Barbara Garlaschelli: Agota Kristof e Quello che resta

Agota Kristof oggi è morta. Il post che state per leggere era già programmato per oggi. È un caso che Barbara avesse deciso proprio oggi di parlare di lei. È un caso che il libro si intitoli Quello che resta. Un caso. Assurdo. Commovente. Un caso.

Agota Kristof.Agota Kristof.

I corpi cambiano. Non ci appartengono anche quando sono nostri. I nostri corpi ci sfuggono. Si modificano, diventano altro. Ci rendono riconoscibili ma inconoscibili a noi stessi.

I corpi si ammalano e si chiudono in se stessi. A volte guariscono e sembra si riaprano al vento, all’aria, agli odori, ai sapori.

I corpi. Troppo facile pensarli come libri da sfogliare. I corpi sono difficili anagrammi.

Sono troppo fragili. Troppo fragili.

Io vorrei un corpo d’acciaio e un cuore di rame e un cervello di vetro. Per guardarci dentro e capire com’è che non è mai in sintonia con il suo ospite…

Ci sono libri che hanno segnato non solo la mia immaginazione ma hanno lasciato sul mio corpo il segno del loro passaggio, magari negli occhi stanchi per la lettura vorace con cui li ho affrontati; o nello stomaco che si è chiuso dall’emozione. Uno di questi è Quello che resta di Agota Kristof. Ricordo di averlo letto tantissimi anni fa, nella prima edizione di Guanda. Me lo ha regalato Tecla Dozio, dicendomi. «Questo libro è straordinario e atroce».

Aveva ragione.

Non solo per la storia in sé – molti di voi la conosceranno (è  stata poi intitolata Il grande quaderno e pubblicata in Trilogia della città di K.)  e chi non la conosce deve assolutamente porvi rimedio – che non starò a narrarvi, ma per la potente semplicità della scrittura della Kristof. Chi vuole imparare qualcosa sulla scrittura, su cosa significa arrivare al cuore della parola, deve leggere questo libro.

Una scrittura che appare di testa (lucida, semplice, diretta) e invece ti colpisce diretta alla pancia, ma non solo come modo di dire. Il corpo reagisce alla lettura di questo piccolo, grandissimo libro. Se ne esce dalla lettura doloranti, scossi, contratti.

Ed è in queste occasioni che si comprende che leggere non è solo una questione di testa e concentrazione mentale. Ma è attraversare con tutti noi stessi un altro mondo.

Per questo penso che nell’affrontare certe letture bisognerebbe avere un corpo d’acciaio e un cuore di rame e un cervello di vetro. Per vedere oltre le parole e non uscirne indenni, ma nemmeno piegati. Perché ci sono libri che questo potere, lo hanno.

Oggi abbiamo saputo che la grande Agota Kristof è morta. Il privilegio delle grandi narratrici e dei grandi narratori (e il nostro) è che le loro storie, le loro parole resteranno.

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