Davide Sapienza: la Terra è il mio corpo

«Guardiamo a Nelson Mandela. Guardiamo a Ghandi. I diritti dell’uomo si garantiscono completamente solo garantendo quelli di chi è responsabile della sua esistenza: la Natura».

Questo Ognidove è un augurio e un auspicio – non solo per il 2014, bensì per tutta la Vita che siamo e che sarà dopo di noi. Il filosofo e teologo Raimon Panikkar in Ecosofia. La nuova saggezza per una spiritualità della Terra scrisse:  «Nessun tentativo di ripristino ecologico del mondo riuscirà, finché non arriveremo a considerare la Terra come nostro corpo e il corpo come nostro Sé. Ma se nostro fosse inteso nel senso di proprietà privata e individuale, cadremmo in una deformazione del concetto. […] Vi sono movimenti che promuovono la ratifica di un Patto di alleanza con la Terra. Si tratta di un patto di fedeltà verso noi stessi».

Accade però che la nostra civilità, con pervicacia crescente, viva come normale la scissione tra il crescente numero di persone consapevoli della situazione e l’immenso oceano di esseri umani che, privati da ogni senso di responsabilità perché trasformati in macchine da consumare e che consumano, neghino prima di tutto a se stessi la gravità della situazione e dunque la dignità per affrontarla. La situazione è tale che tanti ego ingannati da specchietti per le allodole pensino che la vita si risolva solo nella propria cerchia ristretta, come direbbe Wilhelm Reich, del “piccolo uomo” allo sbaraglio che si sente in diritto di soddisfare se stesso inconsapevole di essere invece parte di una catena che dura da milioni di anni, di una comunità – la Comunità della Terra. Un perfetto caso di “denial”, di rimozione della psiche collettiva che non esprime una classe dirigente in grado di rivoluzionare la nostra governance e prima ancora i nostri valori, per occuparsi seriamente del più alto e importante tema che li include tutti: la vita sulla Terra ha diritti sanciti solo dall’uomo, despota predatore di questa Comunità di creature così meravigliosa proprio perché capace di prosperare nell’interdipendenza tra tutti noi.  Sarebbe anche un modo per tornare a camminare verso la vera Economia, che, ricordiamolo, deriva dal Greco (oikos), inteso anche come beni di famiglia, e νόμος (nomos) norma, quindi dei beni da amministrare.

Nel fondamentale volume I Diritti della natura. Wild Law (Piano B Ed), l’avvocato sudafricano Cormac Cullinan (che è tra gli estensori della carta di Cochabamba del 2010 e parte della Global Alliance For The Rights Of Nature di cui fa parte Diritti della Natura Italia) spiega cosa cambiare e come farlo, partendo da un approccio olistico, profondo, culturale, e scientifico-giuridico. Il problema più urgente, per come la vediamo in qualche milione di persone di tutto il mondo, è l’incapacità di riconoscere ciò di cui facciamo parte – la natura – e dunque i suoi diritti. Che a ben pensarci, sono i nostri. Se non si riesce a capire che “l’ambiente” non è una cosa  ma LA  cosa (l’utilizzo di questo vocabolo è freddo, inquietante, asettico), perché “l’ambiente” siamo proprio noi e se questa “cosa” non ha diritti seriamente rivendicabili e attuabili, la folle corsa all’auto soffocamento da CO2 alla quale stiamo partecipando, contribuendo (ma allegramente ignorando), finirà in un modo solo: non potremo più abitare il pianeta Terra.

La governance delle nazioni dominanti è indirizzata da potenti lobby e multinazionali, dunque la rivoluzione della democrazia deve passare attraverso la consegna delle sue chiavi a ogni componente facente parte della Terra: servono meccanismi automatici in grado di mettere noi cittadini in grado di rappresentare amministrativamente e penalmente, ma senza intermediari politici, il soggetto non umano offeso e presentarci a suo nome in tribunale. In Ecuador è successo, quando il fiume Vilcabamba ha sconfitto lo stato. A Pittsburgh, Pennsylvania, il fracking selvaggio è stato fermato in base a considerazioni precise e scientificamente (e giuridicamente) inoppugnabili. Condivido da molti anni il punto centrale di questa rivoluzione culturale, come cittadino e come scrittore, avendo dato più volte “voce” agli altri elementi della natura di cui faccio parte anch’io: elementi come l’acqua che di me non hanno bisogno, mentre io di loro ho bisogno, assolutamente. Eppure, io ho tutti i diritti e loro solamente “doveri”.

La visione antropocentrica, il dualismo cartesiano, hanno prodotto danni incalcolabili. Invece di affrontare i problemi alla radice (simbolico è l’atteggiamento della tecnica terapeutica dominante, che raramente lavora profondamente sulla persona, concentrandosi invece su una parte di essa, quasi mai quella profonda e interiore, come fa ad esempio l’omeopatia unicista), la psiche collettiva sembra avere convinto il corpo sociale che esso fa parte di un mondo a parte e che basta produrre e consumare per “stare bene”. Uno tra i mille esempi? Le emissioni di anidride carbonica sono troppo alte? Che problema c’è: si creano le “quote”, così le nazioni se le scambiano come i carri armati del Risiko. Le conferenze come Rio+20 sono un danno studiato in malafede: ne ho scritto l’anno scorso con chiarezza (vedi La Scienza Verde).

Insomma. I malati siamo noi, come ho detto varie volte (anche a Earth Day Italia). È una malattia profonda e va affrontata proprio come ogni malattia, che è il segnale inequivocabile di una necessità del “corpo” che ti chiede di cambiare stile di vita, essendo quello attuale non più sostenibile. Noi abbiamo solo questo pianeta e appare ormai evidente che se la Terra non sta benissimo, essa è comunque un organismo vivente, come la scienza ben sa dopo che James Lovelock ne rivoluzionò il pensiero con la teoria di Gaia. La climatologia spiega che le emissioni di CO2 aumentano sconsideratamente e che siamo vicinissimi al punto di non ritorno. Eppure, invece di ragionare seriamente sulla rivoluzione necessaria, invece di voler diventare protagonisti virtuosi di un cambiamento epocale (che creerebbe milioni di posti di lavoro in tutto il mondo), invochiamo produzione, investimenti, consumi, cemento, ferro e carbone da bruciare. Beh, io non voglio consumare più del necessario: voglio rispettare il più possibile il limite della mia impronta ecologica e ho “preso provvedimenti” personali. È un cammino dove si sbaglia anche in buona fede: ma è un cammino che va iniziato collettivamente, sistematicamente. Voglio rispettare la Terra che mi ospita, perché se l’Universo è la mia casa, la Terra è il mio corpo.

Per diventare virtuosi, dobbiamo smettere di insultare la classe dirigente: loro sono noi, il nostro specchio. Nutrire il virus per poi criticarlo è schizofrenico. Scrive Cullinan: “Thomas Kuhn ha postulato che il cambiamento di paradigma non avviene gradualmente, ma duranta una pausa di discontinuità rivoluzionaria che ha definito slittamento di paradigma. Un buon esempio fu l’abbandono dell’idea che il sole si muoveva intorno alla Terra (questa rivoluzione copernicana veniva considerata la prova che Dio ci aveva messo al centro dell’universo) e l’accettazione che la verità era l’esatto opposto. Non fu possibile passare per gradi da una visione all’altra perché le due concezioni erano reciprocamente incompatibili.”

Se pensiamo che solo il 10 dicembre 1948 a Parigi venne firmata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, mentre in USA la segregazione razziale era ancora la norma, possiamo capire che il percorso è difficile. Ma non è impossibile. Guardiamo a Nelson Mandela. Guardiamo a Ghandi. I diritti dell’uomo si garantiscono completamente solo garantendo quelli di chi è responsabile della sua esistenza: la Natura, di cui siamo parte,. Se non garantiamo i diritti di una mamma, non potremo garantire quelli dei suoi figli e il femminicido, simbolicamente e concretamente, dimostra quanto la pische collettiva sia malata di insicurezza, individualismo, irresponsabilità. Perché voler distruggere il “femminile” in definitiva significa volersi togliere la vita e la possibilità che essa possa continuare a esistere sulla Terra.

Il 21 maggio 2009 le chiese indigene rilasciarono una dichiarazione congiunta con la raccomandazione di riconoscere Madre Terra come soggetto giuridico e di ampliare i diritti umani sino all’inclusione di tutte le forme di vita: «Noi riconosciamo che il diritto alla vita non solo include gli esseri umani ma anche tutte le forme di vita come la Madre Terra che per noi è viva. La nostra spiritualità ci consente di vivere in maniera interconnessa perché sappiamo che tutto quello che facciamo può avere un effetto sul delicato equilibrio del mondo. Noi non separiamo la spiritualità profonda dalle lotte politiche». Il tema centrale è questo. Il resto verrà di conseguenza.

microcosmos

 

Vuoi commentare? Scrivici.