È nato gallizioLAB, un arsenale di scritture

Debutta “72 ore 20 minuti un pezzo”, il primo esperimento di libera scrittura a tema di gallizioLab. Ce lo racconta Filippo Pretolani, alias gallizio.

Pinot Gallizio, «Diario emozionale» (1964-'65).Pinot Gallizio, «Diario emozionale» (1964-'65).

La metto così: 3 persone su 4 che entrano in libreria ormai lo fanno per proporti i loro scritti, e alla domanda: cosa hai letto ultimamente? Rispondono spesso: niente, ero impegnato a scrivere la mia opera, che però è molto meglio di qualsiasi cosa lei abbia in vetrina.
Chiedo un parere a Filippo Pretolani, alias gallizio, che sta seguendo questo percorso con molta attenzione.

Gli italiani non leggono?
È che sono troppo impegnati a scrivere

Conversazione di Patrizio Zurru con Filippo Pretolani, alias gallizio

PZ: C’è un libraio in sala scritture?
gz: Non posso né confermare né smentire. Quel che è certo, Zurru, è che se ci fosse un libraio all’interno del gallizioLAB tu lo sapresti.

gallizio stai per aprire un laboratorio di scrittura. Cosa ti è saltato in mente?
Il gallizioLAB nasce dall’intuizione che le potenzialità del digitale non si fermino alla elettrificazione del libro ma dipendano anche e soprattutto dalla connessione delle scritture. La grande lezione dei social media è semplice e ovviamente durissima da accettare: la lettura non c’è più perché è in cortocircuito con la scrittura. Scriversi connessi e leggersi sono un tutt’uno.

Siamo tutti scrittori dunque?
Un fulminante esergo di Mario Pischedda recita proprio così: “E alla fine eravamo tutti scrittori”.
La sua è un’iperbole: io sono d’accordo, a patto di trasformarla in un più prosaico “e alla fine scrivevamo tutti”.

Stai ammiccando al self-publishing…
Autopubblicarsi è godere. Sì, sono convinto che il mestiere dell’editore non vada reinventato, ma ricalibrato.
Il gallizioLAB non è altro che una scorciatoia per chi scrive e vuole autopubblicarsi.
Finita l’epoca delle grandi narrazioni (faccio a brandelli Lyotard), restiamo al collo di bottiglia del frammento. La scrittura esplode, dilaga e si frammenta fino a diventare illeggibile, impubblicabile, impensabile per una edizione a stampa.
Gli editori sono spaventati, ma alla fine non c’è contraddizione: la lettura rimane un vizio d’elite e il libro non finirà mai. Anzi, si impreziosirà in un feticismo sempre più lussurioso. Certo è che i grandi numeri del fatturato si faranno non già inseguendo chi legge ma facendo ponti d’oro a chi scrive. Ecco. Ben lungi dal cedere alla tentazione di Santa Geremiade, Patrona d’Italia, come editori abbiamo pensato di fare un passo verso chi scrive.

Tu vedi torme di scrittori petulanti e in bulimia narrante. In odor di sacrilegio.
I barbari sono alle porte di Roma ma siamo noi.
Questa profanazione del tempio poteva e forse doveva essere evitata. Alberto Abruzzese ha felicemente intuito l’infelice scelta del libro agli inizi degli anni ’80. Con l’avvento delle tv commerciali il primo scacco al Re-libro è stato mosso. Al bivio, la cultura italiana (ma il discorso può ampliarsi quanto meno all’europa e alle comunità linguistiche più ampie) ha perso l’occasione di mettersi in gioco. Di mettere in questione il proprio ruolo egemone di detentore e ostensore della cultura e della conoscenza.
Avrebbe potuto cercare un dialogo coi nuovi media: con la radio, con la tv, con le emittenti private, insomma con tutti i grandi filoni di narrazione pop emergenti.

Invece non l’ha fatto, preferendo l’anatema: la tv è stata bandita dal regno della cultura, così come in questi ultimi anni lo sono stati Internet, i blog e ora Facebook, twitter e gli altri social media.

I barbari sono alle porte di Roma, dicevamo. Milioni di persone scrivono: scrivono ovunque, scrivono sempre e comunque, non hanno la minima intenzione non dico di essere scrittori (del resto non lo sono) ma nemmeno di essere scriventi.
gallizio LAB nasce proprio per accorciare le distanze tra le persone che scrivono e il loro audience naturale.

Perché gallizioLAB?
È un tributo al Laboratorio Sperimentale di Pinot Gallizio, cui più in generale è ispirato tutto il nostro progetto editoriale. Negli anni ’50 questo buffo signore di Alba scrisse un manifesto che immaginava una fiumana di contenuti che avrebbero paralizzato la funzione del valore. Nel suo caso erano quadri, rotoli di pitture industriale che vendeva al metro. Ma il suo folle ragionamento era già pienamente digitale: con la proliferazione del prezioso il valore scema. Gallizio anticipa bellamente tutto il digitale in quella che Goethe avrebbe definito una “fantasia esatta”.

In pratica
L’idea di fondo è che sia in atto la più grande operazione di scrittura della storia dell’Occidente. Milioni di persone scrivono, scrivono continuamente, scrivono ovunque. Solo che non sono ben consapevoli del fatto che… stanno scrivendo!
Il gallizioLAB vuole essere un modo concreto per abbandonare la scrittura pensosa, la scrittura religiosa, per liberarsi e librarsi finalmente in aria. Le sudate carte, lo scrittore pensoso sono una truffa. Scrivendo continuamente sui social media stiamo interiorizzando una elasticità affatto nuova, una capacità di contro-scrivere e replicare alla scrittura dell’altro (a quello che leggiamo, ma non diciamolo troppo forte) in tempo quasi reale. Ecco: il gallizio LAB è un arsenale di scritture.

Che cosa debutta oggi?
Lo chef propone un primo esperimento di libera scrittura a tema.
Si chiama: “72 ore 20 minuti un pezzo”.
Una piccola vessazione agli amici: ho voluto regalar loro un natale un po’ diverso.
Hanno ricevuto una mail che li esortava a regalarsi 72 ore di tempo per scegliersi 20 minuti tutti per sé. Una volta pronti, cioé nell’arco dei tre giorni utili, mi hanno dato il segnale e io ho spedito loro una traccia espressa concepita a uno a uno per ogni partecipante.
Da parte mia ci ho lavorato per tutte le vacanze di Natale, fino a oggi.
Il risultato oggi alle 15. Ma è solo l’inizio.

Anche se non puoi anticiparci oltre, che te ne è parso di tutto l’esperimento?
Un buon esempio di scrittura nonostante tutto. Ho voluto proporlo nonostante le feste, nonostante l’accidia, nonostante tutto nella convinzione che è inutile aspettare che ci siano le condizioni: per scrivere non ci sono mai le condizioni. Il punto è iniziare, vedere una direzione e una specie di obiettivo. Senza pensarci troppo. Venti minuti sembrano pochi, ma in tanti mi hanno detto che alla fine si sono rivelati un tempo congruo. Per qualcuno persino eccessivi.
Non è un concorso di bellezza per scritture, ma un cimento di elasticità e versatilità di chi scrive.

I prossimi passi?
La sperimentazione sarà più estrema: scrittura automatica, affinità tra le scritture e un super-autore che raccoglie gli scritti di tutti e si trasforma in supereroe su Facebook. In modo algoritmico, naturalmente. Sull’esempio di what would I say, un perfetto generatore di propri status su Facebook. Il nipotino di Tristan Tzara, l’epigono di Breton. Roba già vista, ma vederla funzionare ti assicuro che è un’altra cosa…

I tre prezzi in anteprima

 

Rocco Rossitto

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«La magnifica ossessione», foto di Rocco Rossitto.

 

Io non voglio fare lo scrittore, io voglio scrivere.

Devo aver iniziato presto a scrivere, ma ai tempi si faceva su carta, sui diari, su quaderni-diari che ci scambiavamo: non lo sapevo ancora ma avevamo creato una chat, con dei tempi molto lunghi. Sì, le lettere e gli amici di penna che non erano solo di penna. Erano amici che avevo conosciuto e con cui poi ci scrivevamo. Io non volevo fare lo scrittore e per fortuna ho scelto solo di scrivere.

Sì, le email: “Caro, carissimo, ciao, ok, ti dico subito che”. E anche le chat, quelle lì degli inizi. C6? Da dove dgt? E intanto continuavo a voler scrivere che parola scritta ha sempre fame. Ma più scrivevo più la scrittura era qualcosa che non era scritta, di cui non restava traccia. Aveva un titolo, un abstract, un link. Era una recensione, una storia, una tesi, un colphon. La scrittura volevamo dividerla, tra la carta piena di complessità sintattiche e il web con periodi semplici. E le pernacchie di sottofondo? Sì, le ho sentite pure io una volta. Quindi, su una cosa ho tenuto duro: non devo fare lo scrittore, devo continuare a scrivere.

Così qualcuno deve aver pensato quel che pensavo io: scrivere è scrivere. C’è poco altro da aggiungere, certe cose si scrivono, perché hanno quella forma lì, quella sostanza lì, ma la sostanza e la forma non coincidono con una forma e sostanza rettangolare, una copertina, un indice. Ormai la scrittura non esiste più, esistono le scritture e prendono la forma dei contenitori dove vengono inserite.

Non sono “liquide”, sono “scritture”.

– Io faccio la scrittrice

– E che scrivi?

– Soprattutto la lista della spesa

Ecco, io non voglio fare lo scrittore, voglio scrivere. Qualunque sia la forma, qualunque sia il supporto, qualunque sia il tempo. Una magnifica ossessione

@nonvedi

giallo acido

«Madeleine», foto di Mario Pischedda.

Se fossi un maschio, la scrittura sarebbe quella mano ossuta, per niente elegante, ma con le unghie laccate, che mi afferra il pacco.
Se fossi spaventata, me la ritroverei nel letto sotto forma di briciole e chiodi, ma lei rifiuterebbe di farsi pensare così e verrebbe a trovarmi mentre dormo, per farmi ancora più paura.
Se fossi una quarta di copertina, vorrei che fosse lieve, asciutta e non urlata, priva di fronzoli, eppure ricca, puntuale, qualcosa che possa essere messo in testa, come un cappello di lana e pizzo, o un’idea, soffiata a vetro, con forza, perché rimanga, finché qualcuno non spacca tutto.
Se fossi nella mia vecchia casa, avrebbe il sapore del camino e di ciocchi inesplosi e di liti esplose che andavano fissate, capite e scritte via.
Se fosse stata l’ultimo giorno di vita del mio amico, l’avrei usata per scrivergli un biglietto bellissimo a cui si potesse aggrappare nel suo viaggio. E l’ho usata, poi, per proseguire il mio, ancora infilata dentro carne mortale. E’ raro che si faccia usare, devo averle fatto pena. Deve aver preteso che capissi come non devono andare certe cose, anche se poi ci vanno, e ti resta solo lei e poco altro.

Se fosse stata dieci minuti fa, avrei detto che era il mio allungare il braccio attraverso una sbarra, ma già adesso non vedo sbarre, né braccia e penso che si sia annoiata, mi abbia lasciato, per un po’. A lei non piaccio mai quando esagero.

Se fosse il mio guardare basso, ora, racconterebbe di stivali che pestano fango e foglie perché al chiuso non so più stare, eppure ci ero riuscita così bene, in passato. E starebbe bene in questo tintinnare di monete e chiavi nella tasca, ma una moneta senza un jukebox è solo ferraglia e una chiave senza nome, non apre.

Quando ero piccola ha trovato il modo di farmi essere grande, ora che sono adulta, non grande, trova spesso il modo di farmi sentire piccola.

Suppongo sia questo che mi uccide. Suppongo sia quello che vuole.

Daniele Zito

a mare

«O mare di ogni età e di tutti i nomi», foto di Mario Pischedda.

Non leggere questo post,
leggi l’altro,
quello che ho appena cancellato,
quello che ho appena eliminato anche dal cestino.
Dai facciamo una prova.
Vediamo se questo tanto sbandierato culto per i lettori ha qualche fondamento.
Vediamo se siete tanto importanti quanto dicono tutti.
D’altronde non c’è libro senza lettori.
Non dite tutti così?
E un buon lettore è raro quasi quanto un buon libro.
Non dite tutti anche questo?
E’ talmente ovvio.
Dai, non t’intimorire.
Fa pure con calma, leggi tranquillo.
Non voglio metterti alcuna fretta.
Abbiamo tutto il tempo del mondo.
E sii obbiettivo, mi raccomando.
Fatto?
No?
Come dici?
E’ impossibile?
Ne sei assolutamente certo?
Orsù allora, lettore democratico: fa sentire la tua voce!
Leva i pugni al cielo, urla pure, sgolati!
più in alto perbacco! più in alto!
Ecco così da bravo:
spolmonati, spolmonati pure.
E adesso per piacere:
leggimi sta minchia.
E se proprio vuoi far qualcosa di utile per la società, va in biblioteca, cerca qualche classico russo, trafugalo come solo un lettore avido di letture sa fare, torna di corsa a casa e brucialo. Puoi usare qualsiasi cosa: fiammiferi, accendini, fornelli, il pensiero, non stare lì a sottilizzare, l’importante è che qualcuno ponga fine a tutto questo mondo di scritture e letture, altrimenti detto letteratura. Guardati: la letteratura ti ha devastato. Solo, deturpato dalla forfora, inadatto a sopravvivere, se ti dico balena pensi a Moby Dick, se ti dico ciocco di legno pensi a Pinocchio, se ti dico bravo pendio a Manzoni. Sei un disadattato, ammettiamolo pure. Quando hai letto il primo libro che ti ha spezzato il cuore? A nove anni? A dieci? A dodici? Cos’era? Il piccolo principe? Siddharta? La Allende?  Si inizia tutti così: dai libri leggeri. Uno li legge e pensa: cosa potrà mai farmi un libro? e intanto è già diventato un lettore. Passa qualche anno ed è già un lettore pesante, ossia un reietto. Niente sesso, niente felicità, niente gioia, solo libri. Roth. Foster Wallace. Coetzee. Munro. Carver. Hrabal. Bernhard. Tolstoj. Scommetto che casa tua è piena di pile di libri, vero? Me li vedo già: uno sopra l’altro, sui comodini, sulle librerie, sul pavimento, dappertutto. E tu, lì, in mezzo, nel tuo patetico tentativo di leggerli tutti, di capirci qualcosa. Beh, sai che c’è? Non c’è nulla da capire! E’ tutto un enorme scherzo crudele e infinito, la letteratura. Rassegnati.
Ragion per cui, ascoltami: entra a far parte della cospirazione dei lettori rei confessi, torna a far valere i tuoi diritti sui libri: bruciali e con loro brucia anche gli scrittori che di quei libri sono i mandanti manifesti. Sopra le loro carni in fiamme, fa come noi cospiratori catanesi: friggi arancini; o fa come gli antichi cospiratori shardani: sfida gli dei, costruisci enormi idoli d’oro e d’argento, mettici dentro i libri e buttali dentro i vulcani; o fa come i cospiratori vicentini: cuocili nel brodo assieme ai gatti. Insomma fa come vuoi, l’importante è bruciare.
E che dalle fiamme sorga la società dell’avvenire. Senza libri. Senza lettori. Senza scrittori. Senza fabbriche. Senza chiese. Senza dolore.


 

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