Barbara Garlaschelli racconta In una stanza sconosciuta di Damon Galgut

La scrittrice Barbara Garlaschelli è qui con noi, su Hounlibrointesta, ogni mercoledì. Per parlarci del suo amore per i libri e dei libri che parlano d’amore. Domenica 19 giugno Barbara Garlaschelli ritirerà il premio Alessandro Tassoni per la narrativa con il romanzo «Non ti voglio vicino». Complimenti da parte di tutti noi.

Foto di Justin KernFoto di Justin Kern

Mi capita spesso di scrivere che i libri sono viaggi. Ecco, questo romanzo, In una stanza sconosciuta di Damon Galgut (edizioni e/o), lo è davvero, per varie ragioni, la prima delle quali è che l’autore muove il protagonista in un eterno viaggiare, dall’Europa, all’Africa, all’India. Viaggio vero, fatto di paesaggi, confini, gente, treni, montagne, laghi, spiagge. La seconda ragione, è che il viaggio non è solo quello che il protagonista compie con il corpo, ma anche quello che compie con i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi incontri. Ed è un viaggio nel tempo perché Damon, che è anche il nome del protagonista (sudafricano bianco come l’autore stesso e come lui, scrittore), racconta di se stesso e delle sue avventure da un tempo che non è quello degli avvenimenti, ma spostato più in là, in un punto indefinito e avanzato della sua esistenza. Damon guarda a sé e a ciò che gli è capitato nel corso della vita e degli anni, come fosse altro da sé. E questo guardarsi da una distanza che non è solo di spazio ma di tempo è segnata anche dallo stile della scrittura: raccontato in terza persona, di tanto in tanto, fa incursione nella storia un «io» che non depista il lettore, ma al contrario, lo avvicina al protagonista.

In una stanza sconosciuta è diviso in tre parti, che compongono tre viaggi, tre incontri, tre momenti, tre ruoli della vita di Damon: Il seguace, L’amante, Il guardiano. Dentro una scrittura pulita e perfetta si raccoglie e deflagra uno dei temi portanti del romanzo: la solitudine del protagonista che, pur nel suo contatto continuo con la gente, con viaggiatori come lui, con gli abitanti dei luoghi in cui passa o sosta, è chiuso in una totale incapacità di empatia, se non fuggevole. Gli unici momenti in cui sembra sia possibile per lui il legame con qualcuno è nell’incontro con Reiner, prima e Jacob, dopo. Ma entrambi gli uomini restano un desiderio non vissuto.

Reiner fa incetta d’amore, lo elargisce come fosse un favore, mentre io mi rodo all’infinito per la sua assenza, non avere amore equivale a non avere potere.

Così come l’ultima parte, dedicata al viaggio in India con l’amica psicotica Anna, segna il fallimento del sua capacità di entrare in contatto vero con gli altri. Il viaggio, qui, non è solo metafora, è davvero attraversare il mondo. La scelta è quella di vivere o di essere solo spettatore. Damon non pare avere la forza per immergersi nel subbuglio dell’esistenza.

 Che cosa vada cercando non lo sa nemmeno lui. Da questa distanza i suoi pensieri ormai mi sono estranei, eppure riesco a spiegarlo meglio del mio io attuale, lui ce l’ho sepolto dentro. La sua vita non ha un centro né un peso, perciò sente che in qualunque momento potrebbe volare via. Non si è ancora fatto una casa. Le sue poche cose sono ancora in deposito e da mesi si ritrova come una volta a vagare da una stanza per gli ospiti all’altra. (…) In lui è cambiato qualcosa, a quanto pare non riesce a rapportarsi bene con il mondo. Non gli sembra un’incapacità del mondo ma un’enorme manchevolezza sua, vorrebbe cambiare ma non sa come. Nei momenti di maggior lucidità pensa di aver perso le sue capacità d’amare, amare la gente o i luoghi o le cose, ma soprattutto la persona e il luogo e la cosa che è lui. Senza amore niente ha valore, non c’è niente a cui si possa dare molta importanza.

Ma cos’è viaggiare? E perché farlo? Per arrivare dentro se stessi, in un continuo perdersi e ricostruirsi, cambiare e riperdersi di nuovo.

Varcare una frontiera gli ha sempre fatto paura, non gli piace lasciare una cosa nota e sicura per lo spazio vuoto di un dopo in cui può succedere di tutto. Nei momenti di transizione tutto assume un potere e un peso simbolico.” Ma lui viaggia anche per questo. Il mondo in cui ci si muove trabocca in un altro mondo, interno, niente resta più diviso, questo rappresenta quello, il tempo atmosferico rappresenta l’umore, il paesaggio i sentimenti, per ogni gesto interiore corrispondente, tutto si trasforma in metafora. Il confine è una linea tracciata su una carta geografica, ma anche dentro di lui.

Pagina dopo pagina, Damon Galgut costruisce un atlante non solo geografico ma di sentimenti ed emozioni, con quel suo scrivere controllato e limpido che nasconde una passione sconfinata di cui avvertiamo la potenza.

Vuoi commentare? Scrivici.