Il corpo del libro: la rubrica di Anna Castellari

Inizia un viaggio che ci porterà all’interno dei libri. Stiamo per entrare nell’opera della poetessa Silvia Salvagnini.

La rubrica “Il corpo del libro” si prefigge l’ambizioso traguardo di conoscere un ambito alquanto poco noto del fare libri: l’impaginazione interna. Da anni, al mio lavoro di redazione editoriale, affianco quello di impaginazione, per conto terzi o per progetti collettivi di cui faccio parte. Per questo ho avuto modo di scoprire in prima persona il potere delle parole, non solo nel loro significato semantico, ma anche dal punto di vista visivo.
Per inaugurare la rubrica ho deciso di partire dal lavoro di una bravissima poetessa veneta, Silvia Salvagnini.
A censire il fatto che sia “bravissima” nell’utilizzo della parola poetica non sono certo io, illustre sconosciuta benché attenta osservatrice, e da diversi anni, del mondo letterario, e in particolare poetico, ma il premio Roma Poesia 2007 a cura di Nanni Balestrini, la conquista del podio finale al Big Boat Poetry Slam del compianto festival Absolute Poetry di Monfalcone, a cura di Lello Voce, e la vittoria del premio Antonio Delfini, con la poesia laelefantevolante.

Sciorinati subito i nomi grossi della poesia contemporanea performativa, e l’ambiente in cui la poetessa viene apprezzata, veniamo al lavoro di Silvia.
La sua produzione è vitale, vitalissima. Mi chiama e mi dice: “Anna, oggi ho fatto un libro”. “Sai la novità…” le rispondo con il mio fare fintamente sarcastico, che lei interpreta sempre come pragmatico. “Sì, vedrai, ti piacerà, ci ho lavorato un sacco!” esclama come una bambina. E così mi spedisce via posta, o nei miei sempre più rari rientri a nord est, mi consegna tutta felice il pacchetto.
Il libro che ho scelto per questa rubrica, tra i tanti che Silvia ha prodotto in collaborazione con Mirko Visentin, è una produzione limitata, difficile anche da spiegare perché il funzionamento degli oggetti, si sa, è materia complicata, e perché questo libro ha bisogno di essere visto dal vivo e toccato. Per questo, abbiamo deciso di inserire immagini fotografiche, che non rendono certo l’esperienza tattile e visiva, ma aiutano.

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Silvia ha il pallino, oltre che del fare libri, dell’ecologia. E nei suoi testi il rapporto con la terra, con il prato, con il verde è sempre vivo e attuale. In questo libro si sente questo tema a partire dal titolo, Il giardiniere gentile. Silvia parte descrivendo “i giardini”, che sono luoghi da abitare, sono “teatri/pieni di musica sonante” e “il teatro è un prato/perché la musica abita dappertutto”.
Il testo poetico è breve, delicato, si insinua lievemente tra le pagine, quasi a chiedere scusa, parlando una lingua semplice e diretta. Quasi per bambini: e potrebbe essere un libro didattico, infatti.

“tutto intorno il silenzio/è la casa tranquilla/dove trovare delle note e dei semi/la bellissima scintilla”.

Così tranquillo, così silenzioso che

“I suoni/sono molto silenziosi// o servono orecchie fenomenali/lobi conchiglia…”.

Quei suoni, così delicati, così interni agli elementi naturali, sono udibili solo da chi è allenato. E chi, se non il “giardiniere gentile”? Quello che

“capisce che tutto serve/ all’andare bellissimo delle cose/lascia la formica camminare e il lombrico/muovere la zolla, non ha paura del rumore della talpa/della pioggia, sa che a volte non tutto va/come si sperava, ma lascia perdere e continua per la sua strada”.

Potremmo chiamarlo fatalismo, l’atteggiamento del giardiniere, ma è invece una straordinaria accettazione del mondo per come è, un vivere la terra e la natura che richiama Le bucoliche di Virgilio: così, il giardiniere è un Titiro dei nostri giorni, un personaggio in cui si identifica la giovane autrice veneta. È uno che

“ascolta come fanno rumore le foglie d’insalata, le fragole a spuntare/i fiori bianchi, l’uva spina quando le tocca con la punta delle dita”.

Ma in questa narrazione della realtà, narrazione densamente poetica, è la parte grafica, tattile, sfogliabile, a trasmettere il messaggio. Il lettore accarezza e sfoglia una pagina dopo l’altra, anzi una “busta” dopo l’altra, le apre e trova al loro interno, come magnifiche sorprese, elementi naturali. Sono i delicati disegni di Silvia, davvero artista a tutto tondo in questo, che si insinuano tra le “buste” attaccate fra loro che formano le pagine del libro.
Una cura e una precisione che testimoniano l’amore per il messaggio che l’autrice vuole trasmettere, con tanto di specifiche tecniche nel colophon: “Composto in carattere Perpetua corpo 13pt su 14pt e stampato in proprio nel mese di settembre 2013 su carta Modigliani neve della cartiera Cordenons”.
Mentre spuntano fiori in bianco e nero tra i fogli, mentre fanno quel rumore che il giardiniere sa ascoltare e il lettore attento sa cogliere, l’autrice-narratrice racconta:

“ho conosciuto il direttore d’orchestra/teneva stretta nella mano la bacchetta magica/e la muoveva come cavaliere la sua spada/ma non faceva guerra/muoveva invece l’aria”.

Così ci avviamo verso la scoperta del giardiniere-direttore d’orchestra, ed ecco che tra le pagine i fiori di Silvia diventano come note, su un pentagramma che fa loro da sfondo: la metafora acquisisce di senso e concretezza, e tutto grazie a un dettaglio, a un primo sguardo infinitesimale.

Infinitesimale, sì, e per questo forse non subito individuabile. Ma credo che quel dettaglio, per quanto piccolo, sia ben messo in risalto nella pagina; e soprattutto, so che i lettori, nella fattispecie i piccoli lettori (me compresa a quell’età), si concentrano molto proprio sui dettagli, su ciò che i “grandi” reputano spesso secondario. Vi si concentrano a tal punto da rendere quei dettagli più importanti del contenuto del libro, o quasi.
Ecco il senso del lavoro di Salvagnini. L’amore per il dettaglio, che da solo svela un intero universo, ma non solo: il dettaglio è inserito in un tessuto armonioso e preciso, proprio come le note di un’orchestra si compenetrano vicendevolmente. Così nella narrazione sono le immagini a parlare, facendo di questo libro un’opera leggibile a tutte le età.

foto 7Anna Castellari

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