Jonathan Franzen VS Philip Roth

Prima puntata dello speciale dedicato a «Nemici di penna» di Giulio Passerini (Editrice Bibliografica). Trattandosi di un libro che racconta i litigi tra grandi scrittori, Giulio ha pensato di farci assistere, qui su «Ho un libro in testa», a una serie di match letterari. Con vincitore finale.

le_correzioniFoto di Emanuele.

Insultare le persone, come mamma e papà mi auguro vi abbiano insegnato, non è una bella cosa. Ma quello che mamma e papà non vi hanno mai detto è che insultare con stile si può e, talvolta, si deve. La prima regola per infrangere le regole è conoscere le regole, quindi impareremo dai migliori: per quattro settimane andremo a lezione dai più grandi pugili che il mondo della letteratura abbia mai visto. I vincitori si scontreranno poi fra loro in una serie di celebrity death match ai massimi livelli: chi sarà il più grande pugile letterario di tutti i tempi?

Primo match letterario:
Jonathan Franzen VS Philip Roth
(leggiamo da Nemici di penna. Insulti e litigi dal mondo dei libri)

Se i brontolii si potessero raccogliere come i punti del supermercato, Jonathan Franzen si sarebbe già portato a casa una batteria di pentole, una mountain bike, un forno a microonde, un weekend alle terme e una preziosa coperta in lana merinos. Nel frattempo ha messo da parte un National Book Award e una candidatura al Premio Pulitzer che lo hanno consacrato fra i più grandi scrittori contemporanei. Ma non si può negare che in fatto di brontolii resti un venerato maestro.

Come quando se la prese con Twitter, per esempio, «indicibilmente irritante» nonché «l’emblema di qualunque cosa io tenti di contrastare», per concludere definendolo «l’ennesimo e il più sconsiderato dei medium. Come scrivere un romanzo senza usare la lettera “p”», con buona pace di Perec (che invece su Twitter si sarebbe divertito moltissimo, potete giurarci).

E dai suoi brontolii non si sono salvati neanche i gatti (colpevoli dello sterminio di migliaia e migliaia di innocenti uccellini), gli ebook («una contingenza radicale di quel tipo non è compatibile con un sistema fondato sulla giustizia o su una condotta responsabile»), internet («non lascia niente all’immaginazione»), i blogger («sento la mancanza dei critici letterari tradizionali. Molto meglio avere cinquanta inflessibili recensori di quel tipo piuttosto che cinquecentomila strilloni incompetenti»), Oprah Winfrey («di bassa lega») e ancora le donne in letteratura, gli smartphone, i social network ecc. ecc. ecc.

Ultimo ma non per questo meno importante (anzi!), Philip Roth. Sì, proprio lui, il grande vecchio della letteratura americana, l’eterno favorito nella corsa al Premio Nobel, vincitore di svariati National Book Award, di un Pulitzer nonché di qualche centinaio di altri riconoscimenti nazionali e internazionali. Insomma, il punto di riferimento assoluto della letteratura americana dell’ultimo mezzo secolo.

Franzen non ha mai fatto mistero di detestare cordialmente il grande scrittore di Newark. In un’intervista rilasciata nel 2007 al Corriere della Sera ha dichiarato ad Alessandra Farkas: «Detesto l’autore di Pastorale Americana, perché non è affatto uno scrittore di talento e nei suoi libri parla soltanto di se stesso, non avendo nient’altro da raccontare. Non è vero che Roth è un misogino: tranne se stesso e suo padre, egli odia democraticamente tutti, uomini e donne, vecchi e bambini. Invece di pensare in modo ossessivo a vincere il Nobel, farebbe meglio a scrivere libri migliori». In un’altra intervista rilasciata alla Barnes & Noble Review, concluse così: «Per quanto posso dire, l’unico scrittore americano di cui a Philip Roth sia mai veramente importato qualcosa è Philip Roth».

Ma Roth, troppo impegnato a misurare l’abissale eterna oscurità della condizione umana, ha ben altro per la testa che prendere in considerazione un’ulteriore manifestazione del nostro mediocre destino. La sua reazione fu di una signorilità a dir poco esemplare. In occasione della pubblicazione dell’ultima collezione di saggi del suo giovane collega, Più lontano ancora, Roth, sollecitato dall’editore, accettò di scrivere un blurb promozionale per la copertina: «Ci sono circa venti grandi scrittori americani nella generazione successiva alla mia. Il più grande è Jonathan Franzen». Gioco, set, match, uno a zero e palla al centro.

Di fronte a una superiorità morale tanto smaccata, il povero Franzen non poté che ritirarsi in buon ordine, dichiarando in un’intervista successiva che Il teatro di Sabbath è stato per lui uno fra i cinque libri più influenti di sempre, precisando: «Ci sono intere parti del Teatro di Sabbath che si possono saltare tranquillamente, ma le parti grandiose sono grandiose sul serio».

Insomma, da una parte Franzen, che se gli sputi i semi d’anguria in spiaggia ti insulta. Dall’altra Roth, più dell’opinione di prendersela con la schiatta delle angurie tutte. Complice un’allocazione dell’odio più oculata, pace fatta.

 

E adesso il verdetto: chi ha vinto tra Franzen e Roth?
“Per manifesta superiorità morale, sprezzo dell’umana miseria e stile a carrettate, Philip Roth è il vincitore del primo match letterario di Hounlibrointesta. Alla prossima settimana! (ricordatevi di portare sali e spugne fredde per il vostro campione)”.

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