Davide Sapienza e il caso della copertina che…

Storia di una foto (Buck, amico mio).

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Il richiamo della foresta uscito da Feltrinelli nel febbraio scorso ha per me segnato un momento importante, un primo grande approdo nel lavoro che porto avanti su Jack London da alcuni anni. Questa meravigliosa (per me) fatica, veniva dopo l’utilizzo fatto da Marco Paolini della mia traduzione di Preparare un fuoco per lo spettacolo Uomini&Cani del 2010, che sta girando l’Italia questa estate.

Inutile dire a chi già sa, che questo capolavoro londoniano è ben più di quello che piace far credere, anche agli editori: esistono forse trenta edizioni del libro di Buck, ma pochissime sono intese nello spirito originale. E nessuna, sino a questa, era stata curata da chi lo Yukon lo aveva davvero visto e la neve davvero conosciuta. Lo dico perché lo so.

Ho dunque deciso di concedermi un lusso: tra una camminata letteraria e l’altra (ne ho ancora tre entro agosto, le trovate descritte sul mio sito) ho preparato una riduzione del testo da me tradotto e dopo una anteprima invernale dalle mie parti, a Rovetta, sotto la Presolana, il 2 luglio ho partecipato con gioia a Goletta dei Laghi di Legambiente: partiva da Castro, a un quarto d’ora da casa mia, e gli amici dell’associazione volevano fare delle letture con me intorno al fuoco. Ho risposto subito: Jack London. E Jack London è stato. Mi sono rimesso a lavorare sul testo, per estrarne alcuni dei fili narrativi e contenutistici che secondo me sono sempre stati ignorati o semplicemente non considerati importanti.

Si tratta della voce del tempo – il tempo che non esiste, il tempo che è spazio. Del resto, fa parte della mia genetica di scrittore, raccogliere questi segni dalla natura, dai sassi, dagli alberi, dai torrenti, dalle persone. Guardo quello che tutti vedono, vedo quello che tutti sanno senza esserne consci, e cerco di descriverne il cammino (con umiltà, sia chiaro). La figura dello sciamano, come quella delle streghe, per me, hanno sempre rappresentato la voce del tempo, il sacrificio richiesto a un certo numero di appartenenti alla specie umana per far comprendere agli altri che noi siamo tempo perché materia, carne e ossa, ma soprattutto spazio, perché in noi si erge la fiamma della Vita. Proprio come in Buck.

E così sabato 2 luglio a Castro sono salito da solo alla Corna, nel Parco della Gola del Tinazzo, e al crepuscolo ho preparato un fuoco, da solo. Ho atteso paziente che arrivassero tutti quelli che avrebbero voluto partecipare. Ho avuto il privilegio di fare accompagnare il pubblico nella salita dal lago, a piedi, dal geologo poeta Luca Barzasi, mio caro amico. E quando il pubblico è arrivato e si è sistemato intorno al fuoco, ho iniziato a leggere. Non ho visto quasi nessuno in volto.

Ho intercalato la lettura di London con le mie impressioni che ho messo nella nuova edizione dei Diari di Rubha Hunish (il libro che mi ha fatto debuttare su questo blog), intitolate The Yukkhane Journals. E intercalando il mio tempo del ventunesimo secolo, con il tempo di Buck del diciannovesimo secolo, ecco che lentamente si è aperta la nostra radura, lo spazio della terra di mezzo, illuminata da un fuoco vivo, potente.

La serata è stata magnifica. Le persone presenti sono state splendide: mi hanno dato molto. Io ho letto come raramente riesco a fare, e sono anche quasi soddisfatto della mia performance. A un certo punto Luca geologo ha scattato una foto. E per due giorni l’ha lasciata della scheda della sua Nikon: quando l’ha scaricata, si è ritrovato quello che vedete, senza trucchi e artifizi. “Questa è l’unica che è venuta, Davide”, mi ha detto. Le altre erano tutto bruciate, o scure. O semplicemente non si vedeva nulla. Vista la foto l’ho postata su Facebook e la reazione è lì da vedere. Poi l’ho guardata bene, sino a quando Jos, un amico e musicista sensitivo, mi ha detto: «ma non lo vedi, quello è Buck».

Già, facile a dirsi. Leggendo mi sono a un certo punto sentito catturato da qualcosa, questo lo ammetto. La trance mi coglie spesso, persino quando parlo con gli amici, figuriamoci quando scrivo o leggo qualcosa. Ma quel sabato sera c’era qualcosa d’altro: il silenzio. Le persone che ascoltavano il crepitio del fuoco e le parole del racconto. Come sempre alla fine del capitolo V, quando Buck viene salvato da John Thornton, ho dovuto stare in silenzio qualche secondo perché mi viene sempre da piangere (anche quando lo traducevo, la frase è questa: «John Thornton e Buck si guardarono. “Tu, povero diavolo,” disse John Thornton, e Buck gli leccò la mano.»).

Io non so quando Luca ha scattato la foto (glielo devo chiedere, magari ce lo scrive nei post sul blog nei prossimi giorni). Ma sono quasi certo che è stato in quegli attimi. Sapete, noi scrittori (intendo dire, quelli che credono nella missione del nostro operato), dobbiamo presumere di appartenere alla stessa razza di streghe e sciamani. Non credete a chi vi dice che è tutto frutto della ragione e del lavoro. Persino il razionalista Jack (London), così disciplinato e implacabile nei suoi calcoli narrativi, quando scrisse Il richiamo della foresta fu colto da qualcosa che non seppe spiegarsi. Per non dire di altre storie, da Il rosso a Il vagabondo delle stelle.

Bene ora questa immagine esiste, e quella figura umana, è proprio la mia: indosso il frontalino della Mammut che uso per fare scialpinismo e che ho sempre nello zaino quando sono in montagna. La sua luce illuminava giusto le pagine del grande quaderno che stavo leggendo. Il fuoco era spostato rispetto al mio corpo. Era buio. Riflessi non ce n’erano. Avrei voluto avere con me il mio amatissimo cucciolo, mio figlio di due anni, al quale è dedicata la mia edizione de Il richiamo della foresta. Infatti quando lui ha visto questa foto ha detto, «quando Buck era piccolo…Il papà!» (chiederemo a lui in futuro di auto decifrarsi).

Buck, amico mio. Saremo anche poveri diavoli. Ma tu sai che la tua storia è anche la nostra. E per questo ti vogliamo bene.

(ah, un’ultima cosa: in perfetto stile Jack London, non rileggerò quello che ho scritto: abbiate dunque pietà, del sottoscritto povero diavolo. Mi sa che Jack aveva già inventato i blog, così facendo).

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