Michele Monina: vi racconto Una notte lunga abbastanza

Incontriamo l’autore di «Una notte lunga abbastanza». Quasi un romanzo (Terre di mezzo Editore), da oggi in libreria.

Foto di Michael Rose.Foto di Michael Rose.

Perché si scrive un libro? Domanda complicata, alla quale non posso rispondere. E non posso non perché non lo sappia fare, ma perché non voglio. Il primo capitolo del libro sulla cui genesi mi trovo a scrivere al momento, Una notte lunga abbastanza, edito da Terre di mezzo e giustamente definito «quasi un romanzo», mette in scena una doppia risposta a tale domanda, l’urgenza e la necessità, e sarebbe stupido se non addirittura autolesionistico da parte mia andare qui a eliminare una delle due possibilità, possibilità entrambe sulle quali il libro, in qualche modo, poggia. Io scrivo libri di lavoro, e ciò accade con regolarità da una quindicina e passa d’anni. Ne scrivo anche parecchi, visto che in questo lasso di tempo ne ho pubblicati una quarantina (anzi, quaranta tondi a volerla dire tutta). Una notte lunga abbastanza è uno di loro, ma per certi versi è speciale, diverso. Chiaramente lo sosterrei anche di tutti gli altri, ma non stiamo troppo a sottilizzare. Una notte lunga abbastanza, dicevo, è diverso perché in qualche modo sta a metà strada tra i due generi che più spesso ho affrontato in questi anni, la narrativa e le biografie. Solo che stavolta si tratta esplicitamente della mia biografia, non di quella di uno dei tanti miti di cui mi sono trovato a raccontare gesta e fenomenologie nel corso della mia carriera.

Nel 1994, anno già affrontato in altri miei romanzi, come Questa volta il fuoco e Anime a losanghe, mi sono trovato a vivere un’esperienza importante, inserita in una serie di altre esperienze che in qualche modo hanno segnato per sempre la mia vita. Mentre Silvio Berlusconi veniva eletto per la prima volta presidente del Consiglio, riportando la destra al potere, mentre il sogno del grunge si infrangeva sulla canna del fucile che avrebbe portato via per sempre Kurt Cobain, io, anarchico e rockettaro, mi trovavo a svolgere il servizio civile presso un dormitorio della Caritas (amorevolmente chiamato «casa d’accoglienza»). Un’esperienza dura, difficile, dalla quale sarei uscito cambiato, proprio a partire dal mio essermi avvicinato, durante quei mesi, per la prima volta alla scrittura, il mio mestiere.

Una notte lunga abbastanza parte da quel periodo e racconta anche il mio tentativo di fare i conti con i fantasmi del passato, oggi, la mia volontà di confrontarmi, da scrittore e soprattutto da adulto, con il mondo dei senza fissa dimora. Una notte lunga abbastanza è anche questo. Uno sguardo gettato sulle nuove povertà, o quantomeno un tentativo fallito di farlo.

Una notte lunga abbastanza è un quasi romanzo sulla povertà, sull’obiezione di coscienza, sulla scrittura, sul rock, su come diventare adulti, come provarci, come fallire, sull’essere padre. Un libro sul mio passato, sul mio futuro.

Per leggere il primo capitolo, vai sul sito di Terre di mezzo Editore.

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