Iacopo Barison: vi racconto “Stalin + Bianca”

Come nasce una storia? Magari in una notte di insonnia. «Scrivendola, però, mi sono chiesto più volte dove fosse il mio io, dove fossero, all’interno del romanzo, le mie caratteristiche di essere umano, la mia sensibilità». Iacopo Barison ci racconta la genesi di “Stalin + Bianca” (Tunué), uscito nella nuova collana di narrativa italiana diretta da Vanni Santoni.

Come molte altre storie, Stalin + Bianca nasce da uno spunto casuale. Sembrerò romantico, ma in realtà si tratta di semplice insonnia. Non riuscivo a dormire, faceva caldo. Probabilmente stavo guardando il soffitto. All’improvviso, mi è venuto in mente questo ragazzino con baffi enormi, che tutti soprannominano Stalin. Bianca, invece, è arrivata dopo ed è una specie di contraltare. I due protagonisti sono in realtà uno solo, si completano a vicenda. Questo è il motivo per cui nel titolo, anziché una semplice congiunzione, ho preferito inserire il simbolo dell’addizione. Era l’unica soluzione possibile.
La storia, poi, è venuta da sola, in modo molto spontaneo. Scrivendola, però, mi sono chiesto più volte dove fosse il mio io, dove fossero, all’interno del romanzo, le mie caratteristiche di essere umano, la mia sensibilità.
Finivo una scena, la rileggevo, a volte mi piaceva anche, ma cosa c’entravo io con la storia di un ragazzino di periferia, appena diciottenne, con problemi nella gestione della rabbia? Stalin vive in un quartiere degradato, dove i topi gironzolano per strada e le persone se ne stanno in casa, rintanate, depresse. Stalin sa picchiare, perde la testa, fa male agli altri. Cosa c’entro io?
Non fatico ad ammetterlo: sono cresciuto in un ambiente agiato, benestante, e non ho mai picchiato nessuno. Se ci provassi, sembrerei Woody Allen alle prese con un capo ultras. Il mio quartiere è fatto di villette a schiera e giardinetti pubblici, fontane con l’acqua potabile e zone barbecue. Il mio protagonista lo disprezzerebbe, direbbe che è una zona per privilegiati.
Infatti è vero, sono stato fortunato. Se ho potuto scrivere Stalin + Bianca, portarlo a termine con serenità e senza pressioni economiche, lo devo al mio status e al fatto che nessuno mi è venuto a prendere a calci nel culo, come forse avrei meritato, costringendomi a lavorare e a vedere come funziona là fuori.

Ho scritto il romanzo, prendendomi tutto il tempo necessario, e pian piano la figura di Stalin cambiava. Non era più la storia di un bullo di periferia, uno da cui guardarsi le spalle. A un certo punto, infatti, Stalin malmena il patrigno e scappa di casa con Bianca, questa ragazza cieca per cui nutre sentimenti profondi, mai confessati. Adesso era diventata una storia d’amore, lo spaccato di due adolescenti che fuggono da loro stessi, in un mondo ostile, disperato, che li ha disabituati ad accorgersi di quanto affetto e quanto bene permanga, sepolto dalle macerie, nascosto dal panorama.
Sono convinto, e qui lo ammetto, che ogni romanzo sia un romanzo di autofiction.
Infinite volte, ho provato le stesse emozioni di Stalin. Ho scritto un romanzo sulla rabbia perché ho passato gran parte della vita ad essere arrabbiato. Ho scritto un romanzo d’amore perché l’amore è una delle poche cose che conosco. Ho scritto un romanzo sul disagio, sui sensi di colpa postumi all’ira, dove Stalin perde la testa, malmena un ceffo che l’ha preso in giro e poi vomita sull’asfalto. Eppure non è una storia violenta, di ragazzini che si atteggiano a gangster – anzi, è una storia sugli attacchi d’ansia, su quel senso di inadeguatezza tipico dell’adolescenza. 

Ogni romanzo nasce da una traccia autobiografica, da un moto interiore. Anche i più assurdi, i più distopici. Anche i fantasy coi draghi e i nani e gli elfi. Anche la Bibbia – il primo, vero ansiolitico della Storia. E Stalin + Bianca vorrebbe spiegare, o almeno provarci, quanto vivere sia difficile, quanto l’ira nasconda una grande fragilità interiore, il timore perpetuo di spezzarsi dentro. In questo senso, Stalin + Bianca è un romanzo di autofiction.
Eppure, rispetto ad altre storie di formazione, la mia si ferma un po’ prima. Il processo di crescita dei protagonisti è vago, forse incompleto. Volevo ribaltare quel luogo comune secondo cui l’età adulta è un’oasi di pace ed equilibrio interiore. La rabbia giovane può durare tutta la vita, oppure eclissarsi, però non scompare mai. Conosco persone di mezz’età molto più fragili dei miei coetanei. Ora ho venticinque anni, e rispetto ai diciotto ho soltanto aumentato il mio grado di accettazione. Ciò che prima mi faceva arrabbiare, adesso riesco a liquidarlo con un semplice: “Ok, questa situazione fa davvero schifo, ma io cosa ci posso fare?”
Stalin + Bianca mi è servito anche a questo, ad approfondirmi come individuo, a non prendermi troppo sul serio. Ho capito, infatti, di essere un privilegiato. La mia fortuna mi ha permesso di pormi problemi che i miei genitori non hanno avuto il tempo di porsi. Problemi futili, astratti, riguardanti il mio mondo interiore. Non dobbiamo più combattere per un tatuaggio o un piercing, non dobbiamo nasconderci quando ci diamo un bacio, possiamo vestirci come vogliamo e comprare su Amazon e guardare i siti porno gratuiti. Siamo liberi di fare praticamente tutto. Questa libertà totale, assoluta, genera una specie di cortocircuito, che Sartre aveva individuato anzitempo. Lo stesso cortocircuito che impedisce alla mia storia di completarsi, lo stesso motivo per cui Stalin e Bianca non diventano mai adulti.

Iacopo Barison

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