Quanti passi ci vogliono per arrivare a Santiago?

Come può accadere che una mattina ti svegli e decidi di andare a piedi fino a Santiago di Compostela? Ce lo racconta Elisabetta Orlandi, autrice del libro Unmilioneottocentomila passi (Edizioni Paoline). Elisabetta non ha camminato sola: con lei c’era un bambino. Ascoltiamo la sua storia e guardiamo, foto dopo foto, il suo cammino…   UNMILIONEOTTOCENTOMILA […]

Copertina-Unmilioneottocentomila-passi

Come può accadere che una mattina ti svegli e decidi di andare a piedi fino a Santiago di Compostela? Ce lo racconta Elisabetta Orlandi, autrice del libro Unmilioneottocentomila passi (Edizioni Paoline). Elisabetta non ha camminato sola: con lei c’era un bambino.
Ascoltiamo la sua storia e guardiamo, foto dopo foto, il suo cammino…

 

UNMILIONEOTTOCENTOMILA PASSI. IO, IL MIO BAMBINO E IL CAMMINO DI SANTIAGO: ECCO DA DOVE SONO PARTITA
di Elisabetta Orlandi

Immagina di avere sette, otto anni al massimo.

Fatto?

Bene.

Adesso immagina che sia la mattina del tuo compleanno: appena apri gli occhi, balzi fuori dal letto e corri in cucina, dove ti aspetta proprio il regalo che sognavi. Lo vedi e strilli di gioia, è bello bellissimo, molto più di quanti immaginavi! E cosa fai? Beh, corri a raccontarlo a tutti, no? Ecco, questo libro è nato proprio così.

Ma andiamo con ordine.

Mi chiamo Elisabetta, amo leggere, scrivere, viaggiare. Sono una ragazza-mamma, e avevo un sogno: percorrere a piedi col mio bambino il Cammino di Santiago, dai Pirenei a Compostela. L’idea mi aveva sfiorata quando mio figlio era appena un bebè, stavo attraversando un periodo davvero duro e a quell’immagine – noi due, camminando nelle mesetas, e un cielo infinito attorno – mi aggrappavo come a un aquilone, sperando così di riuscire a sollevarmi al di sopra della pesantezza di certe giornate davvero grigie. Il mio bambino era bellissimo, io lo guardavo e pensavo: “Dai, piccino, cresci! Andremo a camminare, quando sarai grande!” Chiaro, per “grande”, intendevo “davvero grande”. Un ragazzo, insomma.

E invece, un bel mattino, mi sono svegliata pensando: “A Santiago! Ecco, l’anno prossimo andremo a Santiago a piedi!”. Detto, fatto. Ho iniziato a preparare il viaggio, ad organizzare quel poco che si può organizzare per “fare il Cammino”. E poi, l’estate successiva, siamo partiti davvero. Abbiamo camminato da St. Jean-Pied-de-Port a Santiago de Compostela, noi due, da soli: un bambino e una mamma attraverso boschi, pianure infinite, paesini grandi come un francobollo, città antiche e bellissime. Dimenticavo, mio figlio non era affatto “grande”, aveva appena finito la seconda elementare… Ma è stata l’idea migliore che io abbia mai avuto!

Camminando, assorbivo ogni particella della meraviglia che mi circondava: una bellezza semplice, quotidiana, ma profondissima e incancellabile. La sera, scrivevo. Poche parole, appunti chiari solo a me. Non volevo dimenticare neppure un istante, neanche un filo d’erba, una nuvola. Pensavo che, una volta a casa, avrei trascritto quelle note per mio figlio, perché da grande potesse ritrovare le tracce del nostro andare.

Però, mano a mano che passavano i giorni, cresceva in me la voglia di raccontarlo proprio a tutti, questo Cammino. Proprio come un bambina di sette, otto anni che riceve un regalo bellissimo e scoppia dalla voglia di dirlo al mondo intero. Perché quell’età? Per l’innocenza dello sguardo e la capacità di entusiasmarsi davanti all’inattesa meraviglia che ogni singolo giorno ci regala, per la semplicità con cui a quell’età si accolgono i doni e si restituiscono i sorrisi, per la fede incrollabile e non ancora scalfita nei propri sogni e per la capacità di fidarsi, di lasciarsi prendere per mano e attraversare mari e montagne senza paura. E anche per la consapevolezza – ingenua, forse, ma senza ombra alcuna – di essere creature fortunate.

Dunque, abbiamo camminato per quaranta giorni, siamo arrivati a Santiago, e ci siamo ritrovati entrambi con addosso il folle desiderio di rifare tutta la strada, di nuovo, a piedi.

Una volta di ritorno a casa, mi sono seduta a scrivere. E mi sono subito accorta che le parole non mi bastavano, non servivano a niente. Il Cammino era qualcosa di talmente grande e profondo che non riuscivo in nessun modo a farlo entrare in un foglio di carta. Perché io non volevo descriverlo, volevo scoprire un sortilegio che in qualche modo lo ricreasse, lo rendesse vivo e palpabile e vibrante, con tutti i suoi colori e i suoi paesaggi mozzafiato, volevo che nelle pagine volasse il vento e si sentisse anche la fatica, oltre che la felicità di camminare con mio figlio per mano. Ma non c’era nulla da fare, una ventina di fogli e già non ne potevo più. Volevo solo tornare a rifare il Cammino e il diario è rimasto lì, a dormire.

Dopo quattro anni, finalmente, quelle venti pagine hanno fatto di nuovo capolino nella mia vita per puro caso. O forse no.

Allora, un po’ per scherzo, ho cercato l’indirizzo di una casa editrice, ho preparato una letterina di presentazione ed ho cliccato su “invia”. Per scherzo, appunto. Invece lo scherzo l’hanno fatto loro a me, chiedendomi – dopo appena una manciata di giorni – di inviare anche il resto del manoscritto… che ancora non c’era! Però, come per magia, le parole sono uscite da sole, ritrovando la strada fra appunti, scarabocchi e foto: in due mesi il libro era pronto. Incredibile. Ma l’incredibile accade.

Ecco, adesso il mio diario è un libro fatto e finito. Ma io ancora non so se attraverso le sue pagine sono davvero riuscita a restituire tutto ciò che ho ricevuto.

Leggilo, e poi dimmi se un po’ ti è sembrato di camminare con noi. Perché il Cammino lo fanno anche coloro che lo sognano da lontano, ognuno a modo suo, passo dopo passo.

Dimenticavo, l’estate dopo quel primo Cammino siamo tornati a Santiago. A piedi.

Elisabetta

 

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