Guia Risari ci racconta
Anne Frank

«La drammatica storia del XX secolo è un perfetto esempio di come si possa odiare l’altro e costruire una perfetta immagine del “nemico”, su cui concentrare ogni sentimento avverso».
Guia Risari ci spiega come e perché ha scritto “La porta di Anne(illustrazioni di Arianna Floris, Mondadori 2016)

Nel giorno della memoria, vorrei ripercorrere la strada che mi ha portato a pormi il problema del male, dell’odio razziale, del genocidio. È stata una strada lunga, un itinerario doloroso che mi ha condotta in molti luoghi e mi ha fatto capire tante cose. Lungi da me, però, l’idea che questo viaggio sia finito. Le domande restano e alcune di loro, temo, non avranno mai risposta.
Ho avuto la fortuna di crescere in una casa, dove il tema del rispetto degli altri era molto sentito. Nella libreria familiare, c’erano intere sezioni dedicate alla letteratura ebraica ed yiddish, alla storia degli indiani d’America e a quella degli afroamericani. Da quei libri ho imparato non solo l’esistenza di tante culture interessanti e pensieri alternativi, ma anche che non tutti sapevano vivere in pace e accettare gli altri, che esistevano l’odio, la discriminazione, la persecuzione.
A scuola, gli insegnanti difendevano la tolleranza e la convivenza pacifica e i nostri sussidiari raccoglievano testi che ci incitavano ad andare in questa direzione. Tra le prime poesie che imparammo a memoria ci furono Libertà di Paul Eluard e Prima di tutto l’uomo di Nazim Hikmet. La prima è un inno alla libertà, alle lotte e ai sacrifici necessari per mantenerla. La seconda, meno conosciuta, esprime la necessità di vivere in armonia con la terra e gli altri. Ci terrei a riportarla integralmente perché è forse uno dei canti lirici più generosi che siano mai stati scritti. Non vivere su questa terra /come un inquilino / oppure in villeggiatura / nella natura / vivi in questo mondo /come se fosse la casa di tuo padre / credi al grano al mare alla terra / ma soprattutto all’uomo. / Ama la nuvola la macchina il libro / ma innanzi tutto ama l’uomo. / Senti la tristezza / del ramo che si secca / del pianeta che si spegne / dell’animale infermo / ma innanzitutto la tristezza dell’uomo. // Che tutti i beni terrestri / ti diano gioia, / che l’ombre e il chiaro / che le quattro stagioni / ti diano gioia, / ma che soprattutto, l’uomo / ti dia gioia.
Alcuni sostengono che la diffidenza, la paura nei confronti dell’altro siano una naturale reazione di difesa. Io credo che, se questo è vero, allora questa risposta di allerta, quest’eccesso di autoconservazione, vale per qualunque altro, indipendentemente dalla sua provenienza, dal suo credo, dalla sua religione e dal suo comportamento. E, se esiste, è solo un momento iniziale, che va superato e non incoraggiato, o peggio ancora, giustificato e nutrito di false idee sulla natura malvagia di chi non si conosce. L’altro non solo esiste allo stesso modo e con lo stesso diritto con cui esistiamo noi, ma, come sosteneva Martin Buber, è la sua esistenza che giustifica la dimensione dialogica, la relazione, il rapporto. Senza l’altro non ci saremmo neanche noi, la conoscenza del mondo e di noi stessi.
La drammatica storia del XX secolo è un perfetto esempio di come si possa odiare l’altro e costruire una perfetta immagine del “nemico”, su cui concentrare ogni sentimento avverso. È sempre in risposta a momenti collettivi e personali di crisi – c’è una nazione da fondare, un periodo di recessione economica da affrontare, un’identità da ridefinire, una sconfitta da digerire – che si costruisce l’immagine dell’antagonista. E a lui si attribuiscono tutti i mali del mondo, le responsabilità, i disagi, le colpe. L’antagonista è il capro espiatorio che si carica di ogni peccato e poi si distrugge per liberare la società dalle ombre e riportarla alla prosperità. È un processo illusorio, irrazionale, generatore di una catena ininterrotta di violenze, ma è stato questo il modo di procedere che ha ispirato il XX secolo.
È difficile spiegare tutto questo ai bambini e ai ragazzi, senza spaventarli o disgustarli. Ma è un compito necessario. Non si può lasciare che gli argomenti più scottanti siano ignorati, scoperti da sé o lasciati a presentazioni riduttive e demagogiche. Spiegare l’odio si può e si deve.
Il tutto, credo, inizia con una falsa di idea di perfezione. Un individuo, una società, una nazione o un insieme di paesi si presentano come i modelli esemplari di umanità. Chiunque differisca da questa norma è da mettere al bando ed eliminare. A questo scopo vengono mobilitate tutte le forze della società, le istituzioni, le leggi.
Quando si analizza la storia del nazismo si vede bene come la persecuzione di avversari politici, ebrei, rom, omosessuali, stranieri non fossero il frutto di un’improvvisazione, ma il risultato di uno sforzo ben concertato. Negli uffici, nelle scuole, nelle piazze, per radio, sui giornali, veniva ripetuta la stessa storia menzognera: sono loro i responsabili dei nostri disagi; se li eliminiamo, il nostro paese sarà migliore, le nostre vite più piene, il nostro futuro più radioso. Gli ideali della società nazista prevedevano disciplina, meccanicismo, bellicismo; un alto grado di burocratizzazione finalizzato alla soppressione di ogni diversità di pensiero e a ogni ideale umanitario. Gli altri non avevano spazio in questo quadro. Non solo; con le loro vite “malate” potevano contaminare gli altri, gli elementi “sani” del sistema, per cui bisognava eliminarli. Il genocidio nazista ha come unicum, rispetto alle persecuzioni precedenti, il fatto di essere organizzato su base industriale e di non avere un secondo fine – l’espropriazione dei beni, la conquista di un territorio, l’asservimento o la conversione dei soggetti – ma di essere un obiettivo in sé. L’obiettivo del genocidio nazista è la cancellazione di alcuni individui dalla faccia della terra. La gravità di un intento del genere non conosce uguali.
A scuola, come molti della mia generazione, abbiamo affrontato la questione dell’ebraismo, del nazismo e del genocidio con la lettura de Il Diario di Anne Frank e di Se questo è un uomo di Primo Levi. Il Diario, credo che colpisca per due motivi. Di solito, viene affrontato per primo ed è una lettura molto scorrevole. In fondo, si tratta del diario di una ragazzina con curiosità e preoccupazioni della sua età. Quel che lo trasforma in un documento agghiacciante è il contesto. L’autrice era perseguitata, passò più di due anni chiusa in un nascondiglio e alla fine fu deportata in un campo di sterminio e uccisa. Perché? Il Diario, con la sua forma accattivante, non lo spiega e lascia un vuoto, che può essere – anzi, è senz’altro – sconvolgente.
È a questo vuoto che ho pensato quando ho scritto La porta di Anne, a come colmarlo. L’ho fatto da ex-filosofa e da scrittrice. Sapendo che il miglior modo per spiegare non è far ricorso a una teoria, ma far parlare le cose. Ho scelto per questo di dare la parola a tutte le persone che hanno condiviso con Anne l’Alloggio Segreto: suo padre Otto, sua madre Edith e sua sorella Margot, Fritz Pfeffer, Peter, Hermann e August Van Pels. Ho scelto un momento ben preciso – le ore che precedettero l’arresto – e ho trascritto i loro pensieri sulla carta. Come tutti, avevano sogni, speranze, progetti per il futuro. Speravano che gli alleati sarebbero arrivati presto a liberarli. Immaginavano che un giorno non lontano quella porta, la porta del loro nascondiglio, si sarebbe finalmente aperta sul mondo e loro avrebbero potuto ricominciare respirare l’aria fresca e sentire il sole sulla pelle. Le notizie di Radio Londra erano incoraggianti. I tedeschi stavano perdendo la guerra: per il regime nazista era ormai partito il conto alla rovescia. Nella loro situazione, il peggior nemico era il disfattismo e andava combattuto con tutte le risorse disponibili. Bisognava lottare contro una realtà terrificante con il residuo di ottimismo e anche una buona dose di follia e autoinganno. Per questo gli abitanti dell’Alloggio segreto coltivavano le loro passioni con particolare impegno. Margot sperava di poter tornare in piscina e al cinema. Otto pensava a come sarebbero cresciute le sue figlie. Edith contava ogni cosa per fare rapporto a Dio. Peter s’impegnava nello studio per far fortuna. Hermann non vedeva l’ora di riprendere le sue passeggiate. Auguste pensava alle domeniche con le amiche. Fritz alla sua innamorata. E Anne? A cosa pensava Anne? Anne fantasticava su un futuro da scrittrice e componeva la trama di un racconto.
All’insieme complesso e irriducibile di otto persone che pensano, agiscono, gioiscono, soffrono e sognano, ho voluto contrapporre un’altra voce che apre e chiude il libro, quella di Karl Joseph Silberbauer. Fu lui ad arrestare Anne e i suoi compagni. Dalla vicenda, infatti, sorgono spontanee una serie di domande: che volto ha il male? Come si può perpetrarlo? Perché? Con che giustificazioni?
Nel capitolo iniziale e finale, dunque, parla Silberbauer che ha abbracciato l’ideologia nazista, abbandonando morale, compassione, ragionevolezza. È un uomo frustrato, debole, che si nasconde dietro le armi e l’uniforme, e cancella ogni umanità con un impersonale senso del dovere. Aderisce all’odio antisemita e obbedisce agli ordini senza sapere perché, ma con la fierezza di averlo fatto. Questo è il suo dovere; il resto – la sensazione di aver commesso un sopruso, l’amarezza, il ricordo – sono piccoli fastidi, da cancellare con un bagno bollente. Nell’ideologia nazista non c’è posto per la coscienza, la riflessione, il dubbio.
Spero che, per i lettori de La porta di Anne, questi elementi siano invece l’inizio di ogni cosa.

Guia Risari

Particolare di una pagina illustrata da Arianna Floris.

Un particolare del libro “La porta di Anne” di Guia Risari. Illustrazione di Arianna Floris (Mondadori).

 

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