Vanni Santoni racconta
“La stanza profonda”

Vanni Santoni spiega perché ha scritto “La stanza profonda” (Laterza). Un libro sui giochi di ruolo, una subcultura giovanile mai raccontata in un romanzo «che ha creato parti consistenti del mondo in cui viviamo».

Inizio a pensare che se, all’uscita di un mio libro, non venissi qui su Ho un libro in testa, ovvero nella stanza della non men che adorabile Chicca Gagliardo, qualcosa di terribile potrebbe accadere: così, eccomi a effettuare questo decisivo atto a un tempo fondativo e apotropaico anche per La stanza profonda, appena uscito per Laterza.
Seriamente parlando (ma, al di là del tono, è tutto vero), grazie anzitutto a Chicca per questo spazio, che ormai da anni è il primo in cui mi misuro, da solo e senza la guida di un intervistatore, nel tentare di prendere le misure all’oggetto su cui ho passato e sudato gli ultimi anni, e che ora mi trovo davanti, partorito e quindi autonomo e un poco straniante, in forma di carta e inchiostro di stampa (e, in questo specifico caso, marchio Gius. Laterza & figli).

La stanza profonda, dunque. Un libro che nasce da una telefonata, poco meno di due anni fa. Muro di casse, l’ultimo libro che avevo scritto per Laterza, era uscito da poco e stava già andando molto bene, così Anna Gialluca, sua direttrice editoriale, mi chiamò per dirmi, tra le altre cose, che si aspettava un altro libro. Avevo un sacco di progetti in ballo, ma con Laterza c’è un rapporto, cominciato ai tempi di Se fossi fuoco arderei Firenze, tale da far sì che, se loro mi chiamano, io mi fermo immediatamente e mi metta a lavorare per loro. C’era quindi da farsi venire un’idea buona per un altro libro. In scia a Muro di casse. Che si poteva fare? L’idea mi balenò subito davanti, prima ancora di riattaccare. Dove avevo del resto passato la mia adolescenza, qualche anno prima di trascorrere la prima giovinezza sottocassa ai rave? Ma a tirar dadi dietro a uno schermo del master. Giochi di ruolo: un’altra subcultura giovanile negletta, e a volte addirittura perseguitata ancorché meno di quella rave, e che, non meno della prima, era in realtà un’avanguardia. Un’altra subcultura che ha creato parti consistenti del mondo in cui viviamo, e che non era mai stata raccontata in un romanzo. L’idea, insomma, c’era. Mancava il libro. Capii che c’era da superare un primo problema. I giochi di ruolo e la free tekno avevano in comune la capacità e l’ostinazione di creare mondi altri, ma la free tekno era narrativa e spettacolare per sé. Se ti racconto una banda di matti che se ne vanno in cima a un colle sopra Sarajevo o in una centrale elettrica abbandonata fuori Barcellona, montano un muro di speaker di trenta metri e tirano su un baccanale che dura una settimana, è chiaro che, ti piacciano o meno i rave, tu li abbia vissuti o meno, ti sto già raccontando una grande storia. Coi giochi di ruolo è diverso. Dieci tizi che tirano dadi e appuntano numeri su fogli di carta intorno a un tavolo, non saranno mai spettacolari, visti da fuori. Non importa quanto ardita, ben strutturata ed emozionante sia la campagna che stanno giocando. Il gioco di ruolo, se vogliamo ancora più del rave, se non addirittura dell’esperienza psichedelica, lo si può solo vivere, ovvero giocare – per la sua stessa natura, pertiene pienamente al non descrivibile ma solo esperibile. Così, pur mantenendo una serie di scelte formali, anzitutto l’ibridazione tra romanzo, saggio, memoir e pastiche che aveva fatto la fortuna di Muro di casse, c’era la necessità di un approccio diverso. I personaggi non potevano essere semplici testimoni: bisognava entrare profondamente nelle loro vite, nel contesto in cui si muovevano, nella loro psiche. Nel far ciò, è sbocciato un intero, e inaspettato, nuovo filone: sono nati il mio master, Leia, il Silli, il Bollo, da Gli interessi in comune è riapparso il Paride, e via via che scrivevo, scoprivo che La stanza profonda andava a raccontare anche il passaggio del tempo e l’arrivo, lento eppure comunque improvviso, sorprendente, dell’età adulta, per un gruppo di ragazzi di provincia, e con ciò anche la dissipazione di senso, l’atomizzazione subita da quella provincia negli ultimi decenni. Una dissipazione che però veniva accompagnata dall’ascesa di una realtà nuova, che i giocatori di ruolo, col loro continuo tessere mondi, a ogni effetto anticipavano: una realtà in cui non è più tanto ovvio dire che il virtuale è “meno rilevante” del reale.

 

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Vanni Santoni (Montevarchi 1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015). È fondatore del progetto SIC, il cui romanzo collettivo In territorio nemico è uscito per minimum fax nel 2013. Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa Tunué. Il suo ultimo romanzo è La stanza profonda (Laterza 2017).

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