Vanni Santoni: vi racconto i miei «Romanzi»

Mauro Maraschi intervista Vanni Santoni sulla sua ultima impresa: creare una nuova collana di narrativa italiana.

 

Vanni Santoni. Foto di Laura Albano.Vanni Santoni. Foto di Laura Albano.

Vanni Santoni è un autore coerente e mutevole. Da sempre interessato alla “coralità”, non ha paura di declinarla in ogni forma possibile, dal romanzo corale a quello collettivo, fino al fantasy. La sua ultima sfida è la curatela di una collana di narrativa italiana (si chiama “Romanzi” e sarà presentata ufficialmente al Salone del Libro di Torino) per Tunué, casa editrice da dieci anni specializzata in graphic novel e saggistica pop. Chiediamo a lui le circostanze di questo apparentemente atipico sodalizio.

L’idea è partita da Massimiliano Clemente, direttore editoriale di Tunué: dopo essersi affermata nel campo del fumetto di qualità, e specificamente nelle narrazioni ampie proprie dei graphic novel, aprire anche alla narrativa era un passo naturale per la casa editrice, che peraltro coltivava già un rapporto privilegiato con la narrativa italiana contemporanea, basti pensare agli adattamenti a fumetti di romanzi di uscita recente come Il tempo materiale di Giorgio Vasta, Uno indiviso di Alcide Pierantozzi o Canale Mussolini di Antonio Pennacchi. Per quanto mi riguarda, ho accettato l’incarico non appena ho constatato la passione di Clemente e degli altri di Tunué per la letteratura e la loro volontà di investire in una collana a forte impronta letteraria.

La prima uscita della collana è il giovane Sergio Peter con Dettato, che a quanto leggo sembra seguire le orme di Celati e Morelli. Come ti sei imbattuto in lui?

In realtà le prime uscite saranno due, in contemporanea, per dare subito una base forte, anche a livello di riconoscibilità generale, alla collana. Si tratta del succitato Dettato di Sergio Peter e di Stalin+Bianca dell’ancor più giovane Iacopo Barison.
Nel caso di Peter si può parlare davvero di una scoperta fortuita: il suo manoscritto era giunto in casa editrice e inizialmente accantonato poiché per impianto e struttura si presentava come un libro di racconti, mentre, come suggerisce del resto il nome della collana, cerchiamo solo romanzi (e brevi: sotto le 250, massimo 300mila battute, per ragioni di paginatura e dunque di prezzo di copertina, ma anche di identità) e dunque la redazione compie un normale lavoro di scrematura di tutto ciò che non è un romanzo, cosa indispensabile dato che arriva materiale di ogni genere – anche saggi, tesi di laurea o pamphlet politici più o meno balzani. Ho voluto tuttavia controllare il testo, e non solo vi ho trovato una scrittura sorprendentemente matura per un esordiente, ma soprattutto vi ho trovato un romanzo: ancorché organizzato per “quadri narrativi”, resi all’apparenza ancor più scollegati tra loro dall’apposizione di titoletti, Dettato era certamente un romanzo. Atipico, con la trama ridotta all’osso, quasi sperimentale, ma pur sempre un romanzo. E un buon romanzo: magari non commerciale, anzi per niente, ma sicuramente buono. Anzi, molto buono. Il giorno dopo chiamai Peter e gli comunicai che avremmo fatto il libro: sarebbe stato del resto assurdo piegarsi a vane logiche commerciali di fronte a qualcosa di relativamente raro come un ottimo testo. Ciò vale tanto più se si considera quello che è il ruolo naturale – “storico”, potremmo dire – di una casa editrice medio-piccola che decide di dedicarsi oggi alla narrativa: pensare di inseguire le tendenze del momento, o di puntare su titoli apparentemente “vendibili” a scapito della qualità, sarebbe una strategia folle in mancanza delle strutture distributive e di vendita dei grandi gruppi, che gli permettono, a volte, di “imporre” un libro (e aggiungerei che questa strategia dell’inseguimento del “lettore da un libro l’anno”, alla lunga, non ha pagato neanche coloro che almeno avevano le spalle abbastanza larghe per praticarla). Sono inoltre convinto che, in un contesto di generale crisi del settore e di sfiducia da parte dei lettori, sia necessario ripartire dai lettori forti, da quelli che leggono molto, offrendo qualità e uno sguardo su cosa succede nel sottobosco letterario vero e vitale del paese. Ciò ci permette anche, guardando le cose dall’altro punto di vista, di puntare sugli autori, di cercare libri magari acerbi o poco commerciali ma dove si intuisce un talento in nuce, che grazie al lavoro con persone più esperte può crescere e giungere poi, auspicabilmente, a dare qualcosa al campo letterario in senso ampio. È il caso di Sergio Peter, e anche di Iacopo Barison, che a differenza del primo non ho trovato sotto a un cavolo (o in fondo all’arcobaleno, vista la copertina che avrà il suo libro): avevo incontrato Iacopo anni fa su MySpace, dove promuoveva i testi del suo blog, e sapevo che stava covando un romanzo di grande originalità, che poi è diventato Stalin+Bianca.

Insieme a Gregorio Magini, nel 2007, hai ordito il SIC (Scrittura Industriale Collettiva), che ha prodotto il libro a 230 mani In territorio nemico, pubblicato da minimum fax nel 2013. Alcuni di quei 115 autori avevano esperienza, altri nessuna: l’occasione si è rivelata utile in termini di scouting?

Tra i 115 di In territorio nemico c’erano autori di ogni tipo: da chi scriveva per hobby o lo faceva per la prima volta, a scrittori e poeti già pubblicati, passando per intellettuali magari non specificamente dediti alla scrittura ma già attivi nel settore editoriale o della critica letteraria. I più, in ogni caso, erano alle prime esperienze o venivano da un’attività di blogging che non si era ancora concretizzata in una pubblicazione, e non escludo che un giorno possa giungere a Tunué, e da Tunué alla libreria, un romanzo scritto da qualcuno di loro. Che in quel gruppo ci fosse molto di buono è del resto già dimostrato, e non solo dal successo di In territorio nemico: già quest’anno, dopo il romanzo collettivo, alcuni di loro hanno pubblicato i loro libri “solisti”, sia con piccoli editori come Raffaello Ferrante con Orecchiette Christmas Stori, che con grandi gruppi, come è stato il caso di Aislinn con Angelize, uscito lo scorso autunno per Fabbri.

Quali sono i tuoi canali preferenziali per lo scouting? Quali riviste o blog letterari segui?

Ne seguo molti, ma li seguirei comunque dato che oggi sovente si parla di letteratura più e meglio in blog quali minima&moralia, Nazione Indiana, Le parole e le cose, Doppiozero o Carmilla (e questo stesso Ho un libro in testa), senza contare i tanti blog letterari individuali di grande interesse che tuttora esistono, di quanto non lo si faccia, per ragioni tanto di linea quanto di spazio, nelle pagine culturali dei quotidiani. Fin da quando ho cominciato a cercare autori mi sono mosso su tre canali: quello dei manoscritti che arrivano direttamente in casa editrice, un flusso continuo che possiamo oggi considerare decisamente fortunato, dato che ci ha dato Dettato, quello degli autori che mi vengono suggeriti da colleghi di cui mi fido e di cui conosco la competenza, e quello dei giovani autori che scopro in giro per la rete o su rivista, come è stato il caso di Iacopo Barison.

Non posso negare che ho provato un certo stupore quando ho saputo che la tua penultima fatica letteraria (Terra Ignora, Mondadori, 2013) fosse un fantasy. La collana “Romanzi” è aperta alle narrativa “di genere”?

Stupore condiviso da molti, all’annuncio, ma poi in parte rientrato quando si è capito che sotto la trama puramente fantastico-avventurosa, Terra ignota celava anche un discorso metaletterario di una certa complessità. Tra l’altro, poi, il mio percorso letterario è stato sempre multiforme: sto ancora sperimentando, basta guardare la mia bibliografia. Se tra i “generi” ho scelto il fantasy è stato perché dovevo al mio passato di giocatore di ruolo (e appassionato di fantastico non solo letterario) anche un passaggio in quei territori. Passaggio che si sta rivelando azzeccato, sia per i bei riscontri che sta avendo il romanzo, a cui è stato riconosciuto il merito di aver innovato il panorama del fantasy italiano, sia per la sperimentazione che mi ha permesso di fare, su due livelli: quello del pastiche, che ho potuto “testare” in un campo decisamente più circoscritto (e anche più adatto a esso, dato che il fantasy come genere ha radici dirette nel modernismo, che di tale tecnica fece ampio uso, portandola a nuovi livelli), e quello del “genere” inteso anche – semplifico – come territorio dove regna anzitutto la trama. Già adesso vedo, nella stesura dei miei nuovi lavori “non di genere”, quanto sia stata utile questa sperimentazione.
Detto ciò, per quanto io non creda nella distinzione manichea dei generi, e sia sempre pronto a pubblicare qualcosa se vi riconosco un valore assoluto, è pur vero che l’impronta che i primi due titoli hanno dato alla collana Romanzi di Tunué – giacché poi, in realtà, ben più della volontà demiurgica del curatore, sono i primi romanzi che include a conferire a una collana la sua vera identità – è quella di un deciso realismo contemporaneo, a elevato alto tasso di ricerca linguistica e formale, e anche i successivi libri su cui stiamo cominciando a lavorare seguono questa linea, sebbene sia ancora viva la suggestione del “quinto di sconfinamento” lanciata nelle precedenti uscite stampa.

Chiudiamo con gli esordi: Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2008) si può considerare il tuo. Cos’è cambiato da allora? Cosa aspetta gli esordienti Peter e Barison? Li hai messi in guardia?

Per quanto Gli interessi in comune abbia segnato il mio ingresso nell’editoria che conta, e dunque la possibilità effettiva di fare questo mestiere, continuo a pensare Personaggi precari come il mio esordio: fu con esso che per la prima volta provai l’emozione di vedere il mio lavoro in libreria, con esso che fui recensito per la prima volta (per quanto ciò avvenne su oscuri e ormai scomparsi blog individuali), con esso che per la prima volta parlai a un pubblico di quello che intendevo fare con la mia scrittura. Capisco che oggi la percezione di Personaggi precari possa essere quella di un libro della mia (relativa) maturità dato che l’edizione Voland, che tanti riscontri importanti sta avendo, è del tutto diversa da quella del 2007 e contiene per lo più testi scritti tra il 2008 e il 2012, ma il mio esordio resta quello. Al di là di ciò, possiamo sicuramente dire cosa non è cambiato: oggi come sette anni fa, e anche di più, il destino di un libro dipende moltissimo da quanto l’autore ci lavora anche dopo l’uscita. Ai tempi di Personaggi precari non mi rendevo pienamente conto di quanto fosse importante, specie nei primi mesi, presentare il libro in giro, mandarlo a giornalisti e blogger, seguirlo online, tenere i rapporti coi lettori sui social… Tutte cose che ho capito solo dopo, ma che ho ben spiegato a Peter e Barison, così che non ripetano i miei errori: i loro libri sono molto belli, ma il riconoscimento di tale valore dipenderà anche da quante energie metteranno a loro sostegno: è purtroppo finita, se è mai esistita, l’epoca in cui, portato il libro sugli scaffali, l’autore poteva riposarsi o pensare già al successivo.

Postilla: due parole sulla veste grafica

La grafica della collana è curata dallo studio Tomomot di Venezia. Fin da subito ho chiesto di ridurre al minimo gli elementi grafici, non volevo neanche immagini in copertina – pensa che il mio modello erano addirittura i quaderni scolastici neri degli anni ‘40, o la prima edizione del Processo di Kafka. Ovvio poi che tanta radicalità andasse stemperata, ma credo che la soluzione trovata da Tomomot lo faccia nel mantenimento dell’intento originario: quello di porre il testo al centro, senza fronzoli, hype o vani effetti speciali. Il simboletto che ogni libro ha in copertina viene altresì deciso dall’autore del romanzo, e fa riferimento a un qualche elemento di rilievo del medesimo.

Mauro Maraschi

Mauro Maraschi è nato nel 1978 a Palermo e vive a Roma. Si occupa di editing per Hacca Edizioni, per la quale ha curato insieme a Rossano Astremo l’antologia ESC, ed è socio di Caravan Edizioni. Fa parte della redazione della rivista letteraria Cadillac e, discontinuamente, dello staff di Pianissimo – Libri sulla strada. Ha pubblicato racconti su SettePerUno, inutile, Costola, Flanerí, Prospektiva e Nuovi Argomenti.

 

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