Nel Recinto di Alessandro Mavilio

Francesca Scotti ha voluto aprire il “Recinto” di Alessandro Mavilio, ed ecco che cosa ci ha trovato. Il Giappone come uno scrigno pieno di tesori.

Lo sguardo di Alessandro Mavilio sul Giappone è sonoro e tattile. È poetico, poeticamente dissacrante, favoloso e suggestivo. Talvolta inquietante. Come inquietante è la sua capacità di riprodurre perfettamente il cinguettio di un semaforo di Shibuya crossing e di servirti un caffè napoletano in una casa di Kyoto. Da pochi giorni è uscito per Orientexpress il suo libro, Il recinto. Sguardi e riflessioni sul Giappone

Alessandro Mavilio, nato a Napoli nel 1974 dove per un po’ è stato “un pauroso ragazzino del Vomero”, il Giappone lo ha abitato, vissuto, studiato, attraversato. Ma da lui si è anche lasciato abitare, consumare, straziare e confondere.

Kyoto ci ha fatti conoscere e lì abbiamo condiviso il valore da attribuire a questo arcipelago: “il valore di un personale Posto delle fragole dove andare per mettere in ordine le idee e per avere nuovi input creativi”

Come per Alessandro anche per me il Giappone non è stato un territorio mitico nell’infanzia e nell’adolescenza. Siamo cresciuti senza l’amore per i ninja o i samurai, i manga, gli anime, le geisha e i robottoni. Nonostante questo ci siamo spesso confrontati su quanto il Giappone sia in effetti un luogo da sogno, laddove la dimensione onirica sta nel vivere quotidiano che offre tanto il bianco e nero dei film di Ozu quanto le sfumature acide del kawaii. Quotidiano le cui sfumature, pieghe e cicatrici non si prestano a essere afferrate e tassonomizzate. Il libro di Alessandro Mavilio presenta memorie e digressioni, dialoghi e suggestioni raccolti in questi suoi primi dieci anni di vita giapponese. Si intitola Il Recinto in virtù di uno degli antichi nomi del Giappone, Ottuplice recinto di pianura di canne, ma Recinto è anche la sensazione che si prova vivendoci a lungo: una sensazione di isolamento e di protezione, ribadita dalla posizione geografica e dalle peculiari caratteristiche della sua società.

Una domanda sconfinata alla quale ti chiedo di rispondere sovrappensiero: perché hai scritto un libro sul Giappone?

Il Giappone ha completamente riscritto me. Scrivere un libro sul Giappone è quindi stata la restituzione di un gradito servizio, il rispetto di un turno e di un’opportunità alla risposta. Adesso toccava a me.

Hai trascorso anni a registrare Kyoto, a filmare le sue strade. Poi è nata la tua DOEI Taoist Movies: cosa si nasconde (o si palesa) dietro a questa formula?

Io provengo da una generazione di ragazzi che avrebbe voluto “fare il cinematografo”. Il cinema di senso tradizionale è sempre stato il più grande sogno per me. Ma mentre io sognavo il cinema, il cinema stesso sognava altro, sognava e si dava alla televisione e a qualunque altro schermo. Arrivato in Giappone mi sono trovato ad anticipare il boom del video per il web mentre sperimentavo la più grande pulsione creativa e professionale della mia vita. Il Giappone stesso mi si offriva come il più grande teatro di posa. Dopo poco ho capito che “frequentare la strada” e “raccontare” sono un binomio inscindibile. Qualcosa si cela tuttora dietro il condensarsi di una strada e nel condensarsi di una riga scritta o di un flusso di immagini.

Il progetto DOEI Taoist Movies è il tentativo di riemergere da qualcosa, il tentativo di riguadagnare la superficie di questo qualcosa nel quale siamo tutti forzatamente immersi dalla nascita. Mi riferisco principalmente all’espressione di sé, al senso che diamo ai pensieri, a ciò che osserviamo (o registriamo), alla cultura di nascita e a quelle di approdo. Ecco, se posso mi interrogo spesso sul senso delle cose piuttosto che sulle cose, e con i cortometraggi DOEI ho potuto sperimentare a lungo.

Tu, italiano con la macchina da presa, quante volte ti hanno detto “Come Maraini – san?” e che significato ha avuto per te questo paragone?

Mi avranno paragonato a Maraini solo meno di una decina di volte, eppure ciò è accaduto con una tempistica molto particolare, compatta e frequente, direi. Devo dire che la cosa mi è capitata in tempi non sospetti, in tempi in cui Maraini non era ancora stato tradotto in giapponese ed era conosciuto solo da alcuni pochi. Invece quel sentirmi paragonato a Fosco Maraini ha scatenato in me una lunga serie di riflessioni e certamente ha contribuito all’idea di scrivere “Il Recinto”.

I libri di Maraini, in Italia, mi hanno sempre sfiorato in un tempo della vita, forse troppo giovane, in cui non potevo permettermi di comprare volumi troppo costosi. In Giappone ho potuto recuperare le occasioni perdute e ho studiato il personaggio e il suo universo con grande rispetto ed eccitazione. Sono certamente felice e onorato che il mio profilo possa somigliare al suo ma se c’è qualche reale somiglianza, a parte il “Ma” di Mavilio e quello di Maraini, spero lo possano scoprire i lettori.

Paese muto – finché non si conosce la lingua – Paese rumorosissimo appena la si impara: quanto viene sfruttato il potere della lettura compulsiva e quanto può raccontare un cartello che si incontra per strada?

L’incredibile e scarsa presenza di agenti delle forze dell’ordine in Giappone è certamente riscattata da… “agenti linguistici” appostati in ogni dove. Sicuramente una gran parte dell’ordine urbano giapponese è affidato a cartelli, un grande numero di cartelli che hanno tutti la particolarità di essere propriamente leggibili. La lettura compulsiva e la pronuncia ad “alta voce interiore” che i cartelli leggibili innescano (a dispetto dei cartelli iconografici e più muti in uso in Occidente) apre a implicazioni enormi. Ricordiamoci che ilGiappone è una cultura a lingua (parzialmente) ideografica e lo è solo per un mero caso geografico (influenze dalle vicine Corea e Cina). E comunque, da una cultura avvezza a pittogrammi e ideogrammi ci si aspetterebbe un naturale scivolamento verso il messaggio esclusivamente grafico. E invece in Giappone esiste e resiste una inaspettata dimensione della lettura a ogni costo. Io sono persuaso del fatto che se il Giappone avesse usato dal primo momento cartelli e moniti esclusivamente grafici sarebbe oggi un Paese molto più arretrato e selvaggio. Perfino noi stranieri facciamo di questa dimensione testuale una continua scuola di lingua e di educazione civica. Addirittura io trovo che nella lettura compulsiva e interiore di un semplice cartello giapponese si possano ritrovare tracce del Logos, il Dio originale in forma di voce interiore e universale, morto dappertutto moltissimi secoli fa.

Vorrei raccontare un aneddoto. Fotografai un cartello in giapponese che mi sembrava contenere un errore e lo mostrai a un mio caro amico giapponese per sincerarmene. Lui guardò la fotografia e fece una faccia davvero disgustata. Il cartello recitava semplicemente “Vietato l’accesso ai non addetti” ma la posizione di alcuni ideogrammi era effettivamente invertita. Mi colpì il suo profondo disgusto, come se avesse visto una vera e propria blasfemia. E poi quasi per giustificare l’intera cultura tipografica giapponese mi disse: “Sai, deve averlo scritto qualche stranieraccio. Magari un cinese analfabeta… Ah, questi cinesi!”

Anche a Kyoto sento la mancanza di Kyoto.

Bashō

Affermazione indubbiamente struggente, ma che forse dice qualcosa sulla solitudine di questa città. Chi è Kyoto oggi che l’hai lasciata?

Kyoto è una città con una grande storia e un grande carattere. Quando ci sono arrivato anni fa non la trovavo particolarmente bella, non nel senso che noi italiani possiamo dare alla bellezza di una città. Scorci naturali, templi e tempietti incantevoli mi apparivano come bolle di bellezza antica e insuperabile ma disseminati in una città che nella sua modernità non mi appariva propriamente creatrice del bello. Il fatto che io sia particolarmente attratto proprio da bellezze impopolari è un altro discorso! Quando oggi mi capita di tornare a Kyoto, sì, la trovo più bella e curata che in passato, certamente in un senso di bellezza standard. Natura e Tradizione sono rimasti inalterati ma la parte moderna della città si è come aggiornata: mi riferisco a nuovi palazzi, nuovi marciapiedi, nuovo fermate per gli autobus più eleganti e funzionali.

Mi riconosco nel lamento di Bashō perché, in quanto napoletano, Napoli mi manca quando sono a Napoli. Ciò può accadere senza dubbio per tutte le città di grande carattere. Ma il fatto che in un verso di Bashō tanto breve il nome “Kyoto” (almeno in traduzione!) compaia ben due volte mi fa sospettare che il problema sollevato sia un problema squisitamente linguistico, toponomastico, di una nomenclatura storica che subisce una eccessiva culturalizzazione, generando eccessive aspettative perfino nel Maestro. Solo pochi anni fa Kyoto era assopita in un ruolo solo giapponese, e di tanto in tanto si concedeva a qualche straniero; oggi mi sembra sgomitare, aspirare a un ruolo turistico globale. E se una donna giapponese si mette una cosa in testa…

Soprattutto dopo lo tsunami del 2011 e la catastrofe della centrale di Fukushima i media italiani tanto hanno detto sulla sofferenza dei giapponesi, sull’assenza di lacrime e via così. In Giappone si piange? E cosa si piange secondo te?

Credo che i giapponesi piangano principalmente per amore, per l’amore perduto e per l’amore trovato; dunque le lacrime vengono fuori in contesti dove si è soli o al massimo davanti a un altro individuo. Non intendo dire che siano solo lacrime private, infatti vedo sempre qualcuno piangere, certo sommessamente, nelle stazioni, poco fuori i cancelletti, dove in genere le storie di amore per qualche motivo vengono troncate; e nei ristoranti, dove si piange – sempre sommessamente – per estrema commozione o per la felicità di un momento particolarmente romantico e promettente. Credo che per i giapponesi ogni altro terribile evento rientri nel meccanismo della società, dove non ci si percepisce soli e dove dunque si può confidare in una reazione compatta all’avversità.

Mi hanno anche sempre colpito i funerali! Specialmente i pranzi che si fanno nei Family Restaurant dopo le funzioni. Decine e decine di persone vestite a lutto che mangiano e ridono in mezzo ad altri avventori, non a lutto, spesso con musi tanto lunghi da farci immaginare mille funerali.

La lettura che dai del fenomeno sociale degli hikikomori è molto interessante. Cosa racconta questa rinuncia del mondo?

Nel libro espongo la teoria di una possibile positività del fenomeno “hikikomori”. Si tratta di un fenomeno collettivo di pupazione per il quale più di un milione di persone si è chiusa in casa, reagendo a una catalisi a molti di noi sconosciuta, e che certamente aspira a una metamorfosi personale o dell’intera società. Noi che siamo fuori della crisalide non possiamo far altro che interrogarci, e io credo che il fenomeno, pressoché pacifico e inattaccabile, dell’auto-reclusione ci possa fornire spunti interessanti per rivedere le connessioni di senso tra diversi elementi della società: il corpo, la propria persona, i propri diritti, la casa, la madre, il padre, la famiglia, la scuola, il posto di lavoro, l’ansia per il futuro, le sirene del mondo virtuale…

Buon giorno, Ohayō (Yasujirō Ozu, 1959)

Buon giorno, Ohayō (Yasujirō Ozu, 1959)

Hello Kitty, uno dei simboli del Giappone, è priva di bocca.
Yasujirō Ozu nel film Ohayō (1959) fa dire a dei bambini questa frase: “Gli adulti dicono solo cose inutili. Ben svegliato, buongiorno, ciao, che bella giornata vero?”
Quanto è difficile la comunicazione verbale profonda in questo paese?

Normalmente trovo molto difficile parlare di questioni profonde in Giappone, che siano personali o collettive. Credo anche di aver capito il perché ma non sono convinto di poter accettare questa condizione, probabilmente ed esclusivamente per un problema di indole personale: amo nuotare nel parlabile! Ma è pur vero che: l’intera società mondiale della comunicazione tende da anni a forme di discorso sempre più sospese e trasportabili; che il Giappone certamente è in testa a questo processo; che la lingua giapponese parlata, probabilmente, non si presta a mirabolanti evoluzioni e fini cesellature e che la sua missione sia tutt’altra e ancora misteriosa; che la società giapponese – comparata ad altre società simili e occidentali – funziona troppo bene e immediatamente per prestare il fianco a discorsi dove spesso “profondità” vuol dire “denuncia di qualcosa”… Probabilmente una certa mancanza di comunicazione verbale profonda vuol dire semplicemente che vi è al suo posto una “azione capillare e profonda”. Tutto ciò che non si comunica nell’intimità dello scambio filosofico è invece posto in essere al servizio duraturo di tutti. Forse è il vecchio problema di “forma e sostanza” per il quale il Giappone, che io chiamo “alchemico”, ancora una volta non rinuncia a nessuna delle due cose e crea invece “la migliore sostanza dalla forma comunicativa più economica”.

Che cosa ha scavalcato il Recinto e si è diffuso – e ben radicato – anche in “Occidente”?

Qualcosa. Qualcosa ha scavalcato i confini del Giappone e continua a diffondersi altrove. Ci ha impiegato secoli, ha aspettato che i più efficaci vettori fossero pronti, e se ne serve in ogni momento. La cultura americana espatria spesso con la sua temibile locomotiva democratica e i suoi vagoni colmi di concetti ormai inservibili, la Cina espatria e sinizza larghi scacchieri con il modulo del commercio e della mano d’opera, ahimè, pur disponendo forse della più grande e moderna Cultura del mondo. E il Giappone? Certamente è tra i Paesi più isolati: ha provato in mille modi a partecipare al mondo moderno. Io credo che lo abbia fatto con sempre crescente coerenza, miniaturizzando sempre più quando occorreva usare la materia e virtualizzandosi sempre più da quando il mondo ha preso a consumare l’immateriale. Non che ci veda un piano politico o una strategia di un qualche tipo. Io parlo di un’Entità, probabilmente ignorata dagli stessi giapponesi.

Potrei anche dire che oggi il Giappone sia molto di moda, ma sarebbe un modo errato e… snob di definire la questione. Io credo invece che il Giappone sia stato finalmente interiorizzato a grandi distanze per quello che è: non un’ulteriore e diversa cultura esotica, bensì il paradigma per una migliore occidentalizzazione dell’Occidente. Finché è in tempo l’Occidente dovrebbe giapponesizzarsi! E certamente non alludo a kimono, katana e paraventi. Ciò che ci occorre del Giappone è il suo modo di essere occidentale.

In un certo senso è una Rivelazione.

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