Benvenuti a «Macondo», il libro fotografico su Márquez

Fausto Giaccone racconta per immagini il mondo dei libri di Gabriel García Márquez «e lo fa in maniera semplice ed epica insieme». Silvia Sereni ci guida nel viaggio.

Patio di una casa antica, Casa del Te Deum, della cittadina coloniale Santa Cruz de Mompox. Foto di Fausto Giaccone.Patio di una casa antica, Casa del Te Deum, della cittadina coloniale Santa Cruz de Mompox.

Sainte Beuve, autore che viene citato, per quel che ne so, soprattutto per dargli contro, aveva torto e Proust aveva ragione. Nel senso che è vero che un’opera d’immaginazione come quella letteraria non ha nessun bisogno di tutto un corredo di informazioni su quelli che sono stati gli accidenti della vita dell’autore. Tuttavia, il fascino di attrazione che i luoghi di uno scrittore, la sua casa, la sua famiglia, perfino i suoi abiti e il suo spazzolino da denti, esercitano sul lettore è tale che la sete di dettagli di ciò che sta dietro il libro amato è inesauribile.

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Nel “Museo romantico” di Barranquilla la macchina da scrivere prestata a Gabo dall’amico critico e giornalista Alfonso Fuenmayor del Gruppo di Barranquilla di cui Gabo faceva parte insieme agli scrittori Álvaro Cepeda Samudio, José Félix Fuenmayor, Ramón Vinyes, il giornalista e critico Germán Vargas Cantillo e il pittore Alejandro Obregón.
Con questa macchina Gabo scrisse il racconto breve “La tercera resignación”, nel 1947, il primo a essere pubblicato, sulle pagine di El Espectador.

Ecco perché “Macondo” di Fausto Giaccone (Postcart editore), fotografo di mestiere (nel senso alto della parola) e ancor prima di vocazione, è un libro necessario. Racconta per immagini il mondo dei libri di Márquez e lo fa in maniera semplice ed epica insieme. Non è un reportage dai luoghi deputati, e nemmeno un tentativo di ricostruzione fantastica. È piuttosto una scelta di volti, di figure, di angoli, di strade, di case, volta a raccontare la sostanza di un mondo. Quello che ha ispirato lo scrittore colombiano, la terra dove viveva e dove ha ambientato i suoi romanzi. Ci sono corrispondenze precise: la casa dei nonni, il cinema dove Márquez andava da bambino, la sua nana, la sua bambinaia ritratta all’età di 94 anni, i  fiumi e i villaggi dei romanzi, l’abitazione del giovane morto assassinato che ha ispirato “Cronaca di una morte annunciata”, persone della famiglia Márquez, la macchina da scrivere usata dallo scrittore per il primo racconto. Sono solo alcuni esempi.

Come scrive il critico Gerald Martin nell’introduzione del libro, e come ha sottolineato anche un altro estimatore di Giaccone, il critico e scrittore Bruno Arpaia, l’universo di Márquez è intensamente realistico e assolutamente magico. Nel senso che, come in tutti i grandi libri, la grande fantasia affonda le radici in qualcosa di totalmente reale. E questo, il libro di Giaccone, o, per meglio dire, il frutto del lavoro fotografico da lui prodotto nel corso di anni e di ripetuti viaggi nella Colombia caraibica, lo dimostra con grande evidenza. Chi non ricorda i pesciolini d’oro di Aureliano Buendía? O la scoperta del ghiaccio del primo famoso paragrafo di “Cent’anni”? O le rocce a forma di uova preistoriche della prima pagina del romanzo? Di tutto questo le immagini di Giaccone rendono conto. Tutte cose vere. Non è che Márquez se le sia inventate tirandole fuori dai suoi sogni. Si è limitato a raccontarle. Il punto è che sapeva raccontare da grande scrittore.
Ma le immagini di questo libro sono l’equivalente del mondo di Márquez anche in senso più profondo di questo. Perché lo stile di Fausto Giaccone che non cerca l’effetto, che privilegia la semplicità del bianco e nero, che coglie dei particolari pieni di significato, riesce a dare il senso di un tempo fuori dal tempo, in cui tutto è immutabile in quanto solido come la realtà, ma è anche destinato a decadere perché il tempo scorre implacabile. Però la pagina, come la macchina fotografica, qualcosa riescono a fare per tentare di realizzare un piccolo simulacro di eternità.
I volti, soprattutto, colpiscono, di questo libro. Figure di uomini e donne di cui si nota la gravità, la preziosa sostanza umana, come diceva Primo Levi. Perché il mondo di Márquez è fatto soprattutto di una galleria di gente della sua terra, uomini e donne di cui esplora l’umanità. Ma anche perché, come dice ancora Gerald Martin, un fotografo come Fausto Giaccone condivide con lo scrittore cui si ispira un profondo rispetto per l’umanità che racconta.

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Aracataca. La “Casa del telégrafista” è un piccolo museo nel villaggio nativo di Gabo che raccoglie una calcolatrice usata negli uffici della compagnia bananiera nordamericana United Fruit e altri oggetti provenienti dall’ufficio del telegrafo dove lavorò il papà di Gabriel, Gabriel Eligio García.

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Mompóx. Voliera nel patio della “Casa della cultura”, la più antica della bellissima cittadina coloniale, sulle rive del Rio Magdalena, dove Francesco Rosi girò nel 1987 alcune scene di “Cronaca di una morte annunciata” .

La foto di copertina è la casa dei nonni ad Aracataca dove Gabriel ha vissuto fino a 8 anni. Le foto appese sono della mamma Luisa Santiago, da ragazza e anziana.

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