Paolo Di Paolo: perché ho scritto Dove eravate tutti

«Mi è stato chiesto: è un romanzo sull’Italia di Berlusconi? è un romanzo sul rapporto tra padri e figli? su un’adolescenza soprattutto mentale?»
«Dove eravate tutti» 
(Feltrinelli) sarà presentato oggi a Roma da Dacia Maraini, Giulio Ferroni e Alberto Rollo.

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I libri che scriviamo – mentre li scriviamo – non possiamo capirli. È difficile, per uno scrittore, spiegare a sé stesso che cosa esattamente va facendo, pagina dopo pagina. L’idea da cui eravamo partiti – può accadere – non la ricordiamo più, eppure lampeggiava al largo della nostra immaginazione come una boa luminosa. Ma adesso dov’è? Poi il libro esce, comincia a percorrere il suo piccolo o grande pezzo di strada, e ci sembra finalmente di capire. L’oggetto-libro che abbiamo tra le mani ci aiuta a prendere le distanze; e le voci degli altri, a capire.

«Ma quindi il tuo è un libro sul tema xy?» ci viene detto. E sì, rispondiamo, hai proprio colto nel segno, amico mio. Poi un’altra voce: «Il tuo mi pare essenzialmente un romanzo su…» e segue argomento. Esatto!, ci viene da esclamare anche se questa seconda voce quasi smentisce la prima. Il fatto, molto semplice e tuttavia un po’ allarmante, è questo: il libro che volevamo scrivere non somiglia mai del tutto a quello che abbiamo scritto. E quello che abbiamo scritto vive e parla solo grazie a chi lo legge e lo interpreta.

A proposito di Dove eravate tutti, mi è stato chiesto: è un romanzo sull’Italia di Berlusconi? è un romanzo sul rapporto tra padri e figli? su un’adolescenza soprattutto mentale? Mi è sembrato che, almeno in parte, tutto questo fosse vero. Ma confesserò che non volevo scrivere né un libro sull’Italia di Berlusconi, né sul rapporto tra padri e figli, né sull’adolescenza mentale. Dirò di più: presi così, questi temi mi sembrano perfino scontati e privi di interesse.

In verità ero partito da una ragazzina che si perde su una spiaggia e chiede a un ragazzo se ha visto un ombrellone rosso con dei pesci. Lui vorrebbe alzarsi e aiutarla, ma qualcosa gli fa dire solo, semplicemente «no». Poi se ne pente e vive tutto un terribile pomeriggio di angoscia. Ero partito da questa immagine e non l’ho usata. Sarà per un’altra volta.

Poi, ancora un’immagine. Un professore in pensione, Mario Tramontana, una mattina passa in macchina davanti alla sua vecchia scuola, si vede sfilare davanti un suo ex studente – uno che l’aveva fatto letteralmente tribolare, con provocazioni continue – e lo investe. È un incidente? Forse no. Un trentennio di onorata carriera mandato in frantumi in un istante. Sono partito da qui. E da una frase di Francesco De Sanctis, il grande critico della Storia della letteratura italiana: «I popoli, come gl’individui, nel pendio della loro decadenza diventano nervosi, vaporosi, sentimentali». Mi sembravano, mi sembrano tre aggettivi perfetti per descrivere questo tempo, almeno alle nostre latitudini.

Dal momento di quell’incidente, nella famiglia Tramontana tutto va all’aria. Saltano gli equilibri. A raccontarcelo è il figlio del professore. Si chiama Italo e intende concludere una tesi impossibile in storia contemporanea. Gli anni che vorrebbe raccontare – quelli che chiamiamo «anni zero» – sono troppo vicini. Intrapresa comunque questa archeologia di sé stesso, si accorge che tutti gli eventi della sua vita cosciente coincidono con la presenza sulla scena pubblica di Berlusconi. Non c’è niente, niente – né la prima comunione, né l’esame di quinta elementare o quello di maturità – da cui Berlusconi fosse assente. «Questa non è una cosa bella, né brutta – conclude –. È una cosa vera».

Ma se dovessi dire quale romanzo avevo in testa, era un romanzo che somigliasse a un collage di Rauschenberg: con i pezzi di cose da niente buttati alla rinfusa o forse no, con i ritagli di giornale (molte pagine di Dove eravate tutti sono fatte di ritagli di giornale), con gli oggetti che accompagnano per un tratto la nostra vita e poi scompaiono. Un romanzo su ciò che del passato torna a visitarci: come, per Italo Tramontana, la mai dimenticata bambina Scirocco. Adesso è una ragazza e il vento dei loro cognomi può generare tempeste. Volevo indagare – e chissà se sono riuscito a farlo davvero – il rapporto tra storia e cronaca, l’assedio di notizie al quale ormai abbiamo fatto l’abitudine. Volevo, sì, inseguire quello che si chiama lo «spirito del tempo» – ambizione comune a parecchi scrittori, e piuttosto pericolosa. Inseguirlo come un fantasma o appunto uno spiritello. Volevo, infine e soprattutto, capire cosa lasciamo negli altri senza saperlo e senza volerlo. E cosa loro lasciano in noi, come un’eredità invisibile. Ogni volta che li incontriamo, li ascoltiamo, ogni volta che li baciamo, li amiamo, li mandiamo al diavolo. Ogni volta che ci insegnano qualcosa, o ci danno un consiglio sbagliato. Ogni volta che la loro esistenza incrocia la nostra, la rende più ricca, la rende possibile.

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