Il corso di scrittura
di Elena Varvello #32

«Noi descriviamo ciò che i personaggi vedono perché i nostri personaggi sono reali e vedono davvero».
La 32° puntata del corso di scrittura che Elena Varvello ogni mercoledì tiene su “Ho un libro in testa”. Elena Varvello insegna Storytelling presso la Scuola Holden. Il suo ultimo romanzo è “La vita felice” (Einaudi).

La copertina del romanzo "Stoner" (particolare).

La vita è il grande mistero a cui dobbiamo rendere onore: è questo quello che cerco di tenere a mente ogni volta che mi siedo a scrivere. La vita felice è stato il mistero di mio padre, della mia vita insieme a mio padre, ma in senso più ampio non c’è una sola frase, non c’è una singola parola a cui riesca pensare, ieri come oggi, se non alla luce di questa consapevolezza.
So bene che potrebbe non sembrare un consiglio pratico, eppure vi assicuro che lo è. Bisognerebbe non scordalo o perlomeno rifletterci un po’. Forse era questo quello che Carver intendeva dire quando diceva: “Niente trucchi, per favore”. Non solo questo ma anche questo. Perché una cosa del genere – la vita – non la si può mica affrontare ricorrendo a trucchi, non ci sono scorciatoie o scappatoie. Bisogna attraversarla con coraggio, punto e basta, un passo dopo l’altro, cercando di renderle onore, e la scrittura è il modo in cui noi lo facciamo – uno dei modi, certo: ce ne sono tantissimi. Che si tratti di un incipit, di un dialogo, di una descrizione o di un finale, non cambia niente, la musica è sempre la stessa e la luce di quella consapevolezza non dovrebbe mai spegnersi.

Tornando al tema della descrizione, vorrei insistere ancora per un istante sull’importanza di non considerarla come qualcosa che siamo costretti ad affrontare anche se non vorremmo, o peggio ancora come una parte inerte, statica, puramente “pittoresca” e decorativa, del nostro processo di scrittura.
Noi non descriviamo il mondo che un personaggio vede tanto per dare un tocco di colore o perché ci hanno detto che a un certo punto, purtroppo, la descrizione è necessaria.
Noi descriviamo ciò che i personaggi vedono perché i nostri personaggi sono reali e vedono davvero certe cose e allora non possiamo fare altro che riportare quello che vedono e soprattutto come lo vedono – riportare, in questo senso, è il nostro mestiere. In quei momenti, due cose entrano in gioco: il mondo stesso, l’universo visibile di cui parlava Flannery O’Connor, e lo sguardo di chi lo sta osservando, il suo stato d’animo, la sua condizione, i suoi ricordi, i suoi desideri.
Lo stesso paesaggio cambia di segno attraverso lo sguardo di due personaggi o di un unico personaggio in momenti diversi della sua esistenza.

Ho l’impressione – più onestamente, ho la certezza – che, per quanto riguarda la scrittura come per ogni faccenda umana, non esista la neutralità. Tutto è marcato dal nostro sguardo, ogni cosa è se stessa e insieme i modi in cui la percepiamo. Ecco il valore della descrizione, la sua ricchezza, il suo non essere statica ma, al contrario, sempre in movimento (ricordatevi che in una storia ogni cosa si muove o dovrebbe muoversi).

Considerate, ad esempio, questo passaggio tratto da Stoner di John Williams:

Era una giornata luminosa e l’ombra della Jesse Hall, sotto i suoi occhi, era avanzata quasi fino alla base delle cinque colonne che si stagliavano aggraziate e possenti al centro del cortile rettangolare. Una porzione del quale, di un color grigio-bruno intenso, era immersa nell’ombra. Oltre il confine dell’ombra l’erba invernale era leggermente rossiccia, coperta da una pellicola luccicante di un verde pallidissimo. Contro la ragnatela nera dei rami dell’edera da cui erano avvolte, le colonne di marmo brillavano di bianco. Tra poco, pensò Stoner, l’ombra striscerà anche su di loro, la base diventerà scura e le tenebre saliranno prima lentamente e poi sempre più veloci, finché…

Ovviamente, ho sottolineato quello che a me pareva più interessante. Si tratta dell’ombra, vedete, del modo in cui l’ombra avanza, ma non soltanto dell’ombra. È la vita stessa di Stoner ciò di cui si sta parlando, la vita che passa sotto gli occhi di Stoner.

Se scrivere è rendere onore alla vita, al suo mistero e alla sua complessità, questo rendere onore informa di sé ogni passo di ciò che scriviamo, ed è così, soltanto così, guardando davvero, che possiamo sperare di costruire un sogno vivido e ininterrotto, un sogno che valga qualcosa per gli altri, che viva di vita propria, lontano da noi, senza di noi.

Per questo scrivere richiede tempo. Ogni cosa che si voglia far bene, comunque, richiede tempo, a volte moltissimo tempo. Non ci sono scorciatoie né scappatoie.
Niente trucchi, per favore.

Elena Varvello. Foto di Federico Botta.

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