi, come pocanzi insisto a dipanare il filo dei miei pensieri, ma questa volta a voce alta.
Ora ti devo dire, dico allora indicando a Borghi il sopraggiungere scampanellante del gigantesco Sirietto in procinto di investirci, mentre distrattamente raggiungevamo l’altro marciapiede (una duplice cortesia: io l’ho raggiunto al suo, insieme, del tutto inutilmente, torniamo al mio), devo dirti che non conosco né il giornalista né il calzolaio, ma preferisco di gran lunga il primo al secondo, comunque tu voglia girare la frittata…
… e non mi venire a dire, dicevo a Borghi malgrado non avesse aperto bocca né sembrasse intenzionato a farlo, che basterebbe spegnere la televisione, non sfogliare i rotocalchi e fare tutto il possibile per non uscire di casa, perché di fatto la televisione non la si può spegnere, è uno strumento sempre acceso, anche se blocchi un apparecchio ce n’è sempre un altro in funzione (oggi questa modalità di non-spegnimento l’ha guadagnata la cosiddetta “rete”, non per caso chiamata world wide web). Anche decidersi di non averne uno, oltre che impossibile, sarebbe totalmente inefficace perfino secondo la legge. Milioni di altri apparecchi sono sempre in funzione, di casa è necessario uscire di tanto in tanto e i rotocalchi li si trova anche dal parrucchiere…

Poiché si procede lentamente e a singhiozzo, al modo di perdigiorno o pensionati, così da sottolineare a ogni sosta l’importanza delle opinioni sollevate, invece di avvicinarsi la casa sembra diventare sempre più lontana, non nello spazio e nemmeno nel tempo, ma nel fervore delle parole.

… A ben vedere quel giornalista bisognerebbe isolarlo, dico a Borghi, per studiare il suo caso e impedire il dilagare dell’infezione…
… L’infezione è già pandemica, suggerisce Borghi ridendo. Ma stai attento a incaponirti con le soluzioni, può essere pericoloso.
… A maggior ragione!, rispondo senza considerare la faccenda del pericolo, come penitenza con un colpo di bacchetta bisognerebbe trasformare il giornalista in una creatura invidiosa del mestiere di calzolaio. Borghi ride, io insisto: Sorprenderlo mentre va di corpo (l’avevo già detto al ciabattino), sottrargli ogni intimità: hai voluto la bici della fama? Adesso pedala! Il giornalista televisivo del calzolaio, probabilmente una nullità, proseguo con Borghi, ha dimostrato in quell’episodio dei venti euro di essere affetto dal virus del divismo.
Non è un caso che molti tra i volenterosi intervistati lo neghino, “no, no, io non sono un divo”, dico a Borghi, ma è solo falsa modestia, è vero il contrario, e anzi, tanto più negano il loro divismo quanto più il divismo gli cresce luccicante attorno alla nuca come un’aureola (del resto verità e menzogna coincidono)… Proprio in quel momento – stranamente ci troviamo ancora all’altezza della sartoria cinese – alzo la testa per guardare Borghi. D’improvviso, quasi l’avesse punto una vespa, o come rendendosi conto dal mio sguardo che non l’avrebbe scampata con facilità, appoggiandomi una mano sulla spalla lui dice “Mi spiace, caro Bonetta, ma adesso devo proprio scappare” – addirittura “scappare” – e in men che non si dica, pur accomiatandosi con la consueta cortesia, gira i tacchi e mi lascia con la bocca mezza aperta a osservare la sua schiena. Poco male, dico a me stesso, ho ancora di che pensare.

Ora guardo qualche momento la vetrina della sartoria cinese, dove compare, non so il perché, anche una confezione di lucido da scarpe (forse per indurmi a mantenere la concentrazione sul calzolaio).
Riprendo il cammino. In quell’esiguo spazio che separa il negozio dal posto in cui abito (ma i pensieri, pur senza sapere dove, comunque vanno più in fretta delle gambe), nel debole rumore dei passi e intorno le assurde autovetture andanti e sostanti e altri pedoni e le numerose vetrine, penso alla malattia del giornalista, ma soprattutto al batterio del cosiddetto spettacolo.

Come mai, mi domando proseguendo il cammino – il quale sembra non volermi più avvicinare alla casa, quasi fossero scomparsi tutti gli edifici incluso il mio – come mai ho la sensazione che di fronte a una strage il giornalista sia contento? Che sia contento di parlarne? Come mai la strage, essendo troppo, non basta?
Non si contano le “edizioni straordinarie” dei telegiornali per una catastrofe innaturale appena avvenuta, perfino quando non si tratta di una strage, della quale non hanno niente da dire se non che la strage è avvenuta, o che lo sarebbe (procura il massimo piacere l’idea di una “edizione straordinaria”), e per sottolinearne l’importanza da fine del mondo (fine da loro fraintesa perché già in atto) non si accontentano di riferirne il giorno dopo, o nella già programmata edizione del prossimo telegiornale, ma interrompono il film, la cosiddetta fiction, qualunque trasmissione, per trovarci in pantofole, per rimproverare il nostro relax, per fingere la rilevanza di qualcosa, per penetrare con quella nuova strage dentro le pantofole, sotto i calzini, fra le lenzuola, il che ti fa pensare che vogliano semplicemente dirlo, e infatti ripetono in continuazione la stessa cosa per decine di minuti e così per centinaia di volte – “è avvenuta la strage in Germania, è avvenuta la strage a Parigi, eccoci alla nuova strage, le immagini sono in diretta, vediamo i pompieri con la loro pettorina – ma toh, è esploso anche uno di loro – vediamo le forze dell’ordine in assetto da sommossa, sono in diretta anche le immagini delle stragi non ancora avvenute da noi, ma ecco, mostriamo i resti dell’aereoplanino di un pazzo che si schianta contro il Pirellone immaginando che sia un nuovo Undici Settembre, perché anche l’Italia, che spedisce militari ovunque, che fabbrica armi e le esporta, che adesso vuole difendersi legittimamente, è nazione così importante da finalmente meritarsi una sua propria strage – ma purtroppo no, che scorno – quell’aviatore era solo un povero ricco imbecille che ha sbagliato rotta… non sappiamo ancora il numero delle vittime di Parigi, di Londra, di Berlino, ma ci sono vittime, è una strage, non sappiamo niente però ve lo diciamo, non si può attendere, dobbiamo interrompere il film che state guardando in santa pace e fare questo collegamento da fine del mondo – ma senza interrompere la vostra pace, solo per dovere d’informazione – è necessario aver paura di arabi e islamici, anche se non tutti sono uguali, non sono tutti terroristi ma è come se lo fossero, purtroppo non abbiamo immagini di cadaveri, vorremmo esibire il maggior numero possibile di cadaveri, in compenso sono bruciate tre ragazzine rom nella loro casetta – che bella notizia! – un tizio ha lanciato una molotov, dev’essere una vendetta gitana… ci piacerebbe mostrarvi le giovani morte ma non si vede niente, invece di discutere delle inserzioni sui cosiddetti social preferiamo cantilenare la formula “tre ragazzine morte” e la cosa migliore sarebbe esibire tutto, però sappiamo che nella discoteca ne hanno ammazzati a decine, nella casetta sono morte in tre soltanto, e una settantina ne ha investiti l’autocarro, bene, lo faremo al momento opportuno, vediamo la scarpetta di un esploso, intanto mostriamo tre persone incappucciate alle quali fra poco taglieranno la testa, allora vedrete i morti – ma no, abbiamo deciso di non mostrare le teste mozze alla sensibilità del pubblico, ma sì, abbiamo risolto di mostrarle – e intanto andiamo avanti a dire della presente strage, la nostra pace e la nostra libertà sono compromesse, ecco, vedete i pompieri, ecco, vedete le forze dell’ordine, siamo in diretta, è appena accaduto, la nostra troupe non c’è, le immagini arrivano dalla tv francese, da quella tedesca, da quella londinese, tutto sta ancora accadendo, ecco, sentite gli spari, ci sono i morti, purtroppo non tutti, non abbiamo nemmeno la soddisfazione di vederli tutti morti, non solo i terroristi, chiunque, così che si possa gridare LA STRAGE!, forse non è nemmeno una strage, è soltanto un massacro, o forse sì, ecco i pompieri con le loro giubbe, ecco, è proprio una strage, o forse un massacro – no!, il nostro inviato ci dice trattarsi di un’ecatombe o forse soltanto una carneficina, dipende un po’ dal numero di cadaveri – vedete i passanti incuriositi, ecco la peggiore fra tutte le stragi, ecco l’angoscia (parola tra le preferite della quale il più in fretta possibile s’intende estinguere il senso), l’angoscia è tangibile, la si vede, ha la faccia del terrore, ecco l’angoscia che si tocca con mano, ecco un passante, gli chiediamo «come si sente? Cosa pensa? È forse angosciato? Ma certo che è angosciato… Su, forza, il pubblico nutre interesse, vuole il sangue, il pubblico vuole sapere cosa si prova di fronte alla strage, esserne protagonista ma vivo, vuole avere qualcuno da odiare per “amare” anche di più il nostro sistema benché distrugga gli altri sistemi che poi osano venir qua ad ammazzare gli innocenti eccetera», ma sono tutti sconvolti, dicono di nuovo rivolti al pubblico in ciabatte o a piedi nudi nell’attesa del film sentendosi in colpa perché osa, il pubblico, alla strage preferire il film, magari un film d’amore, un film delicato e senza cattiveria, ma ecco, vedete i tavolini rovesciati del bar, proprio qui di sicuro hanno ammazzato qualcuno, ecco il sangue, vedete” – basterebbe, pensavo, che ci risparmiassero lo sguardo nell’obbiettivo della telecamera, basterebbe questo perché li si possa prendere sul serio, e invece no, da un certo momento in poi – non dico quale, pensavo camminando – tutti hanno preso a fissare l’obbiettivo per avvicinarsi e in realtà creando solo straniamento – cosa guarda, quell’imbecille, perché mi guarda invece di guardare il suo interlocutore, o di accasciarsi sui volti delle stragi, cosa gliene fotte del pubblico di fronte a una strage? Perché non piange, perché non si rotola sul pavimento dello studio, perché non fugge il più lontano possibile, perché parla, perché riesce a parlare?

… Anche di questo avevamo parlato dal calzolaio insultando il giornalista a voce alta, penso tornando a casa. Intanto passo un’altra volta davanti alla sartoria cinese, forse sono tornato indietro senza rendermene conto, e rivedo l’incongruo lucido da scarpe che, all’insaputa della sarta, aveva voluto suggerirmi di pensare soltanto al calzolaio. E invece no, mi accorgo solo adesso che la sartoria cinese fa anche da calzoleria, quindi il lucido ha una sua congruenza…

Le ricordo, a proposito di stragi, ripensavo di aver detto al calzolaio tornando a casa, che molte lingue del più offeso tra tutti i continenti, quello che forse ospita il maggior numero di uomini e donne (ma certo anche un esiguo numero di mostri), i quali nella più parte dei casi sono di una grazia e di una bellezza da noi sottostimate, bene, in quell’offeso continente hanno lingue con parole che non si devono pronunciare, e non per sconoscenza. Sono quelle che offendono perché dicono qualcosa cui mai si dovrebbe assistere, che mai sarebbe dovuta accadere. Non vanno certo dimenticate, le cose nefaste e orribili, tutt’altro, ma nemmeno vanno dette. Non è un tabù, anche se così lo si potrebbe intendere con superficialità. È solo una profonda e primaria cognizione di che cosa è l’uomo e cosa la sua preservazione.
Le è mai capitato di fuggire dallo schermo televisivo, avevo domandato al calzolaio dimenticandomi che lui non lo guarda né lo possiede, persino dopo averlo spento, quando qualcuno domanda “come si sente” a un tizio cui hanno appena ammazzato la figlia?, e dopo una simile domanda osa perfino domandargli “lo perdona?” oppure “è pronto a perdonare l’assassino?”.
Lasciamo perdere, poi, ripenso di aver detto al calzolaio evidentemente senza lasciar perdere, la faccenda delle immagini.

… Ora passo davanti al pedicure, che ogni volta mi ripara lo stesso callo, un tal numero di volte parlandomi tecnicamente della riformazione dell’ispessimento da indurmi a pensare, nella mia malevola diffidenza, che sia lui a volerne permettere la ricrescita, passo davanti al pedicure che sta fuori dalla porta a fumare una sigaretta e mi apostrofa con il suo solito “buon giorno carissimo, la vedo sempre camminare”, facendomi sentire un verme perché ho appena sospettato l’inganno…

Oramai, tornando a casa, attribuisco l’imbecillità del soggetto sperimentato dal ciabattino all’intera famiglia professionale di appartenenza. Sebbene l’episodio non volesse dire niente né avrebbe mai spiegato alcunché se non che il calzolaio s’era appunto imbattuto in un imbecille, al mio furore, o delirio, era parso improvvisamente chiaro perché i giornalisti mi restino così sul gozzo, per come soffiano sul fuoco, i giornalisti soffiano sul fuoco!, ripensavo di aver detto con voce sostenuta al povero calzolaio, rendendomi conto, adesso che oltrepasso il callista, di quanto il mio impeto fulmineo e un po’ esplosivo avesse rischiato di spaventare il bravo artigiano, che pure non aveva l’aria di essere facilmente disposto allo spavento. Ma il calzolaio era stato d’accordo con me. Te l’ho detto, eravamo entrambi eccitati all’idea di poter inveire contro un giornalista della televisione. Eppure, ripenso tornando, per il calzolaio io sono soltanto un altro cliente con le scarpe rotte.

Benché stia cercando di farmela passare, penso mentre a passare è solo un altro simpatico Sirietto, il tram, di non pensare più né al calzolaio né al giornalista, perché i pensieri m’inducono a sostare e di questo passo non raggiungerei più casa, davanti a “Sisili”, ristorante siciliano che nel nome riproduce la pronuncia americana rievocando, secondo me, un qualche film di Coppola, ristorante che vedo quasi sempre vuoto, lì davanti non posso impedirmi di pensare ai modi insopportabili con cui le notizie vengono quasi sempre riportate. È un clima, avevo detto al calzolaio, al quale è difficilissimo sottrarsi. Ci provano gusto, avevo ribadito e ripenso ora. Qualcuno riesce a sottrarsi, pur a costo di aspre battaglie, ma non tutti – e perché poi dovrebbero riuscirci tutti? Qualcuno si sottrae per talento personale (per esempio lei stesso, il calzolaio), ma in ogni caso il clima pervade l’aria. Lo si respira. Proprio questo clima, avevo detto al calzolaio, che si diffonde a incalcolabile velocità, avrebbe dovuto suggerire al suo giornalista non soltanto di pagare la riparazione, ma addirittura di pagarla più del dovuto, molto di più. Il giornalista dovrebbe destinare una parte del suo lauto stipendio ogni mese a lei, suo calzolaio, altro che pretendere una riparazione gratuita!, e il ciabattino aveva riso.

… Intanto, superato il semaforo dopo aver guardato di qua e di là, passo davanti a un ragazzo di colore dal volto bellissimo avvolto da una sconfinata tristezza e ci sorridiamo. Ancorché immobile, apparso come dal nulla mi coglie di sorpresa, senza lasciarmi il tempo di cambiare marciapiede, ciò che faccio, credo di avertelo già detto, non certo per disprezzo, ma solo per impedirmi di dare qualcosa ogni volta, cioè sempre – a causa dell’esiguità delle mie sostanze. Nonostante la bella giornata, il ragazzo chiede l’elemosina con un cappello di lana ben calcato sulla testa, forse per la scorta di freddo patita nel corso dell’inverno che sta passando, e al primo sole quel copricapo lo fa sembrare stranamente alla moda, ma la sua faccia, pur rallegrata da un piccolo sorriso per via della primavera e del sole più caldo che gli ravviva la circolazione del sangue, è sofferente e davanti a lui, con la mia stessa impotenza transita tutta la schiera dei passanti senza degnarlo di uno sguardo, scansandolo o facendo il gesto di scansarlo, o allontanandosi per evitare la vicinanza (ciò che più spesso gli si rimprovera, essere vicino), benché lui resti come schiacciato contro il muro di un palazzo, con dignitosa timidezza, ed evitare lui equivale a evitare il muro; ma intanto, questo è stato bello a vedersi, un gesto di naturale bellezza, una donna attempata e con la schiena un po’ curva gli lascia qualcosa nella mano, e lui sorride con gratitudine, che dato il suo “grazie, grazie signora”, sembrava non soltanto sincero ma addirittura esprimere una forma di riscatto, forse di gioia al vedere che non tutti si rivolgono a lui, persona fiera, elegante e triste, soltanto con disprezzo o ripugnanza ma anzi addirittura con benevolenza, ma anche, sembra quel suo ringraziamento, un gentile monito volto a farci sapere che lui è come tutti uno che sa dire “grazie” per la contenuta gioia nel vedere una benevolenza come appunto quella della donna la quale, senza soffermarsi nel compiacimento e malgrado le spalle curve, è anzi quasi scappata, sparita in fretta, un po’ come, ho pensato, chi non intenda tracciare la scia della propria compassione e della propria generosità in questo mondo malsano, non essere ringraziata di una cosa che semplicemente andava fatta a beneficio di un giovane uomo che sarebbe anche potuto essere suo figlio, e che in realtà è figlio di tutti, e questo benché la cosa sarebbe parsa improbabile, data la differenza d’età e dato che lui era colorato e lei bianca come uno straccio, come tutti i cosiddetti bianchi (che tali non sono affatto, ma piuttosto giallognoli), le cui tinte epiteliali di fronte a quelle dal marrone chiaro al marrone scuro ricordano gli stracci e di questi, in confronto ai coloured, hanno (abbiamo) di solito la poca eleganza e la nulla flessuosità e una certa tracotante assenza di vita.

Aiutato dalla visione di quella donna e dalla sua gentilezza – la quale mi fa ripensare là per là alla scena più bella di un film del regista Virzì, quando il personaggio dell’attrice Ramazzotti uscendo dal lavoro licenziata, con una calza o un tacco rotto sul momento e un taxi che non si ferma al di lei richiamo con la mano alzata e incappando in qualche altra sgarberia, non ricordo, nel vasto piazzale dice scorata a voce rotta a un passo dalle lacrime “ma perché nessuno è gentile!” – e aiutato altresì dal volto di quel ragazzo elemosinante che mi sembrava portare sulla Terra un qualche elemento positivo malgrado la sua difficilissima condizione e l’incalcolabile ammontare degli orrori terreni, penso in primo luogo all’assurda varietà delle condizioni, e poi ripenso che il mio furore contro il giornalismo fosse nato (anche) da ragioni meschine, e che pure questo, come il fastidio provato nel leggere le notizie (cosa che mi rende di una colpevole ignoranza) il buon calzolaio non lo poteva sapere: l’aver scoperto di recente la tempra di una vecchia conoscenza, giornalista appunto – ma anche giornalista che si crede scrittore, e purtroppo non c’è niente di più pernicioso: quello dei quadernetti, per l’appunto. Sicché la peculiare meschinità del mio animo, nel sentire del giornalista imbecille cliente del calzolaio, ha teso per più di qualche istante a far coincidere le due figure che di fatto non c’entrano niente l’una con l’altra – o quasi niente. Una volta a casa, ho pensato, farò ammenda.

Intanto, finalmente avvicinandomi all’abitazione, cammino costeggiando la vetrina dell’antiquario (che per fortuna non sta sul suo posatoio in attesa del mio arrivo), e presto raggiungerò quella dell’armaiolo, e le macchine passano con i loro motori, il cui rombo ricorda l’arroganza di certi regnanti, nel traffico che non trova requie. E qualcuno dei passanti mi guarda e qualche altro no, ma io li guardo tutti, e sempre con estremo interesse, perché come uno afflitto dalla sindrome di Tourette io li guardo e li riproduco, penso a loro continuamente perché come me per loro sono e siamo nessuno, una verità che considero sempre con la massima stupefazione: io sono il passante che i passanti sono.

… Tante cose ci eravamo detti io e il calzolaio, la sua signora in ascolto. Poiché tuttavia a parlare era stato soprattutto quel cliente chiacchierone, ecco, loro mi avevano guardato stralunati, e io senza trovare il modo di congedarmi né loro di mandarmi via – ero un cliente, perciò dovevo avere sempre ragione. Il calzolaio, ripensavo, nel terrore di sentirmi proseguire e in quello ancor più gravoso del dovermi prestare ascolto, malgrado le ragioni condivise e il mio parteggiare per la sua causa che lui del resto non riteneva affatto tale – una causa -, a un bel momento si è riavuto guardando l’orologio come chi ricorda un impegno, purtroppo era tardi e doveva chiudere bottega, forse la donna gli aveva dato un colpetto di gomito, e poco ci mancava che il cliente pretendesse di uscire insieme con loro, invitarli per un aperitivo e continuare a parlare e loro, accasciati, a prestare ascolto con educazione, non senza il timore che ci incute un pazzo. Invece mi sono accorto della saracinesca, del tempo passato e delle concioni dette e in fretta e furia ho salutato con un inchino e poi girato i tacchi incamminandomi verso casa, ripenso quasi subito tornando a casa, avvolto dalle mie insistite elucubrazioni, e quel mestiere, penso, lo aborro, e chissà come mai l’avventura del calzolaio sembra non stupirmi, e infatti m’era parsa un’ottima occasione per inveire contro il giornalismo nel suo insieme.
Telebubbole, così avevo chiamato di fronte al calzolaio l’ente televisivo del giornalista che lo aveva importunato, un individuo che, ripensando all’offesa recata al ciabattino, non poteva aver dato piena mostra di sé soltanto qui nella bottega, solamente in questa sporadica occasione. Anzi, doveva essersi tolto la maschera una tale quantità di volte e con non minore chiarezza, penso nel tornare verso casa, da rendere del tutto ingiustificata la sua assunzione là dove lo avevano assunto, appunto a Telebubbole. Insistevo anche davanti al calzolaio e alla donna eritrea, che in seguito avrei scoperto essere proprio sua moglie, intenta ad abbassare la saracinesca del negozio, cosa che faceva, mi era parso di notare, tirando un bel sospiro di sollievo non già, avrei pensato nel ritorno a casa, per la fine della giornata di lavoro, ma per la fortuna di potersi finalmente allontanare da questo pazzo che attribuiva loro una ragione tale, nel sostenere la causa contro il giornalista, da risultare insopportabile. Fra l’altro, mentre la donna abbassava la saracinesca, parlando ancora una volta del giornalista avevo mescolato tutte le carte usando la parola “superbia”, proprio lì, sul marciapiede.
Ma nello stesso istante in cui la stavo pronunciando, per una qualche ragione avevo provato sconforto, penso tornando a casa ripensando a poco prima. Ma con ancora nelle orecchie l’eco del rumore della saracinesca, e a dispetto della pessima figura fatta con il ciabattino e la sua signora, considero compiaciuto l’evoluzione del rapporto uomo-donna, giacché avevo creduto non fosse stata mancanza di cortesia o addirittura grossolanità il fatto che il calzolaio avesse dato alla donna, o lasciato che la donna si assumesse, il compito di abbassare la saracinesca, ma che la cosa fosse frutto di una paritaria divisione dei poteri e dei compiti – o almeno questo ho voluto credere, come dire, alla e nella luce di un matrimonio come quello, “misto”, come era detto in altri orribili tempi. Ripensando all’unione del calzolaio con la donna eritrea il mio apprezzamento in loro favore cresceva a dismisura, per via di quell’unione che, come appunto avrei scoperto in seguito per bocca dello stesso calzolaio, è un vero e proprio matrimonio con tanto di funzione unificante, non so se in chiesa o in municipio. Quanto a me, che ancora mentre cammino provo sconforto al suono della parola “superbia”, il calzolaio deve anche aver pensato, mi dico ora tornando a casa, che chiamati all’appello per una riunione sindacale o di categoria al mostrarsi di un pericolo, un certo giorno nei tempi andati tutti i giornalisti del paese e forse del mondo intero si fossero espressi pubblicamente nei miei riguardi, pur senza mai averci avuto a che fare, con un giudizio cattivo e che per questo ce l’avevo tanto con loro: “Bonetta è un buffone!” Un pensiero da me stesso riferito al calzolaio, al quale camminando rispondo, come quando da solo a solo ci si immagina dei bei discorsi, che no, una simile riunione non sarebbe mai stata possibile, non essendo, io medesimo, abbastanza importante perché la si dovesse organizzare. Questo è stato il mio ritorno a casa, per niente avventuroso.

Poi, una volta entrato nell’appartamento e finalmente a casa dopo questo breve ma lungo peregrinare, con le scarpe nel sacchetto e dovendo approntare, con la cena, pure l’ammenda e il mea culpa e i peana, e ripensando all’elemosinante probabilmente senza casa e alla vecchietta gentile che immagino una casa l’abitasse, ho pensato che se tutti attaccano i giornali e i giornalisti, ecco, più nobile sarebbe invece sentirsi con loro solidali e, per quanto malvolentieri, piegarsi alle necessità, avevo pensato poco prima aprendo la porta di casa, e con ciò parteggiare apertamente per il mestiere di giornalista, penso poggiando in terra il sacchetto delle scarpe, fosse pure di quello televisivo – ma non il mancato cliente del calzolaio – che davanti alla telecamera si mette in posa e, con le spalle da una parte, piega il capo dall’altra per fissare allegramente, sia pure nell’annuncio di una strage, la luce rossa indicante l’obbiettivo della telecamera.

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