Il corso di scrittura
di Elena Varvello #33

«Sentire che non esiste altro se non quella persona che ha fatto capolino dall’oscurità – un personaggio – e che, per qualche ragione, ha cominciato a prender vita, a vivere la propria vita».
La 33° puntata del corso di scrittura di Elena Varvello su “Ho un libro in testa”.
Elena Varvello insegna Storytelling presso la Scuola Holden. Il suo ultimo romanzo è “La vita felice” (Einaudi).

Foto di Oliver Thompson.

Siamo arrivati a un passo dalla parola fine, perché non c’è quasi più niente che io non abbia detto, quasi più niente che possa ancora aggiungere. Vorrei soltanto riavvolgere un po’ il nastro e ribadire certe cose – sento che devo farlo – in questo mio lungo saluto.

Ho cominciato da qualche giorno a scrivere una storia nuova e, come sempre, mi sembra di annaspare. Ho l’impressione di muovermi nel buio, una completa e a volte spaventosa oscurità, in una casa sconosciuta. Mi assale a tratti la paura che sia tutto un equivoco, che io non sia capace, che non sia mai stata capace, che fino ad ora si sia trattato di fortuna, che la fortuna mi abbia abbandonata e che non tornerà mai più. Non sto scherzando, e certamente non esagero.
In queste fasi della vita, scrivere può diventare un gran tormento, portarsi dietro un mucchio di domande e rivelarsi doloroso. “Se non dovessi più riuscirci, che ne sarà di me?” Ma c’è qualcosa che ho imparato e che vi vorrei dire nuovamente, senza girarci intorno, come se fossi in piedi su uno scoglio o un trampolino e non avesse senso restarsene lassù a pensare e non ci fosse un’altra soluzione, solo staccare i piedi e poi lasciarsi andare.

Lasciarsi andare, è questo quello che ho imparato, e mettere a tacere tutto quanto, durante il tempo che trascorro seduta alla mia scrivania. Sentire che non esiste altro se non quella persona che ha fatto capolino dall’oscurità – un personaggio – e che, per qualche ragione, ha cominciato a prender vita, a vivere la propria vita. Con la parola vita intendo proprio tutto: paure e desideri, sogni e ricordi, dolori, gioie, una famiglia, un paesaggio. Occhi per guardare il mondo e orecchie per ascoltare i suoni di quel mondo: il vento che fa sbattere un’imposta, il canto degli uccelli, il rombo di motore, il brusio della televisione, le voci degli altri. Lasciare che quel mondo emerga dall’oscurità, permettere che sia quello che deve essere, trascriverlo, tradurlo.
In qualche modo, incominciare a scrivere una storia vuol dire smetterla di essere noi stessi – con le paure e i dubbi e le domande – e diventare un altro, un’altra, e credere che sia importante, più importante, di noi che siamo lì a trascrivere, tradurre.

Non so perché succeda, perché debba succedere. Non so perché certe persone continuino a vedere certe cose emergere dal buio, perché non riescano a fermarsi. È il modo in cui riusciamo a dare senso a ciò che ci circonda e non ne conosciamo uno diverso? Probabile. Creare un altro mondo (intendo immaginarlo e poi trascriverlo) è una maniera per restare al mondo e per guardarlo dritto in faccia. Forse non siamo mai cresciuti e continuiamo ad aggrapparci a quelle storie che popolavano la nostra infanzia. Ma chiedersi il perché non serve a niente. Un punto di vista: è questo ciò che serve. Qualunque mondo stiate immaginando, dovete proprio sapere da quale punto di vista provare a raccontarlo.

Un’altra cosa che ho imparato è che la storia arriverà da sé, un passo dopo l’altro, se c’è un punto di vista, se c’è qualcuno che è emerso per davvero dall’oscurità (e sottolineo per davvero). La storia arriverà da sé perché saranno lui o lei a raccontarla, perché è la loro storia (e certo è anche la nostra, sempre, anche se in modo misterioso). Certi scrittori hanno bisogno di scalette, hanno bisogno di sapere tutto, o quasi tutto, prima di scrivere la prima frase, e questo va benissimo, è un’esigenza sacrosanta. Ma io confido nella persona emersa dall’oscurità e spero che mi porterà da qualche parte. Confido nella scoperta e nella sorpresa (anche se poi, durante il resto di ogni mia giornata, sento di nuovo la paura che non basti e vorrei essere capace di costruire una scaletta, organizzare, prevenire). Credo nei viaggi senza una meta certa. Confido nell’inaspettato.

Un personaggio, un punto di vista e le parole. Provate a immaginare queste cose come una luce che si accende in quella casa buia e sconosciuta in cui siete piombati. Ormai ci siete dentro. La luce illumina una stanza, o una porzione di una stanza. Un mobile, un oggetto, una fotografia.
Vi tocca andare avanti. Là dentro c’è qualcuno. La storia che state scrivendo è la sua storia.

In questo mio lungo saluto – mi piacciono i finali ma solo in ciò che leggo e in ciò che scrivo – spero che questo, nei giorni turbolenti che verranno, possa alleviare l’ansia e mettere a tacere per un po’ quei dubbi, quelle paure e le domande. Soltanto per un po’ sarebbe già abbastanza.

Da un certo punto di vista, quando qualcuno – un personaggio – emerge dall’oscurità abbiamo tutto quello che ci serve. Lo abbiamo già, senza saperlo.

Bisogna crederci, però. Bisogna crederci sul serio.
Ecco come comincia la storia di ogni storia. Comincia con una certezza che deve mettere a tacere i dubbi e le paure: là dentro c’è qualcuno.

Elena Varvello. Foto di Federico Botta.

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