Francesca Scotti: venite con me a vedere la porta Rasho

Francesca Scotti oggi ci porta in un posto magico, dove risuonano gli sguardi dello scrittore Ryunosuke Akutagawa e del regista Akira Kurosawa. Seguiamola…

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Sono seduta all’ombra di una grande canfora nei giardini di Kyoto. Ho appena finito di leggere Rashomon e altri racconti di Akutagawa. Fa caldo e lo stagno alle mie spalle emana un odore palustre, verde. Chiudo il libro e mi accorgo di un gatto rannicchiato in una lanterna di pietra. Cerca il fresco.

Akutagawa si è convertito al cristianesimo, si è tolto la vita a trentacinque anni ed era contemporaneo di Kafka. È quest’ultima l’informazione che mi attrae di più perché, ogni tanto, il luogo in cui vivo mi sembra un pianeta più che un paese. Un pianeta dove tempo e storia viaggiano secondo altri ritmi rispetto all’Europa in cui sono cresciuta.

Un ragazzo occidentale, appesantito da un grosso zaino mi passa accanto, ci sorridiamo. I suoi occhi si posano sul mio libro.

“Ti sono piaciuti?”

Annuisco. È francese e si fermerà a Kyoto alcuni giorni.

“Io vorrei andare a visitare la porta Rasho, quella del racconto e del film.” Mi dice lui.

“Nel film però Kurosawa attinge anche al racconto Nel bosco, giusto?” lo anticipo.

So che stava per dirmelo. Lo so perché basta poco, tra lettori, per capirsi. E lui dev’essere di quelli appassionati ma con la tendenza all’insegnamento.

“Esatto. Ti va di venire con me?”

*

Ci troviamo all’imbrunire del giorno successivo, decidiamo di andare in bici. La porta non è vicino ma a quell’ora il caldo è sopportabile.

“Quando la costruirono, la Porta era splendida e grandiosa” mi dice lui. E io la immagino come quella del Nanzenji, dove ogni tanto mi rifugio a leggere e a guardare la gente in visita. Ma poi, nel dodicesimo secolo, divenne un posto poco raccomandabile, covo di delinquenti.”

Ecco, quest’immagine, invece, mi riporta alle storie di Akutagawa. Mentre pedalo penso al viandante della Kyoto medievale che si ripara sotto Rashomon in rovina. Penso alla vecchia che lì incontra, intenta a strappare i capelli dal cadavere di una ragazza per farne una parrucca. Il dialogo tra loro, il resoconto degli atti immorali compiuti dalle due donne spinte dalle necessità della vita.

Il traffico in strada è intenso, le bici possono andare sul marciapiede ma la gente cammina lenta, oppressa dalle temperature di agosto. Supero un uomo in giacca e cravatta, una donna in kimono che si protegge con il parasole. Tra i protagonisti di Nel bosco ci sono un bandito, la moglie di un samurai ucciso e lo stesso samurai che parla tramite una medium. I tre, davanti a un giudice del quale non si sentono le domande, si muovono accuse reciproche, narrando i fatti e l’omicidio seguendo la propria verità. Mi accorgo di come l’egocentrismo spesso porti a falsare la realtà, non solo quando la si racconta agli altri ma anche a se stessi.

Finalmente, dopo circa quaranta minuti, dovremmo esserci.

“Di qua” mi dice il mio compagno di viaggio. Passiamo per vie strette, accanto a serrande arrugginite. Finché ci fermiamo davanti a un piccolo parco giochi.

“Ma sei sicuro?”

Della porta non è rimasta più nemmeno una pietra. Solo una stele commemorativa ricorda la sua presenza.

Mi guardo intorno, cerco di immaginare. Lentamente chiudo gli occhi ed è come se le atmosfere dei racconti di Akutagawa prendessero il sopravvento cancellando autobus, palazzi, semafori pigolanti.

“Che silenzio! Nemmeno un uccello veniva a cinguettare fino a quel cielo sopra il bosco nascosto dietro la montagna. Solo le tristi ombre si muovevano dietro i cipressi e i bambù. Le ombre comparivano a poco a poco. Non si vedevano più i cipressi e i bambù. Ero steso là in mezzo al silenzio profondo”

 

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