Il CORSO DI SCRITTURA di Elena Varvello: una questione di libertà

Inizia la nuova puntata del corso speciale per Hounlibrointesta di Elena Varvello, autrice del romanzo «La luce perfetta del giorno» (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino. Messaggio: questo corso è utile per chi vorrebbe scrivere, per chi già scrive e anche per chi ama leggere, perché in ogni caso ci porta all’interno più profondo dei libri, là dove nascono le storie.

Foto di Barbara.Foto di Barbara.

Sono qui, di nuovo con voi, in questa nostra lenta, lentissima resa al finale. Ma oggi c’è un po’ di sole, e tutto sembra diverso. Pieno di promesse, in un certo senso. Il che rende la resa più dolce, e insieme mi spinge a pensare che, in fondo, buona parte di ciò che facciamo – scrivere, raccontare storie – c’entri proprio con la capacità di sapersi arrendere.

Potrebbe sembrarvi paradossale, e in effetti lo è. Comunque, è una cosa che mi frulla in testa da un po’, dopo molti anni trascorsi a ripetere a me stessa che ciò che più contava era il controllo, l’architettura, il disegno, la forma. È tutto vero, lo è, ma, a proposito della nostra prima schifosa stesura, be’, ho capito che lì, ad esempio, bisogna proprio sapersi arrendere a ciò che non è esattamente come avremmo voluto, pagine che non sono perfette, personaggi che, all’inizio, balbettano, descrizioni sbilenche, dialoghi mancanti, incipit e finali abborracciati.

Finali, appunto. La nostra questione.

La volta scorsa vi parlavo dell’importanza di un finale giusto. Non ripeterò mai abbastanza quest’aggettivo. Il fatto che sia necessario arrivare a un finale giusto, prima ancora che a un bel finale (sono fermamente convinta che ciò che è giusto sia bello, mentre non necessariamente accade il contrario).

Be’, oggi vorrei cominciare a parlarvi di libertà. La capacità di spiccare il volo. Sì, proprio così, in senso letterale, direi. Ci voglio provare, almeno, anche se non è detto che io riesca a tradurre in parole quello che sento, ciò che avverto quando un racconto o un capitolo o un intero romanzo sta per finire. E non mi riferisco alla prima schifosa stesura (di fronte a cui bisogna semplicemente sapersi arrendere, appunto), ma a una fase più avanzata del nostro lavoro: la riscrittura. Perché è così, ormai lo sappiamo: scrivere è riscrivere. Passare da una prima schifosa stesura a una stesura discreta a un’ultima, buona stesura.

Durante questo lungo e spesso snervante processo, incipit e finale possono subire (subiscono) innumerevoli variazioni, più o meno evidenti, più o meno consistenti. E poi, di solito, arriva un giorno in cui l’incipit è quello definitivo – ci abbiamo già lavorato così tanto, non potremmo fare nulla di più – e allora decidiamo di riprendere in mano il finale, perché sappiamo che è il modo in cui ci congederemo, una volta per tutte, e sappiamo che dobbiamo farlo nel modo adeguato. Il modo giusto.

Ecco, qui arriva la mia idea di libertà. Ciò a cui mi stavo riferendo quando vi parlavo dello spiccare il volo. Intendo dire che, per quanto mi riguarda, il finale di un racconto o di un romanzo può, forse deve, spiccare il volo.

Prima di continuare, però, lasciate che vi faccia un paio di esempi. Esempi meravigliosi.

Il primo è il finale de I morti, dalla raccolta Gente di Dublino, di James Joyce. I protagonisti del racconto, due sposi, sono tornati nella loro camera d’albergo, dopo una lunga, lunghissima festa, e lei gli ha appena rivelato di aver amato un ragazzo, in gioventù, un ragazzo che, a diciassette anni, è morto per causa sua. Gliel’ha raccontato, poi si è addormentata. Lui, invece, non riesce a prendere sonno. E così:

Calde lacrime gli salirono agli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna, ma sapeva che quel sentimento doveva essere l’amore. Le lacrime gli si accumularono più fitte sugli occhi e nella semioscurità immaginò di vedere la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli stavano accanto. La sua anima si era avvicinata a quella regione in cui dimorano le vaste schiere dei morti. Era conscio della loro vacillante e illusoria esistenza, ma non riusciva ad afferrarla. Perfino la sua identità pareva perdersi in un mondo grigio e impalpabile: e il mondo stesso, così solido, in cui quei morti avevano creato e vissuto, si dissolveva e svaniva.

Un leggero picchiettio ai vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Guardò insonnolito i fiocchi, scuri e argentei, che scendevano obliquamente contro il lampione. Era venuto per lui il momento di andare a ovest. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava su tutta l’Irlanda. Cadeva la neve in ogni parte della scura pianura centrale, cadeva soffice sulla torbiera di Allen e soffice cadeva più a ovest, sulle scure e tumultuose acque dello Shennon. E cadeva anche su ogni punto del solitario cimitero sulla collina in cui giaceva il corpo di Michael Furey. S’ammucchiava fitta sulle croci piegate e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto e sui roveti spogli. E pian piano l’anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo, e stancamente cadere, come la discesa della loro fine ultima, su tutti i vivi e tutti i morti.

La visione del ragazzo morto molti anni prima. Il mondo che si dissolve, svanisce. E poi la neve, che cade su Dublino, sulle torbiere, sul mare, sull’Irlanda intera e infine su tutto l’universo, sui vivi e sui morti. Lasciate che, per il momento, mi limiti a dire che è questo ciò che intendo quando parlo di libertà, quando dico che il finale di un racconto o di un romanzo, pur essendo la fine di qualcosa, e cioè un punto irrevocabile, duro, oltre cui non c’è nulla, è in realtà il momento in cui è davvero possibile spiccare il volo. In questo caso, arrivando ad abbracciare l’intero universo.

E poi c’è Fitzgerald, e il finale de Il grande Gatsby. Non credo proprio di essermi mai imbattuta in un finale più bello, più stupefacente. Sentite:

L’ultima sera, col baule già chiuso e la macchina già venduta al droghiere, uscii a rivedere per l’ultima volta quell’enorme e incoerente tentativo fallito di casa. Sui gradini bianchi una parola oscena, scarabocchiata con un pezzo di mattone da qualche ragazzino, risaltava chiara sotto la luce della luna; la cancellai, raschiando la pietra con la scarpa. Poi scesi lentamente sulla spiaggia e mi distesi sulla sabbia.

Quasi tutte le grandi ville costiere erano chiuse e le luci erano rare, se si toglieva il chiarore di un ferry-boat la cui ombra si spostava attraverso lo stretto. E mentre la luna si levava più alta, le case caduche incominciarono a fondersi, finché lentamente divenni consapevole dell’antica isola che una volta fiorì per gli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco, verde, del nuovo mondo. Gli alberi scomparsi, gli alberi che avevano ceduto il posto alla casa di Gatsby, avevano una volta incoraggiato bisbigliando il più immane dei sogni umani; per un attimo fuggevole e incantato, l’uomo deve aver trattenuto il respiro di fronte a questo continente, costretto a una contemplazione estatica, da lui non capita né desiderata, mentre affrontava per l’ultima volta nella storia qualcosa di adeguato alla sua possibilità di meraviglia.

E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…

Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato.

Ho evidenziato per voi quelle due “e” in attacco di frase (una cosa che a scuola mi vietavano di fare, perché una frase, ripetevano, non può cominciare con una congiunzione, accidenti. E invece sì, dice Fitzgerald. Evviva). L’ho fatto semplicemente perché, se provate a rileggere il brano ad alta voce, vi accorgerete, spero, che in entrambi i momenti stiamo “fisicamente” spiccando il volo.

Il volo di Joyce ci spinge in alto, quello di Fitzgerald ci spinge, nello stesso tempo, indietro, verso un passato remoto, e in avanti, anche se controcorrente.

In entrambi i casi, quando ormai le vicende narrate sono concluse e forse proprio per questo, qualcosa viene liberato all’improvviso (ecco perché vi parlavo di libertà), qualcosa viene svincolato e sospinto, in un sublime movimento di accelerazione che si conclude a mezz’aria. Come se il vento cominciasse a soffiare. Io, perlomeno, lo sento.

Questo è quanto ho cercato di fare, con risultati immensamente più modesti, sul finale de La corsa, di cui vi parlavo due settimane fa. Ho spinto la protagonista del racconto in una corsa senza fine verso il passato, nel momento in cui ciò che doveva accaderle le era ormai accaduto. Ho lasciato che il vento cominciasse a soffiare. Ho sterzato e mollato la presa, sentendo che, a quel punto, avrei potuto concedermi quel tipo di libertà. Una libertà che raramente ci viene concessa.

E ora mi trovo a dover concludere queste mie riflessioni, questi miei giri intorno a cose di cui vorrei poter parlare con voi mentre ce ne stiamo seduti comodamente l’uno accanto all’altro, e non so come fare. Se foste qui, potreste aiutarmi.

Allora mi dico: “Be’, potrei prendermi qualche libertà. In fondo, si tratta pur sempre di un finale”.

Sì. Ma questo non è mica un racconto. Così, nel salutarvi, sperando che la prossima settimana io riesca a dirvi qualcosa di più, ricordate che continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato…

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