La costruzione di un thriller

«Nessuna contraddizione, nessuna leggerezza è ammissibile». Vittoria Monforte ci porta dietro le quinte di “Maledetto il ventre tuo” (Vanda epublishing). Attenzione: Vittoria Monforte è uno pseudonimo dietro cui si cela un avvocato penalista.

foto thrillerFoto di Krystian Olszanski.

Milano, l’alba di un giorno d’inverno. In vestaglia e ciabatte, con un sacchetto di plastica, una donna anziana esce dal portone di un grande caseggiato nei pressi di piazzale Loreto. Ogni mattina, porta ai gatti del giardinetto antistante i magri resti della sua cucina e qualche frattaglia che il macellaio conserva appositamente per lei. Quei gatti sono da tempo diventati la sua unica compagnia; la loro riconoscenza, il suo unico conforto. Vederli accorrere numerosi, la riempie di gioia perché la fa sentire ancora utile in questo mondo. La donna siede su una panchina, i gatti si strusciano sulle sue gambe nude e magre. La nebbia imbianca i cassonetti della spazzatura, gli ippocastani spogli. Lei si chiude un lembo di vestaglia sul petto, è freddo umido. Strano, si sente osservata. Non dai gatti, intenti a spazzar via ogni residuo di carne. Si guarda intorno, nella nebbia riesce a individuare soltanto un senzatetto riverso su una panchina. Ma ora le foglie secche per terra frusciano alle spalle, la donna si volta: è un uomo giovane, massiccio. Si avvicina, c’è qualcosa nel suo sguardo, puntato su di lei, che le fa paura. Decide di rientrare, abbandona il sacco vuoto per terra, cammina veloce verso il portone di vetro del palazzo in cui abita, questione di pochissimi metri. Lui la segue, lei accelera il passo; l’uomo, dietro, fa altrettanto. La donna afferra le chiavi dalla tasca, non ha una borsetta; non ha denaro con sé.
Allora, questo sconosciuto cosa vuole?

La mano trema mentre apre il portone, lo richiude appena in tempo. L’uomo spalma le mani e la faccia sul vetro. Lei prende l’ascensore, si barrica in casa, si affaccia alla finestra che dà sulla strada: lui è ancora lì, si muove avanti e indietro per il marciapiede, forse in attesa che qualche ignaro condomino gli apra il portone. La  donna chiama la polizia. L’uomo, un venticinquenne, viene fermato. Sarà rilasciato qualche giorno dopo.
Cosa voleva da tutte le donne anziane che, dopo, avrebbe cercato semplicemente per far loro del male? Me lo sono chiesta anch’io quando ho seguito il caso.
Chissà poi perché vi accenno a una vicenda completamente diversa dalla storia che racconto in Maledetto il ventre tuo? Forse perché mi ha offerto uno spunto, un germoglio di suggestione.
Quelle donne sole, che non ho mai visto, ma le cui fattezze e il cui sgomento mi sono immaginata attraverso le carte di un fascicolo, mi sono tornate spesso in mente, con l’insistenza di un’idea che esigeva di essere accolta e trascritta con le mie parole. Persone nel mirino di un predatore che approfittava di due condizioni a lui favorevoli: donne rese più fragili dalla vecchiaia.

È di questa violenza, ma non solo di questa, che parla il mio romanzo che, pur svolgendosi in Italia, non è collocato a Milano né in luoghi precisi e individuabili. Forse perché anch’io non appartengo a luoghi precisi. Per questo prediligo, nella narrazione, i luoghi interni, soprattutto reconditi, dei personaggi; i moti del loro animo, i meccanismi inconsci che sottendono le relazioni.
Non ho risparmiato crudezze e atrocità, perché volevo rappresentarli i delitti, non descriverli. Senza pudori e infingimenti. Calarmi io stessa, come il lettore in seguito, volta per volta, nello stato d’animo di un assassino, di una vittima, di un testimone comparso sulla scena del crimine. Scrivevo e sentivo dentro di me, sulla pelle, il terrore, la sofferenza. Vivevo la stessa tensione che, da prospettive opposte, avvertono la vittima e il carnefice.

La costruzione di un thriller è assai laboriosa perché richiede un’architettura complessa: nessuna contraddizione, nessuna leggerezza è ammissibile. Bisogna costruire indizi e moventi plausibili, vicende che scorrono parallele e che poi, per magia, quasi indipendentemente dall’autore, convergono.
La stesura dell’ultimo capitolo merita d’essere ricordata. Quel giorno ero con Giulia Valli, respiravo all’unisono con lei, l’accompagnavo con ansia verso la casa della madre. Ci sono entrata e con lei mi sono inoltrata per il lungo corridoio, trattenendo il respiro.
Poi ho sentito una chiave girare nella serratura del mio appartamento in penombra. Ho alzato le dita dalla tastiera del computer, il cuore mi batteva forte. Sono accorsa dietro la porta a passi felpati.
“Chi è?”, ho chiesto. Ma non ho avuto risposta. Dallo spioncino non scorgevo nessuno; le mandate, però, continuavano a schioccare lentamente.
“Chi è?”, ho ripetuto, stavolta a voce molto alta, per far capire che a casa c’era qualcuno.
“Sono il suo vicino”, ha risposto sorpreso il signor Parri “sto entrando a casa mia.”
“Mi scusi.” È stata l’unica parola che, per l’imbarazzo, la vergogna, sono riuscita a proferire.
Quando l’incontrerò per le scale, sul pianerottolo, come potrò giustificarmi?

Vittoria Monforte

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