Il diario della scuola
Penny Wirton a Milano #5

La nuova puntata del diario della scuola Penny Wirton di Milano, diretta dalla scrittrice Laura Bosio.
La Penny Wirton è la scuola gratuita per stranieri con più sedi in Italia fondata da Eraldo Affinati e da Anna Luce Lenzi. Si lavora con un metodo speciale: a tu per tu, un insegnante per un allievo.
Questo diario, scritto da Fabio Santopietro che insegna nella scuola, ci farà conoscere gli allievi, le loro storie, e i docenti, tutti volontari.
(Puoi seguire la Penny Wirton di Milano anche su Facebook qui).

Un particolare della copertina del libro "Italiani anche noi. Corso di italiano per stranieri". È il libro della scuola Penny Wirton di Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi, illustrazioni di Emma Lenzi (Casa editrice Il Margine).

18. A teatro
venerdì 16 dicembre 2016

Oggi siamo andati al Litta. Chiacchieravamo davanti all’ingresso in attesa di Laura (in realtà già indaffarata dentro la sala). In gruppo abbiamo raggiunto il “signorile” corso Magenta per assistere alla “seconda giornata della generatività”. Appuntamento al quale, insieme con una serie di altre iniziative impressionanti – come un defibrillatore portatile e un sistema per eliminare le scorie spaziali, entrambi progettati e realizzati da piccole strutture – era stata invitata una rappresentanza della Penny Wirton. Venuto da Roma, era con noi anche uno dei suoi due inventori, Eraldo Affinati, che ho incontrato per la seconda volta con lo stesso piacere.
Davanti all’ingresso del Litta, invece, stavamo io e altri due colleghi dell’impresa, un uomo sveglio di età superiore alla mia e una donna, di età inferiore, anche lei piuttosto sveglia. Di nessuno dei due ricordo i nomi, ma l’uomo sveglio l’ho visto intrattenersi amichevolmente, nei giorni scorsi, con una cara e vecchia amica che per caso ho incontrato proprio alla Penny Wirton, Rossella. La donna insegnante raccontava con vivacità delle “sue” due ragazze cinesi, della loro poca voglia di aprire bocca di fronte a temi “scottanti”. In modo un tantino banale e improvvisato dico qualcosa come “di solito si è contenti di parlare di sé” (nel mio caso tacere sarebbe stato meglio). “Mica vero”, sottolinea l’uomo sveglio, “il mio, venuto da un paese africano, di sua moglie e di suo figlio nato da nove mesi, che da nove mesi non vede e che quindi non ha mai visto, preferisce non parlare”. Ho avvertito contro il palato la banalità della mia uscita, simile a un sentore da psicologia del benessere, una roba da corso Magenta, che mi ha fatto ricordare i modi del suggerimento dato a Paula: camminare per vincere il freddo. Pazienza. C’è sempre da imparare. A un certo punto decidiamo che Laura dev’essere già arrivata, così entriamo anche noi. L’intervento dell’impresa Penny Wirton sarebbe dovuto essere alle cinque per durare dieci minuti (misurati ogni volta dai presentatori là su palco con una clessidra, cosa che per qualche ragione mi ha leggermente infastidito), sicché i ragazzi sarebbero riusciti a salire sui mezzi prima delle diciotto, ora d’inizio di uno sciopero. Invece alle diciotto la Penny Wirton non era ancora sul palco. I “ragazzi” erano tanti (ci avevano riservato una trentina di posti).
Finalmente la prima delle intraprese invitate, proprio la Penny Wirton, va in scena. Sotto alla ribalta, nella penombra, si assiepano senza un brusio i ragazzi e alcuni insegnanti, tutti in fila, tutti diligenti, perfetti. Si proiettano dei video. Quello della Penny Wirton, avrei appurato, è tra gli altri sei cui ho assistito il primo e l’unico che si guasta. Eraldo Affinati prende la parola a partire dall’interruzione. Bravamente.
Poco dopo il microfono va a Laura, che si commuove quindi parla poco (e non solo per questo, immagino). Finalmente tutti tornano ai posti con lo stesso ordine quieto. Ora, seduto defilato al buio della scena, osservo da tergo le teste degli allievi, taciturne e attente. Mi chiedo quanto capiscano di quel che il presentatore e la sociologa dicono sul palco con un po’ troppa facondia, una specie di ufficialità che mi fa arricciare il naso. Penso allo sciopero e a corso Magenta. Intorno alle sette, molti dei discenti sono già usciti, tra i quali anche Paula, così me ne vado senza saluti, per me resi difficili dal teatro stesso, dal pericolo di essere visto. Giunto a casa mando a Laura un’email con le scuse per il mancato congedo e pochi commenti sulla faccenda – notevole, ma le chiacchiere dei due pur bravi presentatori mi aveva fatto storcere il naso. Glielo scrivo. A mo’ di chiusa inserisco in questo diario una parte della sua risposta – mi pare la cosa migliore. Eccola: “Ieri ero proprio commossa davanti ai nostri ragazzi che si prendevano applausi con le loro facce spaesate. Se ne sono stati buoni buoni a sentire quella polvere di parole per loro incomprensibili. Ma gli insegnanti che erano seduti vicino ad alcuni di loro e l’educatore di Parabiago mi hanno detto che erano contenti”.

19. Natale 2016. Uno
(Mercoledì) 21 dicembre

“La mia penna stilografica non possiede accenti così efficaci da saper descrivere – sia pur nel modo più approssimativo – queste deportazioni. Ma se poi si va fra la gente, ci si rende conto che là dove ci sono uomini c’è anche vita”.
Etty Hillesum, Diario

Per la ricorrenza si è deciso di festeggiare riunendoci nell’aula magna. Ai partecipanti alunni era stato assegnato il compito di redigere, dietro supervisione dell’insegnante, un breve testo sia in italiano sia nella loro lingua d’origine, per poi leggere entrambi in pubblico, davanti ai convitati. Come avremmo sperimentato, questo semplice espediente ha sortito un effetto più che pedagogico. È riuscito, oltre che a sollevare un buon clima, a raccogliere le differenze e a farne un inno, così nella mia percezione, e un inno il cui climax è stato la comunione delle differenze. Tolto il naturale raccogliersi di alcuni gruppi, tutti stavano con tutti. L’aula magna era il contenitore di un concentrato umano che suonava portentoso perfino a un soggetto che ai festeggiamenti reagisce goffamente come il sottoscritto. La composizione di Ishawu l’ha seguita il suo altro insegnante, Luigi – ce lo dividiamo in due, il ragazzo – sicché la lettura è stata una sorpresa per me come per ogni altro ascoltatore (Luigi, purtroppo, non è riuscito a raggiungerci in tempo).
Ishawu si è alzato da una delle numerose seggiole tutte occupate, disposte in buon ordine, e ha raggiunto la postazione ponendosi in vista, in piedi e di fronte a tutti, dove già altri s’erano sistemati in precedenza nel loro racconto. Se ne avvertivano l’emozione e la non minore risolutezza. Leggendo in haussa la sua voce era bassa e un tantino tremolante, il corpo si agitava con strana serenità. Quella di Ishawu è una lingua i cui suoni e la cui sintassi, data la maggior brevità dell’esposizione rispetto alla seguente lettura in italiano, è apparsa in qualche modo “primitiva” (in senso per me assai gradevole), o forse primaria, originaria; nessuno, a parte qualche altro ghanese come lui, ha capito un accidente. Tra gli ascoltatori qualcuno sorrideva in tono tra l’emozionato e il divertito. Io provavo una lieta apprensione.
Al turno dell’idioma dantesco il coraggioso Ishawu ha esposto una serie di punti che per l’assoluto della loro semplicità e immediatezza sono stati a mio modesto parere uno più straziante e magnifico dell’altro. Era un elenco, cosa che mi ha fato ripensare alla sacralità dei nomi scritti sulle lastre votive. Ed ecco quanto abbiamo sentito uscire dalla bocca di Ishawu (le poche parentesi sono mie):

“Ci sono quattro cose del Ghana che mi piacciono:

1° il cacao per fare il cioccolato (!);

2° il sole;

3° il sorriso della gente (!!);

4° la cassava per fare il fufu (alla parola “fufu”, avrei voluto lanciarmi dalla finestra e raggiungere il Ghana sorvolando una parte del pianeta col vento in faccia).

Ci sono cinque cose del Ghana che non mi piacciono:

1° le guerre;

2° la mancanza di lavoro;

3° la fame;

4° le malattie;

5° la nazionale di calcio quando perde.

In sala, quest’ultimo tema ha suscitato l’ilarità generale, un’ilarità che invero sbottava dalla tensione dei quattro punti precedenti, dai repentini mutamenti umorali provocati da ciascun punto e dalla somma degli uni con gli altri. Ma quando ci siamo rivisti a lezione e gli ho esposto l’idea di “pubblicare” qui il suo lavoro, parlarne, dopo aver fatto una serie di mosse timide e riluttanti mi ha chiesto: “Perché tutti ridevano per la nazionale di calcio?”. Non era offeso né risentito, anzi sorrideva lui pure: s’era accorto che in quella reazione non c’era stato niente di canzonatorio o peggio ancora di maligno. Il suo tono, però, rispecchiava un modo. Ed era, mi sono detto poi, ora, qui, mentre lo annoto, il modo di un giovane uomo la somma delle cui esperienze lo definisce come proveniente da un altro mondo, pur essendo uomo come chiunque provi a esserlo (a mio modo di vedere, infatti, non tutti gli uomini sono uomini), e pur avendo conosciuto anche qui mondi affatto simili, e ben sapendo che i mondi esistono. E nel globo oggi alle spalle di Ishawu, nel territorio che gli ha dato provenienza, che la nazionale di calcio vinca o perda scatena conseguenze drammatiche, niente affatto comiche, che poco hanno a che fare con l’appiccicosa e sfarfallante industria dello sport dalle nostre parti. Mi ha detto proprio così, e senza ridere, nel suo italiano ancora un po’ sconclusionato che non mi riesce di trascrivere: “Se la nazionale vince le cose vanno meglio, se perde peggio”.
Per ognuno dei temi toccati da Ishawu ci sarebbe molto da dire, a cominciare da quelli felici. Ma per non eccedere mi limito a tornare sul terzo argomento esposto appunto nell’elenco buono, quello che a noi in questo mondo, specie ai cinici, potrebbe apparire un cliché, una robetta da romanzo d’appendice: il sorriso della gente. Io, però, che ho visto un po’ di Africa e riconosco quei denti bianchi capaci di rischiarare la polvere, penso che quando a un giovane partito quindicenne dal Ghana e arrivato in Italia diciassettenne dopo aver visto ammazzare madre, padre e forse un fratello, quando a uno così rimane impresso il sorriso degli abitanti dello stesso luogo dove molti come lui hanno probabilmente subito quel che lui ha subito, bene, penso che la cosa fa una severa impressione. Quei sorrisi ricordano la docile resistenza opposta alla catena delle infinite offese contro la bellezza, un Eden vilipeso, nella cui lingua, come del resto nella nostra, finalmente cose e parole salgono verso la giusta sfera, quella dove entrambe coincidono. Guerre, mancanza di lavoro, fame, malattie, la nazionale di calcio quando perde, ho ripensato una volta a casa. Allora, parlando da solo come faccio di tanto in tanto (e solo perché mi hanno detto essere un segno di intelligenza), immagino di essere lì, davanti a una pignatta sul fuoco tra le “verdi colline d’Africa”, pensando allegramente al fufu. Se non altro, mi dico ora, so che c’è il fufu.

Fabio Santopietro

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