Elisabetta Migliavada: il menu dell’editor

La nuova puntata della rubrica «Le giornate di un editor». Ogni venerdì su Hounlibrointesta potremo seguire Elisabetta Migliavada, direttore della narrativa straniera della casa editrice Garzanti, e vedere da vicino com’è il lavoro di un editor e come nascono i libri.
Per saperne di più su Elisabetta Migliavada, leggi l’intervista di Davide Musso intitolata «La signora delle classifiche».

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La vita dell’editor non è fatta soltanto di libri (né di stivali col tacco, se è per questo). No, c’è un altro ingrediente – è proprio il caso di chiamarlo così – fondamentale: il cibo.

Ben lungi dall’essere una forma di sostentamento fisiologico, il cibo dell’editor assume varie quanto significative forme. Eccone alcune.

1. La bustina di zucchero: è la forma di alimentazione primaria che sorregge l’editor in alcune occasioni, per esempio le fiere. Saltabeccare da un appuntamento all’altro, sovente trampolando su tacchi in condizioni più o meno disastrate, richiede un notevole dispendio di energia, che però può essere reintegrata in un tempo massimo di sei, sette secondi: il tempo che intercorre tra un appuntamento e l’altro. Con buona pace della carie.

2. La colazione: no, non è quella cosa che si fa la mattina con caffellatte e brioches. La colazione dell’editor in realtà va intesa come «pranzo». Confesso che ancora devo capire perché venga chiamata così – mi pare derivi dal costume dei frequentatori dell’Opera, ma confesso che il tutto mi sfugge. No, no: quando vieni convocato per un appuntamento «a colazione» a casa di un autore, per esempio, sconsiglio di presentarsi all’uscio dell’autore suddetto alle otto di mattina armati di cornetti caldi: è così che ho imparato, a mie spese, che trattasi di pranzo, accidenti, e che conviene presentarsi alle tredici.

3. Il pranzo: in questo caso, parlo proprio del pranzo, quello che si fa spesso alla scrivania, spiaccicando del certosino su un manoscritto fresco di stampa invece che spalmarlo su un asfittico cracker residuo rimasto in un cassetto semidimenticato che periodicamente esploro in cerca di farinacei o carboidrati qualunque. Il pranzo si chiude con un caffè alla macchinetta, manco a dirlo. Ok, forse le «colazioni» di cui sopra sono anche preziose ogni tanto!

4. La cena: in questo caso, la cena è proprio la cena, quindi se l’editor si presenta alle venti non rischia immonde figuracce. Così semplice? No, tutt’altro. Perché spesso il menu di queste cene è prefissato e capita che l’editor qui presente sia allergica e vegetariana… E allora, in italiano o in inglese quando va bene, in spagnolo o tedesco quando va meno bene, tocca spiegare all’autore o all’agente di turno che purtroppo sono allergica quasi a tutto e faccio prima con un’insalata, grazie, e a posto così, e che vegetariano vuol dire solo vegetali, e che no, non mangio il pesce (che pur sempre va ammazzato prima di essere assimilato).

È affascinante il legame che c’è tra letteratura, cibo e vino, anche in questo «dietro le quinte» del lavoro editoriale: a tavola con agenti nascono o si perfezionano accordi, ed è davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino (bianco, perché ovviamente al rosso sono allergica) che spesso editor e autore si confrontano, scambiano opinioni e idee dando vita a un nuovo progetto. L’appetito, insomma, non viene solo mangiando, ma anche leggendo.

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