Matteo Ferrario racconta
“Il mostro dell’hinterland”

Un romanzo che «parla di ciò che mi sta più a cuore, sia nella letteratura che nella vita. Della famiglia e dei danni che provoca, talvolta in modo inconsapevole. Dell’individualismo, uno degli aspetti peggiori della nostra civiltà».
Giovedì 28 maggio, alle 18.30, sarà presentato a Milano, alla libreria Il Mio Libro di Cristina Di Canio.

foto forestaFoto di Yiannis Theologos Michellis.

Il mostro dell’hinterland è il mio secondo romanzo, che esce a poco più di un anno di distanza dal primo, Buia, e per lo stesso editore, Fernandel.
Malgrado il tempo molto breve intercorso fra la fine dell’uno e l’inizio dell’altro, sono due libri diversi quanto immagino possano esserlo una primogenita femmina e un secondo figlio maschio e, se mi viene chiesto a quale dei due sono più legato, rispondo come un buon padre, dicendo che non sono possibili confronti.
Ma i punti di contatto non mancano, e forse il principale è rappresentato dai luoghi: l’hinterland a cui fa riferimento il titolo non è così lontano da quello del libro precedente. Si tratta dell’hinterland milanese in cui sono cresciuto, ma sono convinto che possa presentare elementi comuni alle cinture urbane di altre grandi città: un contesto ideale per far emergere alcune dinamiche sociali e familiari di cui mi interessa occuparmi nelle mie storie.
La voce narrante che riporta in prima persona questa realtà è del protagonista, Riccardo Berio, condannato all’ergastolo per un delitto orribile. Dopo oltre sette anni di carcere e al momento della messa all’asta della casa di famiglia, ultima sua traccia nel mondo esterno, quello di Riccardo è il punto di vista di chi non si è lasciato alle spalle niente, anzi, sotto alcuni aspetti è addirittura grato per il rifugio che gli viene offerto dalla detenzione, e racconta la sua verità con un tono divertito, liberatorio, senza risparmiare se stesso né gli altri.
L’umorismo è una chiave indispensabile del libro, in assenza della quale non mi sarei messo a scriverlo. Sotto certi aspetti, Il mostro dell’hinterland non è nemmeno un romanzo cupo, perché il punto di vista è di un uomo finalmente in pace con se stesso, almeno nella misura in cui la sua condizione glielo permette. Rotti gli ultimi vincoli col passato, anche dal chiuso della sua cella vede tutto con una lucidità senza precedenti. Anni dopo la conclusione di un processo in cui si era mostrato reticente fino all’autolesionismo, gli preme solo la verità e si mette a scriverla, nella speranza che sia l’unica cosa destinata a sopravvivergli.

La storia è liberamente ispirata a un caso di cronaca risalente a dieci anni fa. Non si tratta di uno dei più celebri, ma è probabile che leggendola a qualcuno tornerà in mente il quadro familiare, sociale e processuale di quel duplice omicidio: quello ai limiti del grottesco di un quarantenne orfano, nullafacente e senza relazioni, accusato di aver ucciso e fatto a pezzi gli zii residenti al piano di sotto di una villetta bifamiliare, che fino all’ultimo si sono goduti la pensione viaggiando e frequentando ambienti scambisti.
Questo contrasto paradossale fra la solitudine del giovane uomo e la frenesia erotica dei due anziani mi interessava anche più del dubbio tra innocenza e colpevolezza, e ne ho fatto la base da cui partire per la scrittura della mia storia, i cui personaggi hanno comunque una vita del tutto autonoma dai protagonisti della vicenda reale.
Se però qualche appassionato di “nera” si divertirà a riconoscerne le tracce nelle pagine del mio romanzo, la cosa non mi disturberà affatto, anche perché da lettore e spettatore mi è sempre interessato molto vedere il modo in cui l’attualità e l’immaginario collettivo plasmato dai media entrano talvolta nella narrativa o nel cinema. In fondo, gli aspetti più pubblici e mediatici di un processo sono materiale a disposizione di un narratore, al pari degli altri che usa di solito: il proprio sguardo sulla realtà circostante, vicende o parti di vicende che hanno visto coinvolte persone più o meno vicine, fatti che gli sono stati riportati in modo indiretto o semplice immaginazione.
La voce di Riccardo ha cominciato a prendere corpo dopo quei fatti tragicamente reali annunciati dai telegiornali durante l’estate del 2005, che si svolgevano in un’altra parte d’Italia, ma per qualche motivo mi sembravano vicini, perfettamente compatibili con i luoghi in cui ero cresciuto e con un certo lato di me stesso, quello che sente di poter fare a meno delle altre persone. Mi sono portato appresso per anni questa voce narrante, un po’ come era successo con quella del romanzo precedente, ma è stato solo lo scorso anno che ha preso forma la storia.
Non è una storia d’amore, ma questo non significa che non ne contenga una.

Il rapporto con Mara, controparte femminile del protagonista e legame così segreto che Riccardo sceglie di parlarne per la prima volta proprio nelle pagine di cui è composto del romanzo, dopo averlo tenacemente protetto per tutta la durata del processo, ha rappresentato anche l’occasione di vivere almeno nella finzione un’epoca e un clima per me affascinanti, anche nei risvolti musicali: la “Siberia” delle periferie italiane dei primi anni Ottanta, in cui gli spiriti più sensibili e insoddisfatti della realtà avevano a disposizione un’infinita gamma di suoni cupi e eleganti, più o meno elettronici, più o meno chitarristici, dentro cui rifugiarsi. Dark, new wave, synth pop: è questa la colonna sonora del romanzo, in cui tutto viene raccontato dal punto di vista di oggi, ma si è deciso molto prima.
Il mostro dell’hinterland parla di ciò che mi sta più a cuore, sia nella letteratura che nella vita. Della famiglia e dei danni che provoca, talvolta in modo inconsapevole. Dell’individualismo, uno degli aspetti peggiori della nostra civiltà, ma anche un lato di me stesso a cui non sono certo di voler rinunciare. E, infine, del potere di sopraffazione dei media, da cui faremmo meglio a stare tutti in guardia, anche se non abbiamo accuse di omicidio a nostro carico.

Matteo Ferrario

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