Michele Monina: ad Atene per vedere com’è davvero

Seconda puntata di «Grand Tour de Force» di Michele Monina, una maratona di scrittura mai vista (12 città raccontate in 12 mesi in 12 libri pubblicati da Laurana Editore), uno straordinario giro d’Europa che tappa dopo tappa potremo seguire in diretta qui su Hounlibrointesta, ogni lunedì e giovedì pomeriggio fino al gran finale: maggio 2013. Obiettivo, trovare risposte a queste domande: com’è cambiata l’Europa? Cosa le riserva il futuro? Ma soprattutto: siamo sicuri di conoscerla veramente?

Foto di Michael Nykia.Foto di Michael Nykia.

Un tempo il problema erano i terroni. Poi sono diventati i marocchini. Adesso i romeni. Domani chissà.

La sequenza delle quattro frasi che hanno aperto questo post non sono farina del sacco di chi scrive, per la cronaca, né rispondono al suo pensiero. Sono invece la riproposizione di discorsi sentiti decine, centinaia di volte, su al nord, dove ormai da quindici anni vivo. Anche se, nei primi di questi quindici anni il discorso si fermava ai marocchini, intendendo con quel termine un più generico nord-africani o arabi, essendo i rumeni, presto trasformati in romeni, tanto per confonderli coi rom, arrivati in corso d’opera.

Bene, si fa per dire, ci sono ottime probabilità che presto, in questa sequela degna di un Alla fiera dell’est per razzisti, o semplicemente per ottusi, entri anche il termine ateniese.

Pensateci su un attimo, sono settimane, mesi che non passa telegiornale o articolo di fondo senza che qualcuno si senta in dovere di citare Atene, e con lei la Grecia tutta, come esempio di inaffidabilità.

Conti truccati, bluff, e quindi volontà di truffare, con l’implicito rischio, oggi a un soffio dalla realizzazione, di scivolare nel baratro, portandosi dietro tutti gli altri, noi per primi. Perché in questo ragionamento, come spesso capita quando si identifica in qualcuno altro da noi il problema, le colpe non ci riguardano mai direttamente, anzi, ci colgono di sorpresa, lasciandoci sgomenti, quasi impotenti di fronte a tanta aberrazione.

Poi però capita che uno si guarda i programmi di informazione, da Ballarò a Servizio pubblico, e si accorge che le facce degli ateniesi sono uguali alle nostre. Uno li vede lì, in fila di fronte a un simil centro Caritas, in attesa di potersi prendere il moderno corrispettivo di un tozzo di pane, o li vede mentre si lamentano di aver perso il lavoro, di aver perso la casa, di aver perso tutto, e, non fosse per la traduzione che, pietosamente lascia in sottofondo anche la lingua originale, potrebbe benissimo pensare che si tratta di italiani. E la cosa non può che lasciarci ulteriormente sgomenti.

Sono diversi da noi, sì, ma mica tanto.

Allora, visto che ci dicono Atene sta annegando, portando noi che siamo in acqua con lei a fondo, ho deciso di andare in città per vedere come stanno realmente le cose. Una città, ve lo preannuncio, che nonostante la crisi rimane di una bellezza sconcertante, ferita, certo, ma pur sempre così ricca di storia e di cultura da spingere verso la sindrome di Stendhal anche uno nato in Italia, quindi apparentemente immune di suo.

Io vengo da una città che dalla Grecia ha preso il nome, Ancona, la città fondata dai dori, e ho un aspetto fisico che tradisce indubbie origini greche, una full immersion ateniese è quanto di più naturale io possa affrontare.

Dal primo di giugno questo viaggio parte davvero.

Un viaggio che finirà tra un anno esatto.

Forse un viaggio al termine della notte, forse un viaggio al centro della Terra. In tutti i casi un viaggio viaggio. Allacciate la cintura, si parte.

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