Tomoko Nagao: quel che non sapete sull’arte e il nucleare

La scrittrice Francesca Scotti ci porta in Giappone, per raccontarci una storia sul movimento formato dalle «madri contro il nucleare». Non usando le sue parole, ma quelle di un’artista che con opere colorate, fluttuanti, dà voce al conflitto interiore in atto adesso. «Abbiamo ancora i “kami”, i nostri spiriti divini?».

Collage immagini Tomoko Nagao

L’universo che dipinge Tomoko Nagao è fatto di colori accesi ed energie fluttuanti. È un mondo eccessivo ma non ridondante. I suoi quadri, nei quali mescola i riferimenti dell’arte classica alla Coca Cola e riporta i contrasti del suo Giappone, sono un’allegoria dell’era della globalizzazione.

Tomoko l’ho conosciuta per via di un mio racconto che cercava un’immagine (ma se chiedete a lei vi dirà che ci siamo incontrate per via di una sua immagine che cercava un racconto) e da allora non abbiamo più interrotto i nostri scambi. Scambi di idee, di leggende, di fantasie e di consigli. E da qualche tempo anche di città: le sue scelte di vita l’hanno portata a trasferirsi a Milano, la città che mi ha vista nascere e crescere; le mie scelte di vita mi hanno portata a Nagoya, la città giapponese nella quale Tomoko è stata bambina e adolescente. “Otomodachi” è il nostro appellativo, “amico” in giapponese.

Quest’estate, mentre io mi trovavo in Italia lei ha lavorato per una speciale mostra che si è tenuta a Nagoya, organizzata dal Movimento delle madri giapponesi contro il nucleare movimento operativo su tutto il territorio nipponico nato subito dopo il disastro di Fukushima dell’11 marzo 2011.

Questo autunno, mentre io mi trovavo in Giappone lei ha partecipato a una giornata di Live Painting a Milano per l’iniziativa Geotag, progetto di riqualificazione del territorio e alla coesione sociale nella zona di Via Crespi Termopili.

Per fortuna esiste la rete, un luogo dove siamo sempre sicure di incontrarci e nel quale possiamo chiacchierare annullando le distanze. E così, mentre la sua notte era il mio giorno, ho potuto farle qualche domanda sulla mostra di Nagoya Gaze and Feel. The Brilliance of The Life… Contemplate about The Future – che ha visto l’esposizione delle sue opere e di quelle di altre due artiste, Nonoko Kameyama e Toyomi Tanaka – e sul Movimento delle madri giapponesi contro il nucleare:
«Noi non abbiamo bisogno di nulla che minacci la vita dei nostri bambini… E vogliamo solamente proteggere loro e chi amiamo, e il futuro del Giappone».

Mama doesn’t need nuclear power in Aichi, Gifu: di cosa si tratta?

È un network che desidera proteggere la nostra vita e il nostro stile di vita e che si impegna in attività contro il nucleare. Ha sede a Nagoya (Aichi) e a Gifu.
Nagoya è una delle grandi città che si trova nel mezzo del Giappone. La Toyota ha sede a Nagoya e anche la Mitsubishi è nata lì. Le persone sono piuttosto conservatrici e di mente chiusa. Gli affari sono in cima a tutti i pensieri.
La gente, in cucina, usa uno speciale miso di soia, chiamato akamiso (miso rosso), per le zuppe e altre preparazioni…  Noi cresciamo con le confezioni di miso sempre nel frigo, e quindi tutti gli abitanti di Nagoya odorano di akamiso. Sono nata e cresciuta a Nagoya, dopodiché ho deciso di partire. Ciononostante cucino zuppa di miso tutti i giorni.

Mama doesn’t need nuclear power in Aichi, Gifu fa comunicazione sul nucleare e sulle alternative di vita usando l’arte, la musica e la poesia anche su Facebook; fa attività come dimostrazioni, incontri, eventi, mostre. Io ero particolarmente interessata alla comunicazione su Facebook – ma a me non piace la parte relativa a dimostrazioni o scioperi. In particolare ritengo che lo sciopero della fame sia troppo triste e cupo per comunicare nella società contemporanea. Questo non è il mio stile. A me piace comunicare in un modo che sia “contemporaneo”, perché se comunichi in altro modo i giovani non si interessano e non recepiscono il messaggio. Per questo non sono d’accordo con dimostrazioni o scioperi “vecchio stile”.

Nella mostra organizzata nel mese di agosto 2013 a Nagoya Gaze and Feel. The Brilliance of The Life… Contemplate about The Future quale messaggio volevi veicolare? 

Volevo comunicare qualcosa di semplice, e poi dare l’opportunità di pensare alla nostra società contemporanea attraverso la mia arte. Il mio target era composto dalle persone che non sono interessate alla politica o al nucleare, ossia quelli che non vanno alle elezioni. Ho messo in mostra le mia produzione artistica di stampe. La mia arte parla della società contemporanea usando la logica delle belle arti. Essa marchia le icone dell’arte classica, come Vlazquez, Botticelli, Tiziano, Latour, Leonardo da Vinci… il mondo prima del capitalismo e i simboli del capitalismo nella società contemporanea, come Coca-Cola, McDonald’s, Hello Kitty, Google, Nutella, Barilla, Cup Noodle, Bacio, Kikkoman…
Questo è un linguaggio globale e internazionale che tutti possono capire e che chiunque può riconoscere ovunque nel mondo. Io non sono solo contro di loro, ma sono anche cresciuta con loro e in qualche modo mi sento rassicurata perché non sono mai stata in un posto dove non ci sia la Coca-Cola, anche se non penso sia giusto. Sono quindi interessata a quello che possiamo vedere incrociando le icone dell’arte classica e i simboli del capitalismo.

Ho anche disegnato le eco-bag prodotta da Baby-cute, una società Internet giapponese che vende abbigliamento di importazione per bambini in Giappone. La maggior parte dei clienti di Baby-cute non sono interessati all’antinucleare. Volevo che conoscessero la mia arte e “mama does not need…” allo stesso tempo, questa è una nuova opportunità per “mama does not need…”. Credo che abbiano bisogno di giovani e una nuova impostazione per le loro attività se vogliono continuare.

E com’è andata?

Mi è sembrato che la gente abbia apprezzato la mia arte. Ma non ci sono stati tanti visitatori e ho avuto poco feedback. Credo che abbiamo fatto troppa poca promozione, avremmo potuto fare di più.

È difficile parlare di no nuke in giappone?

Si, lo è. È molto complicato e difficile. E quando parli di nucleare, devi trattare molti argomenti. Perché in Giappone l’energia nucleare è simbolo di capitalismo e di società contemporanea dopo la Seconda guerra mondiale, persa contro gli USA. Senza l’energia nucleare, non potremmo avere la società che abbiamo ora in Giappone.
Per prima cosa sembra che la gente non sia interessata al nucleare. Nessuno dice «ho paura dell’inquinamento radioattivo». A me fa paura più di ogni altra cosa. Avevo paura di comprare il cibo al supermercato, controllavo sempre l’origine dei prodotti. Compravo pesce da altri paesi e verdure dal sud del Giappone. Ma spesso si usa la dicitura “prodotto nazionale” per vendere.
Inoltre, il supermercato ha un corner dove vende verdure e prodotti di Fukushima per aiutare la popolazione a recuperare. Quando ne ho parlato con i miei amici loro mi hanno detto «Gli abitanti di Fukushima sono sfortunati, devi aiutarli. Tu non sei una persona gentile».
Una mia amica, maestra in una scuola elementare, un giorno ha scritto una poesia nel giornalino della scuola. Era vagamente antinucleare. Il preside l’ha ripresa, e le ha detto «Ti è vietato esprimere le tue opinioni politiche ai bambini». La poesia è stata cancellata e le è stato detto di non portare la eco-bag di Mama does not need nuclear power, Aichi, Gifu.

Ho voluto iniziare ad aiutare Mama does not need perché credo che la situazione del Giappone sia di emergenza per la vita, soprattutto per i bambini. In questo periodo molti bambini di Fukushima portano contatori di radiottività al collo. Inoltre devono controllare la loro salute frequentemente, per verificare se ci sono problemi alla tiroide. Alcuni bambini già li hanno. Sono preoccupata per il loro futuro, non credi sia un’emergenza?

Per quel che mi riguarda vorrei aiutare chi desidera fuggire da Fukushima. Ma non voglio aiutare a produrre niente a Fukushima e a vendere il cibo di Fukushima. I giapponesi devono comprendere e accettare che a Fukushima non bisognerebbe produrre nulla, perché così si diffonde ancora di più la radiottività. Rende solo tutto più triste e doloroso. E dobbiamo dare l’occasione a chi vuole di allontanarsi, non dovremmo permettere di stare lì e produrre.
Quando ho detto queste cose, uno dei miei amici ha ribattuto «tu vivi all’estero, sei un’artista, non puoi capirci. La nostra vita è con il nucleare, è impossibile farne a meno, sarebbe troppo difficile per la nostra economia».
Penso che molti giapponesi siano d’accordo con questa sua posizione. Sono preoccupati dalle conseguenze economiche del rifiuto del nucleare. E il primo ministro Abe vuole far ripartire il nucleare e avviare nuovi progetti economici per il Giappone.

Ora il Giappone ha l’opportunità di ospitare le Olimpiadi a Tokyo nel 2020. Il Giappone deve preparare un grande teatro per tutti. Dobbiamo fare ancora vittime, come cento anni fa? Cento anni fa abbiamo avuto la nostra Prima guerra mondiale, nel 1914, e il grande terremoto di Tokyo nel 1923, e dopo la Seconda guerra mondiale, dal 1939, e le Olimpiadi di Tokyo nel 1964. La situazione in Giappone ora è difficile come allora. È come nel film Kaze tachinu di Hayao Miyazaki. Ma l’arte parla sempre. Abbiamo ancora i kami, i nostri spiriti divini, in Giappone?

Le parole di Tomoko mi fanno tornare in mente una notizia, letta pochi giorni fa su «Japan Real Time»: nel mese di dicembre verrà proiettato in Giappone il documentario Metamorfosi del regista Jun Hori: Fukushima, una volta vista come uno dei granai del Giappone, dopo il disastro nucleare che ha causato la diffusione di una grande quantità di materiali radioattivi nei boschi e nelle le acque della prefettura in gran parte rurale, ha subito un’indubbia metamorfosi:

Come se Fukushima si fosse improvvisamente svegliata una mattina trasformata in una ripugnante creatura mostruosa, odiata ed evitata da tutti, non diversamente da quanto accaduto a Gregor Samsa, il protagonista del romanzo di Franz Kafka «La metamorfosi». 

Jun Hori

Vuoi commentare? Scrivici.