Francesco D’Isa racconta
“La stanza di Therese”

Come potersi perdere – in un vortice di parole, immagini, enigmi – seguendo una donna che insegue se stessa. Francesco D’Isa, scrittore, filosofo, artista visivo, ci fa entrare nella Stanza di Therese (Tunué).
Il libro sarà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino domenica 21 maggio alle ore 14 (sala Romania) con Michele Vaccari.

Tre pagine dal libro "la stanza di Therese" di Francesco D'Isa.

A proposito di una vecchia foto della madre, Barthes sostiene di non poterla davvero mostrare a chicchessia, perché essa non esiste che per lui; per noi, infatti, non rappresenta un genitore scomparso, ma tuttalpiù una foto di costume. Lo stesso vale per La stanza di Therese: quel che per me è una medicina, per il lettore potrebbe essere un romanzo filosofico illustrato.
Al centro del libro c’è una ricerca metafisica – un tema che per via della sua astrattezza viene difficilmente associato a chi lo studia, motivo per cui ho costruito una cornice narrativa che legasse la riflessione filosofica alla vita e alle contraddizioni della protagonista. Nasce così Therese, una donna che abbandona lavoro e affetti per rinchiudersi in una camera d’albergo, intenzionata a non comunicare con l’esterno finché non avrà risolto l’enigma che l’assilla sin dall’infanzia. Nel farlo, lavora convulsamente ad alcune lettere indirizzate alla sorella, gremite di ritagli, fotografie, diagrammi, schizzi e citazioni; una specie di diario epistolare, alla cui voce, mediante delle note a margine, si intreccia il controcanto della sorella. La stanza di Therese rappresenta, più che un’indagine metafisica, le tracce di un pensiero, con i suoi salti, errori, dietrofront e contraddizioni. Niente di nuovo peraltro, a ispirarmi sono state le soluzioni formali di Platone e soprattutto di Kierkegaard, alle quali ho aggiunto solo degli elementi visivi. Quest’ultimo aspetto, declinato nella forma dell’illustrazione, del ritaglio e del collage, mi ha aiutato a giocare di sponda coi linguaggi, nel tentativo di aumentare l’efficacia del testo e di aiutare la protagonista nel suo disperato bisogno di esprimere l’ineffabile. Il romanzo, infatti, si attorciglia attorno agli incomunicabili spiragli che la donna intravede sotto l’abituale superficie del mondo, graffiata via da riflessioni, analisi, esperienze, emozioni, intuizioni, amori e sofferenze. Ne ottiene paradossi sempre più estremi, che potrà accogliere solo attraverso una sorta di autodistruzione delle parole.
È difficile prendere sul serio le domande serie, tanto che spesso si accantonano per dedicarsi a questioni più piccole e impellenti; l’esistenza di dio o la natura dell’universo slittano in secondo piano rispetto al trovare parcheggio o al numero dei like ricevuto da una foto. A pensarci è strano. Talvolta però succede che una qualche “questione impellente” si gonfi al punto da perdere la propria autosufficienza, e, di questione in questione, ci riporti alle grandi domande in fondo a ogni catena. Sebbene la parte biografica di La stanza di Therese sia quasi completamente una finzione, il monologo/dialogo tra le due sorelle è una messinscena sincera, mossa, come forse la maggior parte delle ricerche spirituali, dalla curiosità e il dolore di chi l’ha scritta. Se la ricerca di una cura è lo scopo di qualunque buona metafisica, come hanno suggerito in molti, da Epicuro a Buddha, il ritiro nella “stanza” attraverso il quale Therese sviscera la propria vita privata assieme a grandi domande esistenziali l’ha portata – e me con lei – su un percorso inaspettato, in cui la cura funziona se liberarsi dal male diventa l’effetto collaterale di un’impresa più grande e difficile.

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con “I.” (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come “Anna” (effequ, 2014) e “Ultimo Piano” (Imprimatur 2015) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

Francesco D’Isa.

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