Caterina Morgantini: vi racconto “Non capisco un’acca” di Maurizio Ceccato.

State per entrare in un libro che è una meraviglia, una  follia, un’opera d’arte. In poche parole, un esemplare unico di «accabolario».

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Il libro di Maurizio Ceccato lo potete scoprire in quattro tappe.

La prima è cliccando qui.
La seconda è leggendo il racconto di Caterina Morgantini.
La terza è guardando le pagine (sotto).
La quarta è tenendo il libro tra le mani (ebbene sì, è un invito ad andare a prenderlo in libreria). 

Un libro ribelle

Ad esser genitori s’impara col tempo. Ad esser genitori pazienti, poi, occorre un surplus d’energia che non sempre è concessa, stretti tra frettolosi doveri quotidiani ed affrettati «mi dispiace». Lo so da tempo, certo: da quando, volente o nolente, ho smesso i panni (ormai troppo larghi) di figlia per indossare la giacca (sempre troppo stretta) della responsabilità adulta. Lo so, lo sapevo, eppure mi è tornato in mente solo questo pomeriggio, chissà perché grazie alla prima luce rosa dell’autunno, all’uscita in libreria di Non capisco un’acca di Maurizio Ceccato. Perché i libri, a lavorarci ogni giorno per farli e farli bene, diventano figli. Tutti (nella democrazia degli affetti che contraddistingue ogni famiglia) importanti, tutti diversi: i figli si amano a prescindere (dai caratteri, dai guai, dai successi). Si amano proprio perché diversi l’uno dall’altro.

Come libri. E proprio come figli, i libri hanno inclinazioni, ansie, preoccupazioni: sono indisciplinati, ritardatari, oppure precisi e diligenti. Freddi, o affettuosi. Pieni di piccoli difetti da smussare, o già maturi, perfino saggi. Per ciascuno di essi occorre esser bravi genitori, genitori pazienti che non si lasciano prendere la mano dall’emotività.

Non capisco un’acca è stato un figlio ribelle: un adolescente in lotta col mondo, arrabbiato della sua stessa rabbia, deciso a farsi notare ad ogni costo. In redazione, da quella parte della barricata dove i libri si vedono nudi e crudi, lo abbiamo amato ancora di più: perché la tenerezza del suo broncio era innegabile, capace di smuovere il cuore dell’educatore più inflessibile. Uno di quei figli che un «sì va bene» non lo negano, ma sono sempre gli ultimi a tornare a casa, lasciandoti con gli occhi spalancati nel cuore della notte. Quei figli bellissimi che non si piacciono, quelli che vogliono fare di testa loro e dopo cinque, sei, sette passi sbagliati finiscono per prendere la strada giusta (o la meno peggio, ché i genitori, per quanto saggi, infallibili non lo diventano mai). Non capisco un’acca ci ha tenuto spesso col fiato sospeso, come quando da un figlio si aspetta la chiamata fatidica: «Allora, come è andato l’esame?». Spesso, poi, le giornate di lavorazione sono state lambite dalle onde dell’incomprensione, ma i musi lunghi si sono sempre trasformati in imbarazzate riconciliazioni (l’affetto, quando non si è abituati a dirlo, provoca di solito un lieve rossore).

Non capisco un’acca è stato tutto questo, e da adolescente tutto energia e tensione è diventato un giovane adulto, pronto a camminare (ed inciampare) sulle proprie gambe. Noi della redazione siamo cresciuti ancora un po’ con lui, sempre orgogliosi del lavoro fatto: anche questa volta il risultato ottenuto ha fatto dimenticare crucci e stanchezza, appianando le colline delle divergenze nelle assolate pianure della soddisfazione. Ai lettori che vorranno fare la sua conoscenza, l’appuntamento è in libreria. Ai miei genitori, invece, che di pazienza ne hanno avuta davvero tanta, troverò prima o poi il modo migliore per dir loro «grazie».


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