Gabriele Dadati smonta Lettera dal deserto di Göran Tunström

Gabriele Dadati analizza «Lettera dal deserto» dello scrittore svedese Göran Tunström.

Foto di miss_ohara.Foto di miss_ohara.

Si può anche sostenere che scrivere serva a riempire dei vuoti. Ci sono tutte le narrazioni che ci hanno preceduto che insieme costituiscono un’enorme costellazione, un tessuto fatto di storie, e qua e là ci pare di scorgere dei vuoti. Lì, per istinto, tendiamo a collocare nuove vicende. Che poi i buchi siano reali oppure che la nostra conoscenza della mappa sia solo parziale, questo è un altro paio di maniche.

Detto questo, una storia piena di buchi è senz’altro quella di Gesù di Nazareth, soprattutto se ci si tiene ai Vangeli canonici. Anzi, più che buchi si tratta di una vera e propria voragine, che si apre tra la nascita e la predicazione, con rari episodi intermedi. E così sono tanti i narratori che nei secoli si sono misurati con quell’horror vacui.

L’ha fatto anche lo svedese Göran Tunström, di cui Iperborea ha appena tradotto Lettera dal deserto. A parlare è, in prima persona, proprio Gesù, che durante i 40 giorni di ritiro nel deserto ripercorre tutte le tappe della sua educazione umana, sentimentale e spirituale. Con piccoli balzi tra una frase e l’altra (le frasi di Tunström, a ben vedere, spesso sembrano cocci riaccostati a mimare il vaso di cui facevano parte prima che si infrangesse: come è del resto di gran parte della prosa sacra antica) Gesù racconta la sua storia di peccatore e di uomo, che rifiuta l’investimento a Messia che gli preannuncia Giovanni quando sono ragazzini, e che si arrende a esserlo solo al momento del battesimo nel Giordano, quando «tutto si spalancò e io riconobbi il nostro volto comune di tutti i sogni e dissi il mio Sì. Per entrambi. Per tutti coloro che si trovavano lì sulla riva». Solo a questo punto Gesù è il figlio prediletto di Dio, è Dio.

Ma Tunström, che pure fa sul serio, vuole dirci che il Gesù di cui leggiamo è solo un Gesù di romanzo, non quello «vero» dei testi canonici. E come lo fa? Lo fa disseminando il testo di piccoli o grandi segni d’irrealtà. Quelli piccoli sono la presenza di pomodori o di tacchini o di pantaloni, di cui ci accorgiamo a stento come antistorici, oppure quelli più grandi, come il trasporto nella Galilea di quel dì delle due figure di Smirne Sabbatai Zevi e di Natahan di Gaza, personaggi sì storici, ma seicenteschi.

È bello, è brutto questo romanzo? Più che altro, dice cose vere, come l’ultima considerazione di Gesù prima che il romanzo finisca: «Io vi dico: è l’amore che manca». Una cosa vera da secoli.

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