“Per seguire la mia stella”
di Laura Bosio e Bruno Nacci

C’è una grande poetessa che la Storia aveva dimenticato: Chiara Matraini. Ora il romanzo di Laura Bosio e Bruno Nacci, “Per seguire la mia stella” (Guanda), fa finalmente luce su questa figura di donna che con un coraggio splendente ha attraversato il Cinquecento. Entriamo nel libro guidati dallo sguardo di Silvia Sereni.

Un dettaglio della copertina del romanzo "Per seguire la mia stella" di Laura Bosio e Bruno Nacci (Guanda).

Quando fu che anche le donne si misero a scrivere? Una domanda, questa, probabilmente destinata a restare senza risposta. Ma si può forse ricordare che una grande fioritura in questo senso si verificò in epoca rinascimentale. A una poetessa vissuta nel secolo d’oro delle arti italiane, Chiara Matraini, è dedicato il romanzo “Per seguire la mia stella” di Laura Bosio e Bruno Nacci. Si tratta di un romanzo storico che racconta di una donna vissuta in pieno sedicesimo secolo, autrice di versi di sapore petrarchesco, come quello da cui è tratto il titolo: «Se per voler seguir la stella mia…». In un verso, l’intero arco di vita di una donna, nata in una famiglia di mercanti lucchesi, capace di seguire la propria vocazione: scrivere versi, ma non solo, anche scegliere liberamente il proprio destino, al di fuori delle convenzioni sociali e degli obblighi famigliari.

La prima scena, se così possiamo definire la pagina di un libro, coincide con l’immagine di una torre ricoperta per tutta la sua estensione da un telo bianco, destinato a cadere di lì a poco per mostrare alla folla radunata lì davanti il frutto del lavoro di restauro che ha riportato la torre medesima all’antico splendore. Subito dopo, grazie a un restringimento di visuale simile a quello che cinematograficamente si ottiene attraverso l’uso dello zoom, a essere in primo piano è già lei, Chiara, avvolta in un mantello nero, segno di vedovanza, e con un bimbo, il figlio, che le si stringe contro. Poi, come attraverso un movimento opposto, simile a quello formato da onde concentriche sempre più larghe rispetto al punto in cui è stato scagliato un sasso nell’acqua, la visuale si allarga in modo da mettere a fuoco la famiglia di Chiara, la città di Lucca, il clima storico, le trasformazioni sociali e religiose in atto che preludono alla modernità. Siamo agli albori della fase storica che vedrà la borghesia, qui rappresentata in nuce dalla classe dei mercanti e dei grandi artigiani, prendere il sopravvento sull’aristocrazia nobiliare. Non senza contrasti e prezzi da pagare: per Luiso, fratello di Chiara, esponente della nuova classe destinata a creare la ricchezza delle nazioni, tale prezzo era stato il più alto, quello della vita. La morte lo aveva raggiunto dopo tre anni di prigionia nella torre davanti alla quale Chiara ci appare per la prima volta, e davanti alla quale prende una decisione per lei storica: lasciare la casa del marito defunto, andare a vivere con il figlio in un palazzo di proprietà della famiglia d’origine.

A dirla così, sembra una attualissima conquista femminile di indipendenza. Ma questo romanzo, pur essendo di invenzione, è basato su fatti documentati, che, per limitarci all’oggi, rientra nel filone coltivato da autori italiani come Alessandro Barbero o stranieri come Richard Harris. Certo, la sensibilità con cui seguiamo la vicenda terrena di Chiara Matraini è inevitabilmente tutta nostra, ma gli autori sanno come collocarla, questa vicenda, nella giusta prospettiva storica. Chiara, pur consapevole della sostanza di ciò che ha devastato la sua famiglia, la lotta di potere tra opposte fazioni cittadine, vive, come è inevitabile per ognuno di noi, all’oscuro di tutte le forze in campo, e di quanto fatti apparentemente lontani arrivano a condizionare i destini individuali, ed è proprio questo a rendere credibile il suo personaggio e le sue scelte, dettate in egual misura dalla ragione e dal sentimento. La ragione le fa decidere di restare fedele alla sua famiglia, che per lei vuol dire non chinare il capo di fronte ai gruppi detentori del potere, di cui potrebbe far parte rimanendo, vedova irreprensibile, all’ombra della famiglia del marito defunto. Il sentimento la porta a scegliere liberamente come compagno di vita un uomo sposato. Entrambi, ragione e sentimento, la guidano verso la passione più profonda, quella per le lettere, che ne farà una poetessa. A questo proposito è interessante notare come condizione fondamentale per la conquista della libertà e dell’autonomia per Chiara è l’educazione culturale di cui la famiglia, e in particolare il fratello più amato e più rimpianto, Luiso, ha voluto dotarla. Un uomo, quindi, ha voluto che non restasse confinata soltanto nelle stanze di cucito o dei bambini. E non è il solo. Anche Bartolomeo, il compagno, l’«alto mio sol», come lo chiama Chiara, riconosce e incoraggia le sua qualità letterarie. Addirittura si chiede, Bartolomeo, cosa aspettano, gli altri uomini, ad arrendersi alla superiorità delle donne? Anche questa sembra una forzatura, eppure, documenti alla mano, gli autori citano più di un trattato dell’epoca di Chiara che sostengono proprio la «maggior nobiltà, l’eccellenza e la perfezione» del sesso femminile. Anna Banti, del resto, nel suo libro dedicato ai ritratti delle prime donne pittrici, scriveva, non senza malizia: «Fu sulla metà del secolo XVI che qualcosa cambiò: certi padri cominciarono a vezzeggiare le loro bambinette, che, furbette, non tardarono a profittarne». Qui non siamo nello studio di un pittore in cui un papà lascia che la sua bambina giochi con colori e pennelli, c’è perfino qualcosa di più: il chiaro intendimento di dotare la donna di strumenti culturali. Ma la sostanza è la stessa: accorgersi che anche le donne possono leggere e scrivere, oltre che dipingere, e in questo modo rendere più ricca la vita loro e altrui. Del resto, lo sfondo su cui si muovono i personaggi di questo romanzo è quello di una grande trasformazione in atto, costituita, da un lato, dalla rivoluzione copernicana e, dall’altro, dalla riforma di Lutero, il cui merito principale resta quello di aver messo a disposizione di tutti i testi religiosi. Per non parlare del fatto che nelle ultime pagine del romanzo compare la figura di uno dei pensatori più liberi e più originali della storia del pensiero moderno, simbolo dei tempi a venire non solo per l’acutezza della visione ma anche per la genuinità del modo d’essere.

Alla saggezza e all’intelligenza delle donne, oltre che al riconoscimento della validità di un principio che gli autori riconducono a Ludovico Ariosto, e cioè che la cultura rende liberi, sottraendo uomini e donne al ruolo di semplici cortigiani, il romanzo rende omaggio attraverso alcuni personaggi femminili di quelli destinati a restare nella memoria. Per esempio Irene, figura di irregolare a metà tra donna di malaffare e di maga indovina, che all’assillo di una premonizione di morte di uno dei protagonisti del libro, Gherardo Sergiusti, («Morirò entro quest’anno?») risponde perentoria: «Chiediti piuttosto se sei ancora vivo adesso». Oppure la suora portinaia della basilica romana dei Santi Quattro Coronati che indica allo stesso Gherardo il dettaglio di un meraviglioso affresco: un angelo che ripiega la volta celeste come se fosse una pergamena da riporre nello scrittoio (splendida immagine del cielo visto come luogo domestico e terreno). E che accompagna il gesto con un suo commento sul giorno del Giudizio universale: «Quel giorno tutto verrà ritirato e gettato in un angolo, come si fa con la spazzatura». Perché? Perché sarà la fine del mondo, ma soprattutto, nella visione della suora (una donna che, si verrà a sapere, ha sofferto il peggior martirio che le donne possono subire), perché «il mondo è spazzatura, catarro del demonio». Visionarietà di stampo apocalittico, tipicamente medievale, che però preannuncia, insieme ad altri dettagli del romanzo, il mondo a venire sempre più dominato da Mammona, il dio del denaro, che rende gli uomini bestiali.

Chiara fugge da tutto questo, o meglio lo respinge, chiudendosi in uno studio tutto suo destinato alla lettura e alla scrittura, già padrona della famosa stanza tutta per sé che Virginia Woolf augura a tutte le donne. Ma anche scegliendo di vivere gran parte della sua vita in campagna, con Bartolomeo, fino alla morte prematura di questi, e circondata da una sua piccola corte di aiutanti e servitori che, fatte le debite proporzioni, lei tratta da eguali. Sono forse le parti più belle del romanzo, l’idea di una comunità felice a contatto con la natura.

Non manca l’altro lato della medaglia. La parte più oscura di questo risvolto riguarda il figlio, Federigo, che, una volta divenuto adulto, arriverà a citare in giudizio la madre Chiara per una questione di diritti proprietari. Un figlio degenere? Un prezzo da pagare? Chi legge non può fare a meno di pensare al punto di vista del bambino, diviso tra due famiglie, forse anche troppo solo, perché una mamma con tante occupazioni che la distolgono in parte dalle cure per lui può essere facilmente vissuta come la causa all’origine di una ferita da amore tradito. Chiara stessa, verso la fine della sua vita, si chiede se la sua non è stata, in parte, una scelta egoistica. Se lo chiede perfino ripensando a ciò che forse non è stata capace di dare al marito accettato passivamente e mai tollerato. Ma ormai è tardi. Anche questo fa parte delle contraddizioni di vita di una donna che ci fanno vivere Chiara come una nostra contemporanea.

Silvia Sereni

Vuoi commentare? Scrivici.