Gabriele Dadati: a cosa servono i libri

Gabriele si occupa di libri a 360° (come lettore, scrittore, editor, insegnante di scrittura…) e quindi ogni lunedì ci racconterà una delle mille cose che gli capitano: come lettore, o scrittore, o editor, o… Oggi ci parla del romanzo di Paul Harding «L’ultimo inverno».

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Una delle cose che sono finalmente riuscito a fare settimana scorsa – che è stata, per tanti versi, una settimana di disgelo post natalizia e di recupero dei pregressi (mi son messo in pari? Assolutamente no, questo mai) – è stato leggere il romanzo d’esordio di Paul Harding, intitolato L’ultimo inverno e pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2011. Quel che si dice un esordio fortunato: Harding ha infatti vinto nel 2010 il Premio Pulitzer, che a differenza dei maggiori premi nazionali nostri (Strega, Campiello) mostra una buona accessibilità anche all’editoria indipendente e un’assoluta ricettività nei confronti della bellezza.

Dunque, il libro è bello. Parla di un uomo nel suo gioioso (sì, gioioso) letto di morte. Si chiama George Washington Crosby e mentre conclude la sua vita in salotto (sì, il letto è messo in salotto), circondato dai famigliari, si lascia andare alle ultime ore di dormiveglia, tra coscienza e incoscienza, e si lascia scorrere dentro i ricordi di una vita. Anzi, di due. Perché dentro George non c’è solo il suo passato di orologiaio, ma anche quello di suo padre Howard, che faceva l’ambulante e che a un bel momento, grossomodo, ammattì. E poi ancora, da Howard, si risale di una generazione e si scopre la vita della generazione prima ancora e… e basta così, perché il libro è tutto fatto di incanto e di precisione, di capacità di istoriare una vicenda nell’altra, come nel legno, come nell’alabastro.

Detto tutto questo, a me del libro in sé interessa fin lì. E quindi, mi chiedete voi, perché ne scrivi? Non ti basta che sia bello, per raccontarcelo? No, non mi basta e non mi interessa. Perché il punto è un altro. Il punto è che questo libro mi ha detto di leggerlo un amico che si chiama Stefano Bernazzani (Stefano, che è una persona piena di dolcezza e di garbo, ha pubblicato tre libri dall’editore Mobydick. Se vi va, son lì, e si possono leggere, e ci si può cavare qualcosa di buono). E ancora, a dire la verità, Stefano non mi ha solo consigliato di leggerlo. Mi ha detto: stai fermo, non comprarlo, te lo regalo io. E ancora, a dire la verità: quando me l’ha dato, il 4 dicembre scorso, Stefano non me l’ha impacchettato, me l’ha portato un filo spiegazzato, me l’ha messo in mano e io ho capito che non mi stava semplicemente regalando quel romanzo, ma mi stava regalando la sua copia, quella che aveva letto lui. La sua copia personale di un romanzo tantissimo amato. Con, in fondo, segnati in colonna i numeri di pagina delle pagine che più l’hanno colpito.

E non vado avanti, tanto si è capito. Non ci vuole poi troppo a dare il peso a un gesto così. Perché, ancora una volta, e contrariamente a quello che la gente pensa, noi crediamo di avere a che fare con parallelepipedi di carta, cartoncino, inchiostro e colla, ma in realtà abbiamo a che fare con persone. Perché i libri servono a stare con gli altri, non a stare distanti. E sono un mezzo bello potente.

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