Il diario della scuola
Penny Wirton a Milano #4

La nuova puntata del diario della scuola Penny Wirton di Milano, diretta dalla scrittrice Laura Bosio.
La Penny Wirton è la scuola gratuita per stranieri con più sedi in Italia fondata da Eraldo Affinati e da Anna Luce Lenzi. Si lavora con un metodo speciale: a tu per tu, un insegnante per un allievo.
Questo diario, scritto da Fabio Santopietro che insegna nella scuola, ci farà conoscere gli allievi, le loro storie, e i docenti, tutti volontari.
(Puoi seguire la Penny Wirton di Milano anche su Facebook qui).

Fabio Santopietro e Ishawu.Fabio Santopietro e Ishawu.

Successo
Venerdì 2 dicembre 2016

Non è certo per vantarsi (in linea di massima, più persone arrivano qui e più persone sono dovute scappare da un altrove), ma è un fatto che a poco meno di un anno dalla sua apertura la scuola riscuote un certo successo, abbastanza perché Laura si sia vista costretta a farsi domande, insieme a noi insegnanti, su come far fronte all’afflusso.
A quanto sembra non sono soltanto gli istituti e le associazioni a spedirci le persone. È anche il passaparola a portarli da noi. Insomma, quelli che sono già venuti ne parlano a qualcuno, uno o due amici, e questi decidono di presentarsi, ne sono invogliati, e mi piace credere sia così non soltanto per la gratuità dell’insegnamento. Oggi, venerdì due dicembre, causa questa riuscita, abbiamo dovuto infrangere la regola dell’uno a uno in modo più vistoso di altre volte. Nella grande aula magna, per esempio, più di un paio di insegnanti si trovavano accerchiati da almeno sei studenti, e io stesso ho dovuto unire Alexander – che si è fermato soltanto un’ora perché aveva un “buoncompleanno” – con Ishawu.
Buoncompleanno. Non è male, ripensandoci, l’inconsapevole neologismo di Alexander – il quale credeva che un “compleanno” fosse appunto un “buoncompleanno”, che fosse questa la parola per indicarlo: la sua frase è stata “devo andare via prima perché ho un buoncompleanno”. Nonostante abbia dovuto correggerla, non ho mancato di fargli sapere che la sua espressione mi è piaciuta. È interessante, ho pensato poi, che dal genetliaco siano avulse tanto la cattiveria quanto una certa neutralità, insomma che i compleanni siano sempre buoni, e non soltanto negli auguri.
Anche il neologismo, sebbene in maniera un tantino ellittica o accidentale, lo intenderei come un successo della Penny Wirton.

Paula
Mercoledì 14 dicembre 2016

Con la sola persona che ogni volta e con simpatico rispetto mi chiama “professore”, anzi “profesòr”, non mi è ancora toccato di tenere una lezione. Parlare di lei intenerisce, ma soprattutto dopo oggi, quando la sua “prof” abituale nel corso di una riunione in aula magna, Paula assente, ha detto brevemente alcune cose. Ci si vedeva per fare il punto sulla situazione. Un punto positivo, tolto qualche intervento forse un po’ troppo tecnico – dato lo spirito della scuola – o strutturato, si potrebbe dire.
Avevo incontrato Paula all’ingresso qualche giorno prima. Era freddo, cercava di non darlo a vedere ma lo pativa. Si presenta spesso assai prima che il cancelletto apra. Così l’altro giorno. Stava seduta sul bordo del muricciolo, intabarrata in una specie di piumino troppo piccolo che non si allacciava se non in alto, quindi la cerniera, per il resto aperta, scendeva a piramide, come una conifera natalizia. Con grazia infreddolita, mostrandomi la sua figura per com’era seduta, mi ha chiesto come si chiamasse in italiano quella posizione – “rannicchiata”, le ho detto. “Come i bambini”, ha risposto lei, dandomi l’idea fugace che stesse sognando, perché alla parola “bambini”, ancorché tremolante, sorrideva beata.
“Arrivo presto”, aveva puntualizzato, “perché dalla mensa in cui vado a mangiare mi tocca uscire intorno all’una”. “Per il freddo devi camminare”, le avevo suggerito, “e con vigore”. “Ho camminato più di un’ora”, aveva risposto lei, “qui intorno”, aveva aggiunto facendo segno con la testa e con una mano coperta da un guanto, di quelli dai quali sbucano le punte delle dita.
Solo dopo ho riconsiderato l’idiozia del mio suggerimento: “devi camminare”, dato a una persona che da tutta la vita cammina e non fa altro che camminare. A ripensarci, ora mi torturo anche perché nemmeno m’è venuto in mente di portarla a bere un tè, ci sarebbe stato il tempo e le avrebbe fatto bene. Penso agli inglesi, che con un tè mettono tutto a posto.
Il giorno della riunione la sua insegnante – non ricordo le parole, accidenti, erano ben assemblate, senza retorica né pietismi – nel trattare dei dubbi sollevati da qualcuno circa l’insegnamento individuale, a un certo punto, di fronte all’assemblea, ha risposto all’interlocutore portando l’esempio di Paula, la cui vita “è sempre stata molto difficile”. Durante una lezione, alla conversevole domanda rivolta dall’insegnante all’allieva su come si trovasse ora qui, in questa scuola, Paula aveva risposto. E l’insegnante era rimasta lì, per questo ce lo ha raccontato, oltre che a sottolineare i possibili risultati positivi del rapporto uno-a-uno. “La scuola” aveva detto Paula “ha cambiato la mia vita, perché adesso c’è qualcuno che mi ascolta”.

Fabio Santopietro

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