Barbara Garlaschelli racconta FramMenti di Barbara Garlaschelli

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore.

Hellingly Asylum, Sussex. Foto di James C. FarmerHellingly Asylum, Sussex. Foto di James C. Farmer

Questa volta la Lettrice Innamorata cambierà ruolo e diventerà La Scrittrice Innamorata. Ho iniziato a pubblicare nel 1992 e da allora non ho mai smesso (magari con lunghi, sani intervalli tra un libro e l’altro). Alcuni miei libri li ho amati molto, altri meno, alcuni hanno vissuto una breve parabola, altri continuano a vivere tutt’oggi. La scrittura ha molto a che fare con gli eventi della vita, non solo perché spesso li narra, ma perché la vita irrompe sempre tra le pagine. Tra i miei libri che continuano a vivere ci sono Sirena (mezzo pesante in movimento), Non ti voglio vicino e FramMenti.

Il primo è autobiografico ed è il libro più «mio», nel senso che racconto un pezzo vero della mia storia; il secondo (che è anche l’ultimo in ordine di uscita) è quello che per me autrice ha rappresentato una svolta strutturale nella scrittura e una sorta di evoluzione. Ma quello di cui vi voglio raccontare oggi è FramMenti (storie da un fortino di periferia), perché, tra tutti, è il libro che ha avuto la storia più straordinaria e la vita più difficile. È stato pubblicato, con coraggio, nel 2006 dalla piccola casa editrice Mobydick. Coraggio perché FramMenti non è un romanzo, non racconta d’amore (anzi, sì, racconta anche molto amore) ma racconta di uomini e donne che hanno incontrato la follia. Alcuni ci continuano a convivere, altre ne sono stati sfiorati, altri inghiottiti.

Chi mi segue (e spero anche quelli verranno) sanno che non scrivo molto sui miei libri, nella convinzione che i libri, come i figli, puoi portarli fino a un certo punto, curarli, proteggerli ma poi devi lasciarli andare liberi per il mondo. E se la devono cavare da soli (con te che sei lì che non li dimentichi, ma che continui la tua vita). E poi, come i figli, ce ne sono alcuni a cui diamo più attenzione, con i quali siamo più protettivi perché ci appaiono più fragili (per scoprirei, magari, che non è così).

FramMenti è uno di questi. Forse perché ciò che contiene rappresenta per me una tale preziosità (com’è scritto su una delle pareti del Centro psico-sociale in cui è nato e cresciuto) da non volermene distaccare. E poi perché dentro e attorno a esso si è mosso un mondo, dalla presentazione nel 2006 alla sede della CGIL di Milano, una delle più emozionanti della mia vita; a un reading teatrale protagonista l’attrice Elena Bucci accompagnata gruppo Faxtet; a un corto realizzato per il film collettivo Walls & Borders nel 2009, regia di Antonello Schioppa, protagonista Pierpaolo Candela.

FramMenti è un libro di voci e storie sul disagio mentale, raccontate dalle persone – utenti e operatori – incontrate in quasi due anni di lavoro dell’autrice al Centro psico-sociale di Via Ugo Betti a Milano, un quartiere periferico ad alta densità di popolazione. L’idea di raccontare cos’è un CPS e chi sono le persone che lo vivono è venuta al dottor Massimo Cirri e al resto dell’equipe del centro. Per fare questo non volevano un esperto in materia psichiatrica, ma uno scrittore. Qualcuno estraneo al linguaggio medico-scientifico, capace di rendere reale la loro immaginazione.

È così che è cominciato il viaggio che ha portato al risultato di questo testo, composto dalle voci di tutti coloro che si sono resi disponibili a incontrare l’autrice. Ciascuno si è raccontato con una generosità e un’apertura che, data l’estrema delicatezza dei temi affrontati, ha superato di gran lunga qualunque aspettativa. Il desiderio di tutti coloro che hanno partecipato a questa avventura è di far capire alla gente «fuori», quella considerata «normale», che non c’è un recinto oltre al quale vivono le persone che hanno un disagio mentale. Non esiste un «noi» e un «loro», non esistono i «normali» e i «folli»: esistono le persone, con le loro storie, le loro esperienze, le loro «voci», i sogni, i dolori, le speranze. E che esiste la possibilità, se non di guarigione dalla malattia, del ritrovamento di un equilibrio tra il proprio io e il resto del mondo. E che questa possibilità esiste non solo per chi ha mezzi finanziari tali da potersi permettere cure private, ma anche per chi questi mezzi non li ha. FramMenti testimonia di un’altissima professionalità degli operatori, costretti a lavorare in una struttura fatiscente, priva di mezzi adeguati.

Il pregiudizio che porta la maggior parte di noi a bollare un uomo o una donna con disagio mentale (che va dall’esaurimento nervoso, alla depressione, alla schizofrenia) come fossero altro da sé aggiunge solo dolore e disattenzione a una realtà già di per sé difficile, che coinvolge più persone di quanto non si possa immaginare. Molti di coloro che hanno contribuito alla realizzazione di FramMenti lo hanno fatto non solo con il racconto orale ma con l’apporto di scritti (poesie, pensieri, disegni) a cui si aggiungono brevi ballate e «fotogrammi letterari» miei che, volutamente, ho cercato di stare il più defilata possibile, lasciando ai protagonisti lo spazio per le loro voci.

Quando, qualche giorno fa, ho letto sul giornale dell’ennesima denuncia della commissione del Senato sulle condizioni disumane in cui versano gli internati di alcuni istituti psichiatrici italiani, tutto ciò che ho visto e sentito nel tempo lungo della stesura di FramMenti, è tornato vivido e raggelante. Con questo libro ho voluto tentare di raccontarvi cos’è significato per me incontrare una persona «folle», e non leggerne sui giornali. Cos’è ascoltarla, e imparare.

Entrare in un cubo di cartone, questa è la prima impressione quando varco le due porte a vetri del CPS in un giorno di aprile. Un cubo da cui partono appendici. Torrido d’estate, gelido d’inverno. Con le pareti che si scrostano, gli uffici o troppo piccoli o troppo grandi, gli infissi da cui entrano spifferi ghiacciati nella stagione fredda; il bianco che è grigio, altri colori che non si sa più che colori sono.

Gli operatori hanno cercato di abbellirlo con qualche poster, qualche quadro, qualche minuscolo oggetto personale – che sembrano più oggetti dimenticati che pezzi d’arredamento – ma poi capisco che si sono arresi all’evidenza: questo posto, architettonicamente (ma anche usare questo avverbio è un lusso) è in disfacimento.

Nella stanza dove lavorano gli educatori e in cui si svolgono le attività di gruppo e dove si tengono le riunioni del mercoledì mattina tra gli operatori e dove qualche volta si mangia velocemente tra un appuntamento e l’altro, ci sono: un fornelletto, un forno a microonde, qualche mobiletto, un lavandino, due grandi tavoli uniti, una scrivania stracolma di fogli e foglietti e block notes e penne, molte sedie scompagnate, un attaccapanni. E in questa stanza c’è una delle cose più belle di tutto l’edificio: le scritte sui muri. Frasi di pazienti, o di grandi poeti, o di grandi scrittori. Fissate al muro con calligrafie diverse. Riflessioni e pensieri che qualcuno si è preso la briga di scrivere proprio lì.

Questo posto andrebbe rimesso in sesto, pesantemente.

Eppure, quando ci sei dentro, senti qualcosa. Qualcosa di molto forte e molto positivo. Una sensazione di accoglienza, calda e attenta, data da chi ci lavora.

Non è sempre così, naturalmente. Ci sono anche giorni no, giorni in cui questo luogo assorbe e sprigiona il dolore e la solitudine e la disperazione.

Ma qui dentro c’è vita, è innegabile.

Anzi, molte vite che sopravvivono alla bruttura di questo fortino di cartone incastrato tra palazzi alti e tutti uguali, circondato da alcuni grandi alberi.

Questo, per molte vite, è l’ultimo avamposto possibile.

(Qui sotto il corto liberamente ispirato al testo «Matteo» di Barbara Garlaschelli).

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