Alessandra Sarchi ci fa leggere
“La notte ha la mia voce”

Cosa sappiamo del nostro corpo, chi siamo noi che abitiamo dentro un corpo? Dal libro “La notte ha la mia voce” (Einaudi Stile Libero) – storia di una donna che all’improvviso, per un incidente, un caso, perde l’uso delle gambe – si esce pieni di interrogativi nei confronti di se stessi, come accade con i romanzi che toccano corde profonde. L’autrice, Alessandra Sarchi, ha scelto per noi un brano del suo romanzo.
(Qui potete leggere la scheda del libro).

“La Donnagatto è un personaggio luminoso ma non privo di ombre, nel feticismo per i corpi dei ballerini ha trovato la propria forma di compensazione alle perdite subite, quando la voce narrante entra nel suo ‘mausoleo’ di immagini si avvicina alla verità e al mistero della sua amica”.
Alessandra Sarchi

Nelle settimane successive vidi spesso la Donnagatto. Non sempre gli orari della fisioterapia coincidevano, ma ogni volta che ci incrociavamo, sul linoleum giallo e tirato a lucido della palestra, lei mi veniva incontro festosa. Al di là delle tende che separavano ogni lettino ortopedico dal successivo, trapelavano frammenti di conversazione, l’adagio che conoscevo a memoria delle fisioterapiste, ripetuto come un mantra a ogni nuovo paziente: i nervi portano ai muscoli sia la via sensitiva sia quella motoria. La via sensitiva, come quella motoria, può essere alterata, indebolita, o nelle peggiori lesioni annullata. Cerchiamo di recuperare quello che si può.
A volte spiccava la voce della Donnagatto e la risata della sua fisioterapista.
Qualche volta ci fermavamo al bar dell’ospedale. Mentre io parlavo lei impennava la sedia molleggiando, ruotando un po’ a destra un po’ a sinistra, non sapevo mai se avrebbe spiccato il volo o sarebbe precipitata con tutta la ferraglia. Una mattina, era ormai ora di pranzo, ci fermammo a mangiare un panino. Io lamentavo una digestione difficoltosa. Il mio stomaco mandava borbottii di organo compresso, di organo che avrebbe avuto bisogno di essere sollecitato camminando, di essere irrorato da più sangue, da più ossigeno e da liquidi che scorressero con maggiore pressione.
È la rabbia, credimi, disse la Donnagatto. Ti si accumula tutta lì, poi scende nel fegato e ti fa diventare malinconica e biliosa, o va verso il cuore e ti viene l’ansia, dipende. Aggiunse, indicando quei punti sul mio addome.
Obbiettai che sarebbe stato diverso se avessi potuto camminare. Eppure, scommetto che anche prima soffrivi di mal di stomaco, mi disse, molto sicura. Ci mettemmo a parlare di organi interni. La Donnagatto disse che ci pensava spesso, a come eravamo fatti dentro, soprattutto quando andava in piscina e nuotando immaginava i polmoni, i fegati e gli intestini che galleggiavano, separati solo dalla pelle, nella stessa acqua. Si potrebbero pescare con un retino.
A ogni boccone, intanto, sentivo la rabbia e l’infelicità infiltrarsi e depositarsi nelle fasce muscolari striate e in quelle lisce, a ogni contrazione dello stomaco corrispondeva una fitta, una via aperta verso gli anfratti della malinconia.
Poi più niente, di colpo sparì. La Donnagatto mi aveva invitata a casa sua, ci teneva molto a mostrarmi la sua collezione, ne avevamo già parlato.
Abitava in un quartiere edificato negli anni trenta del Novecento, dietro l’ospedale universitario, case pensate per il personale ospedaliero, dotate di dignitosi giardinetti, promesse di ombra e salute per ogni unità. Il suo appartamento era composto da tre stanze più servizi al piano terra, per superare il gradino di ingresso aveva fatto mettere una piccola rampa di legno. Dentro c’erano pochi mobili, una libreria che separava la cucina dal soggiorno, un grande divano, e per il resto era come lei me l’aveva più volte descritto: una specie di museo. Non un centimetro delle pareti era stato lasciato libero da fotografie sovrapposte le une alle altre. Ballerini alla sbarra, al corpo libero, durante gli spettacoli, dentro i camerini, seduti, sdraiati, in spaccata, in volo, nudi o vestiti, nella loro interezza ma anche dettagli di mani e piedi, scalzi guantati calzati, sul parqué di legno, sulla sabbia, sopra l’erba, piedi nodosi e curvi che per anni avevano convissuto con il gesso delle scarpe da punta, piedi con le unghie deformate dalla postura innaturale, braccia e mani leggere come ali di farfalla e spalle squadrate. C’erano primi piani anatomici di muscoli in cui pulsavano tendini e vene in rilievo, ginocchia, polpacci, quadricipiti, trapezi in tensione o rilasciati, colli avvitati, fondoschiena perfetti come la sezione di un mappamondo. Un teatro anatomico dove perdersi in estasi e spavento. Anche le ante del frigo e gli sportelli dell’armadietto in bagno erano sommersi di corpi danzanti. Solo a considerare quanto tempo c’era voluto per selezionare e raccogliere tutto quel materiale mi veniva un capogiro. Pensai allo storico dell’arte Aby Warburg e alla collezione di immagini che lo aveva impegnato tutta la vita e che aveva costruito con accostamenti arditi, spesso incomprensibili. Ma forse la Donnagatto assomigliava di più a certi ossessivi di cui si scopriva, in genere solo alla morte, che avevano collezionato figurine di calciatori da riempire un garage, trenini elettrici o modellini di velivoli stipando ogni angolo libero di inaccessibili cantine.
Lei era molto soddisfatta dell’effetto che aveva prodotto su di me, e voleva discuterne, mentre io continuavo a spostarmi da un punto all’altro delle pareti in preda a una golosità degli occhi incontenibile. Riconoscevo molte delle ballerine e dei ballerini, ma non tutti. Alcuni scatti li trovavo artefatti, ad esempio il dettaglio di un piede dentro una scarpa da punta di raso nera che danzava su un pavimento cosparso di petali di rosa. Altri erano vere e proprie tavole a partire dalle quali si sarebbe potuta tenere una lezione sul corpo umano. Altre ancora rivelano la sofferenza fisica che sorregge la danza, il volto di una ballerina appena uscita di scena dietro le quinte: una colata di sudore e rughe.
La Donnagatto si tolse la protesi e la lasciò cadere su una poltrona dicendo che quando era in casa si sentiva più libera senza. Osservai ancora una volta il marchingegno composto di silicone, plastica e metallo afflosciarsi sui cuscini, poi risollevai la testa verso quelle centinaia di gambe vere e in movimento. Non riuscivo a disincantarmi. La Donnagatto se ne accorse e si mise a parlare dei neuroni specchio: se guardi qualcuno compiere un movimento, mentalmente lo stai compiendo anche tu. Allora, in un certo senso, non perdi quella funzione, rimane viva dentro di te e può perfino darti le stesse emozioni che proveresti compiendola. Un po’ come succede con la pornografia, aggiunse, mentre tirava fuori dal frigo due succhi di mirtillo e lo sguardo concentrato di Amedeo Amodio sull’anta si avvicinava, sbattendo contro il muro, a quello torvo di Béjart giovanissimo.
Chissà se si era studiata le biografie di tutta quella gente prima di appenderne le foto, o l’aveva fatto solo in base al gesto o alla faccia che le piacevano in quel momento. Ripensai ad Aby Warburg, che aveva sofferto di un rilevante disagio psichico, ma non era stato questo a guidarlo nella costruzione di Mnemosyne, il suo atlante di immagini di opere d’arte, bensì una specie di filologia onirica, figlia sicuramente di una perdita, come ogni filologia è. Era la perdita della fiducia antica che nei corpi si manifestassero le passioni dell’animo, ma anche di una rinascita, carsica, di questa fiducia: che nei corpi si celebrasse, e consumasse, tutta la vita proprio nell’attimo in cui sembra che i corpi trascendano se stessi.
Ma se il corpo lo hai perso davvero e per sempre?
Ti tengono compagnia? le chiesi.
La Donnagatto ponderò la risposta, sorseggiando il succo viola che le tingeva le labbra, poi disse: no, non mi fanno compagnia. Lavorano per me, fanno quello che io non posso più fare, e così mi sembra di poterlo fare ancora, almeno nella mia testa.
E pensare che io avevo gettato le mie scarpe da danza, quelle di pelle e quelle in raso da punta, rimosso le foto dei saggi dalle cornici, cancellato tutto ciò che mi poteva ricollegare a quel mondo. Lei invece no, se ne era circondata, come di una selva di totem, i cuori in argento per grazia ricevuta dei santuari. Io avevo abiurato i miei idoli mentre lei vi si era convertita con l’entusiasmo di una neofita. Sapevo bene cosa c’era dietro quella sistina di danzatori e danzatrici che innalzava le pareti della sua casa in una spirale maestosa: la sete dell’infinito che è nei corpi, quella che io mi ostinavo a dimenticare. Ma nei danzatori è una sete che non si spegne mai. Ecco perché stare dentro quella casa rivestita dei loro corpi era come essere dentro un santuario illuminato da centinaia di candele.
Ripensai alla fatica che macera le fibre dei muscoli e le articolazioni, tendendole verso la perfezione effimera del gesto, e disincarna i corpi, li filtra da ogni scoria. Giorno dopo giorno i danzatori acquisiscono grammi di infinito, un po’ ovunque, dalla testa ai piedi. Avevo coltivato quell’Olimpo in terra da bambina e da giovane donna, me ne erano rimasti piccoli rituali: la maniera in cui disegnavo semicerchi con la punta delle scarpe o accompagnavo le rotazioni del collo all’arco delle braccia. Erano gesti che avevo fatto senza accorgermene. Ma da quando mi ero risvegliata con una schiena sorretta da viti e barre di titanio, non ero più riuscita a tollerarlo. Avevo bandito quegli Dèi festosi che sul sangue nascosto delle nocche dei piedi innalzavano sorrisi al cielo. Eppure, non per questo gli Dèi avevano smesso di esistere. Eccoli là.
Li conosci proprio tutti? Mi chiedeva la Donnagatto mentre io commentavo alcune foto.
Poi aprì il portatile che teneva sul tavolo della cucina e richiamò la mia attenzione. Guardammo insieme un video con un sonoro di pessima qualità, in russo con sottotitoli in spagnolo, sui più importanti ballerini fuggiti dall’ex-unione sovietica, Michail Barysnikov e Rudolf Nureyev. Ci perdemmo in una navigazione rabdomantica. Bastava cambiare di poco le parole chiave associate a qualche nome famoso e si trovavano i risultati più disparati, relitti di epoche che portavano tracce di diverse concezioni estetiche, delle mode che avevano trovato espressione in ballerini, gente di spettacolo, coreografie e scenografie che cambiavano. La stessa sequenza di passi disponibile a essere vista e rivista fino a convincersi di averla eseguita col proprio corpo.
È un vizio che mi porto dietro, tuttora. Comincio sempre col dire: ma sì, guardiamo un po’ cosa c’è in rete, e finisco per perdermi in ore e ore di navigazione. Ad aumentare la libidine per quel numero spropositato di balletti, prove, performance e interviste è la mescolanza di pubblico e intimo: registrazioni fatte per essere viste da tutti e altre di carattere più privato, finite comunque nel flusso della rete, nei collegamenti fortuiti che si inanellano come pedine di un gioco di ricomposizione. La disparità casuale di questi materiali produce un effetto di verità così forte che nemmeno un biografo pieno di stile e acume saprebbe rendere.
Un video con Sylvie Guillem è capace di farmi sentire la flessuosità delle sue mani e dei suoi piedi per ore. Non solo ci penso e li rivedo, li sento: come se lei potesse entrare nelle mie mani e nei miei piedi. Diana Visheneva mi ipnotizza perché non so nemmeno più se sia una ballerina o una mutante, in grado di trasformare se stessa in sostanze diverse: meduse, nuvole, cerchi volanti, una fenice che brucia e risorge di continuo. Ho, a dire il vero, un’ossessione per Rudolf Chametovic Nureyev. Passo da lunghe sequenze di assoli risalenti gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, alle fotografie d’infanzia color seppia che lo ritraggono con la madre giovane, di cui m’incantano il viso elegante, gli occhi intensi e allungati, il taglio affilato del naso che sarà poi del figlio adulto, riascolto le dichiarazioni sbruffone di lui, già ammalato e imbozzolato nella propria leggenda, che dice in inglese: “Non vedo nessuno starmi davanti”. In mezzo ci sono le sue coreografie divenute ormai storia, le sue due fondazioni, la linea di profumi e gadget intitolata 23 Quai Voltaire, indirizzo della sua residenza parigina, il tour virtuale della medesima, il giovane amante tedesco la cui importanza nella decisione di scappare dalla Russia è emersa solo di recente, gli insulti lanciati alla sua amica a direttrice dell’Opera del Metropolitan di New York, gli occhi che sorridono, la faccia segnata degli ultimi anni, lui nudo su una moto d’acqua a Li Galli, lui nudo e giovane (sesso magnifico), il taglio sul labbro destro superiore che non ho mai saputo come se lo sia procurato ma è ben visibile su una carta d’identità, i video in cui fatica a reggersi in piedi eppure vuole danzare ancora su un palcoscenico, le mani che volteggiano mentre parla, la mitologia tartara, la passione. La Passione. L’Impudenza e il Narcisismo. La Grazia e il Talento. Il Talento anche nel morire. Sfrenati.
Mi colpì che la Donnagatto avesse appeso sul frigorifero la stampa di una fotografia in cui Nureyev provava insieme al ballerino francese Kader Belarbi il Prelude à l’aprés-midi d’un faune: entrambi inginocchiati, in posizione simmetrica Kader col vestito di scena, Rudolf magrissimo e già malato, si guardano intensamente. Il maestro cede al più giovane la parte del fauno, è un passaggio di testimone commovente.
Credi che sia stato suo amante, mi chiese la Donnagatto, mentre scrutavo con attenzione quell’immagine. Le risposi che non ne avevo idea, ma che da qualche parte avevo letto dell’insaziabilità sessuale di Nureyev. La Donnagatto sottolineò la mia frase come troppo libresca e un po’ rise, disse che nell’ultima biografia che aveva sfogliato un suo assistente o forse uno dei suoi massaggiatori diceva che in realtà Nureyev voleva fare l’amore solo con se stesso, con il corpo prodigioso in cui viveva. Eppure aveva amato anche altri esseri umani, commentai. Sì, forse solo altri corpi eccezionali che insieme al suo erano entrati in quella gara per la perfezione che assomigliava a una droga. Una droga, o il culto di una religione che come tutte le religioni deve tenere a bada la paura più grande, le dissi, pensando per la seconda volta che la sua casa assomigliava a un santuario.
Prima di andarmene le chiesi come fosse iniziata la sua mania per i danzatori. Mi rispose che era stato il suo primo fisioterapista a trasmettergliela, l’aveva portata fuori a cena e dopo a vedere un balletto di danza contemporanea, lì aveva capito che in qualche modo sarebbe potuta andare oltre la propria condizione fisica, almeno col pensiero, che poi è forse quello che fanno le migliaia di tifosi che ogni domenica si stipano in uno stadio di calcio, più o meno. E così aveva cominciato a seguire le stagioni del balletto a teatro, e a spostarsi in altre città per vedere coreografie e festival internazionali, a fare attenzione alle scuole e agli stili, ad appassionarsi alle biografie. Con internet le era venuta l’idea delle fotografie. All’inizio aveva stampato e appeso immagini prese dalla rete, ma dopo poco averle appese a causa della luce naturale o di quella delle lampadine la carta sbiadiva, l’immagine si sbrindellava. Allora aveva si era rivolta a negozi specializzati e collezionisti di fotografie, scoprendo tutto un giro di fornitori e di fondi di magazzino che risaliva all’epoca predigitale. Dapprima si era interessata solo agli interi, e via via ai dettagli, i piedi, le mani, le schiene. Quando si inizia a collezionare lo si fa quasi per gioco, in seguito diventa una cosa con una sua logica che ti sfugge quanto più ti domina. Adesso, comunque, non c’era più molto spazio per altro, disse indicando con il mento le pareti.
Ci ritrovammo entrambe a fissare la sua protesi sul divano.
La Donnagatto si girò versò di me e disse: quella non serve a niente.
E per un momento il suo volto sempre così calmo, con l’occhio destro leggermente più grande di quello sinistro, che le conferiva un’espressione enigmatica e a tratti bella, fu sul punto di crollare, insieme alle centinaia di fotografie appese. Una contrazione violentissima in cui stavano per piovermi addosso bicipiti, quadricipiti, ginocchia, piedi, bocche, orbite spalancate, e per la prima volta, forse l’unica, il suo dolore.

Alessandra Sarchi, “La notte ha la mia voce” (Einaudi Stile Libero)

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