Nella stanza di Alessandro Bertante

Ecco dove Alessandro Bertante, l’autore di «Nina dei lupi» (Marsilio), crea le sue storie. Seguite Sandra Bardotti (nella scorsa puntata ci ha mostrato dove Paolo Sortino ha scritto Elisabeth).

Foto di Jason Samfield.Foto di Jason Samfield.

Appena fuori Milano si nascondono tesori di pace e bellezza. Una casa di fine Ottocento, al limitare del parco del Ticino, immersa nel verde di grandi alberi, è il rifugio di Alessandro Bertante.

La stanza dove Alessandro scrive è la camera da letto. Piccola, ma arredata attentamente, secondo uno stile classico e caldo. Parquet a terra, un bel letto a una piazza e mezzo francese con la testiera in legno, di fronte una scrivania rivolta verso il muro e un elegante tavolino scacchiera.

Scrive di mattina – “perché è il momento migliore, non si deve dar retta a chi dice che le cose più belle si scrivono di sera: spesso sono solo un mucchio di sciocchezze che alla luce del sole meritano di essere rinnegate” – seduto alla sua scrivania decò laccata in nero, opera di un’amica. Una lampada da tavolo turca, bellissima, proietta nella stanza un mosaico di colori splendidi. Solo un caffè per iniziare la giornata, perché Alessandro è una persona nervosa e subito operativa (e adesso ha smesso di fumare). Accanto al portatile c’è un disastro di fogli in un contenitore che andrebbe ammaestrato. Alcuni appunti su un foglio nascondono altri fogli pieni di parole. Insomma, fogli, fogli, fogli. Alessandro lavora per riscritture: per questo potremmo trovare enigmatiche carte su cui è abbozzata schematicamente solo una consecuzione temporale di eventi: è un memorandum delle mosse del suo pedone sulla scacchiera. Singole parole (chi può saperne il senso?), scarabocchi, sgorbi (“disegno malissimo…”) di volti e occhi – ma cosa passa nella testa degli scrittori? C’è anche un bloc-notes vicino al letto, vi sono annotate intere frasi perché quando Alessandro è a letto e legge gli vengono in mente idee e frasi che al mattino troveranno il loro posto all’interno della narrazione. Sempre che riesca a decifrare quello che ha scritto: è il cruccio di chi ha una pessima calligrafia.

Ci sono libri in una grande libreria e su alcune mensole della camera, e un po’ ovunque sparsi per la casa (ma la maggior parte ammassati in due box). “Leggo poca narrativa, mi interesso più di antropologia e mitologia”. Da qui è passata Nina dei lupi.

La porta finestra conduce su un terrazzino, dove ci sono alcune piante che il gelo del passato inverno non ha risparmiato. Davanti agli occhi alberi e scoiattoli nel tiepido sole di un pomeriggio di aprile. “A volte, quando sto scrivendo, mi alzo, esco in terrazza o guardo fuori e vedo gli alberi, ed è una cosa che mi piace molto”.

Alle pareti sono appesi ricordi, ognuno di essi porta lontano. Il manifesto di una conferenza sul New Italian Epic a cui ha partecipato nel 2009 all’Università di Marsiglia. Una stampa originale della rivoluzione d’ottobre. Un’altra stampa originale del ‘43 della Jugoslavia comprata a Belgrado – “vi sono affezionatissimo”. Il ritratto che gli ha fatto l’amico Tommaso Pincio – “è una cosa di cui vado molto fiero”. Infine un’opera del cugino Guido “108” Bisagni – “più conosciuto nel resto del mondo che in Italia, ovviamente…” – e un antico specchio dorato. Sono pezzi di una collezione privata, pezzi di storia che incontrano la vita.

Un grazie davvero sentito ad Alessandro, che quel pomeriggio di metà aprile si è fatto in quattro per dedicarmi un’ora del suo tempo. Alessandro è esattamente come scrive, gli si legge negli occhi: una persona seria, onesta, schietta, non superficiale.

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