Come si vestono i libri

L’occhio di Silvia Sereni ci fa osservare le copertine, partendo da “Il vestito dei libri” di Jhumpa Lahiri (Guanda) e “Un sogno del nord” di Lalla Romano (Einaudi).

Disegno di Giovanna Sereni.

Parafrasando Gertrude Stein, così come una rosa è una rosa, un libro è un libro. Prima di ogni altra cosa, nella sostanza, un testo da leggere. Ma ai più affezionati lettori, dell’entità libro, interessa anche tutto ciò che gli sta attorno, a cominciare dalla veste con cui ogni determinato libro si presenta. Molto spesso capita di venire attirati irresistibilmente da una copertina tra tante viste in libreria o altrove, anche a prescindere, almeno in un primo momento, dal genere e dall’autore. Su questo tema è uscito di recente da Guanda un breve saggio molto autobiografico della scrittrice di origine indiana Jhumpa Lahiri dal titolo “Il vestito dei libri”. Titolo pertinente: più che una coperta, ogni libro cartaceo indossa un abito, l’uniforme con cui si presenta al mondo. Questo di Lahiri si veste davvero con un pezzo di vestiario, o, per lo meno, con quello che a me pare, anche se non viene esplicitato, il dettaglio di un dipinto di Domenico Gnoli, il pittore specializzato nell’ingrandimento di trame di tessuti, di bottoni, di federe, di lenzuola e di altri oggetti di uso comune. In questo caso, un panciotto di tweed, perfetto per l’argomento in questione.

Parlavo di libro autobiografico perché giustamente la scrittrice parte della sua esperienza, dal rapporto più o meno felice che intrattiene con le copertine scelte dagli editori per i suoi romanzi e i suoi saggi. Prima di tutto, dice, è da notare come questo rapporto nasce squilibrato: «La copertina conosce già il mio libro (o almeno, aggiungo io, si presuppone che sia così, pensando a chi la copertina l’ha ideata), ma io non la conosco ancora». In ogni caso, la copertina giusta, dice anche, «è come un bel cappotto, elegante e caldo, che avvolge le mie parole». Va da sé che la copertina sbagliata è come un abito malfatto o inadeguato. Stiamo parlando, ovviamente, dal punto di vista di chi il libro l’ha scritto e non necessariamente ha collaborato alla creazione della copertina. Lahiri, per esempio, si trova spesso davanti delle sorprese. Come quella rappresentata dalla varietà delle diverse interpretazioni fornite dalle diverse edizioni di un suo stesso libro pubblicato in più lingue e più paesi. Ma il caso per lei più eclatante è stato vedere la copertina dell’edizione americana di un suo libro usata in Italia per il romanzo di un altro autore. Infedeltà dei libri! O meglio del loro vestito! «Credevo che quella copertina fosse stata fatta su misura, che fosse destinata ad appartenere solo al mio libro».
Da un punto di vista più generale, è un dato di fatto che, come dice la stessa Lahiri, ogni copertina, in quanto rappresenta un testo, è una forma di traduzione, non in altre parole ma in immagine, immagine che può essere illustrativa, fatta di persone, cieli, ambienti, paesaggi, pitture riprodotte ecc. o anche semplicemente grafica. Una traduzione che richiede un processo inverso a quello che riguarda i sogni, che sono fatti di immagini viste con gli occhi della mente, e che per essere raccontati necessitano di essere tradotti in parole. Non è detto che i migliori ideatori di copertine abbiano letto il testo dall’inizio alla fine, ma sicuramente hanno ricreato a modo loro il senso e lo spirito di un libro. Non sono la stessa cosa, libro e copertina, ma la seconda ha il fascino di un doppio, che come tale può a sua volta far immaginare al lettore interi mondi ancor prima che la lettura sia iniziata. Chissà, magari alcuni scrittori vedendo la copertina fatta “su misura” per un loro libro immaginano la storia che scriveranno dopo quella. Oppure fanno associazioni cui prima non avevano mai pensato. Lalla Romano, in un suo breve ma bellissimo testo dedicato alle copertine Einaudi, da cui Jhumpa Lahiri ha per sua stessa ammissione preso le mosse per il suo, racconta con la consueta ironia come il futuro editore Giulio Bollati (ai tempi collaboratore di Giulio Einaudi) commentò la copertina di un’edizione di “Tetto murato” della Romano stessa che riproduce una foto dell’autrice in tempo di guerra. “Bella donna!” aveva esclamato. E Lalla, essendo ormai passati anni da quella foto, annota tra parentesi: «Succede, ironia delle cose, di trovarsi invidiosa di se stessa».
Un’altra cosa che dice Lalla Romano, citata dalla stessa Lahiri, è che le riusciva «difficile amare un libro brutto (come oggetto) tanto più che spesso è tale perché vuol essere “bello”». A questo proposito è interessante notare che di brutte copertine, oltre che di belle, le librerie sono piene. E che oggi, spesso, vale anche per le copertine la legge che sempre di più vige per la scelta dei libri da pubblicare, cioè quelli che, almeno secondo le opinioni degli editor preposti, vanno incontro al gusto della massa dei lettori, e che quindi si prevede abbiano buon successo di vendite. (Non che una volta non funzionasse così, ma si direbbe che l’equilibrio tra pubblicare il libro di valore e quello che rende sul piano del conto economico sia sempre più sbilanciato a favore del secondo aspetto). Può accadere, quindi, che una copertina venga concepita più con l’intento di farsi notare, anche a scapito del buon gusto, che non quello di mirare al bello. Tra i libri brutti come oggetti, secondo il mio gusto, spiccano quelli che sembrano scatole di cioccolatini di basso livello, con dorature in rilievo, immagini scontate, tramonti da cartolina. Prodotti popolari? Certo, non c’è niente di male. Però, anche stando su questo piano, senza quindi guardare soltanto alle edizioni più eleganti, tipo Adelphi, per intenderci, basta confrontare alcune edizioni popolari di oggi con quelle di una volta. Da un lato, molti libri cioccolatino di cui sopra, dall’altro, per fare alcuni esempi memorabili, i romanzi della storica collana Omnibus di Mondadori, che si avvaleva di fior di illustratori come Giorgio Tabet, sorta di Norman Rockwell italiano, oppure i gialli, sempre Mondadori, illustrati da Carlo Jacono, per non parlare della storica collana mondadoriana Urania, che si avvaleva delle copertine firmate dal quel formidabile disegnatore di mondi fantastici che è stato Karel Thole. È il gusto, che cambia, ed è inevitabile, anche perché spesso pesa il condizionamento economico. Resta il fatto che una bella copertina, come la bella rosa, fa sempre piacere.

Silvia Sereni

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