Federico Baccomo (Duchesne): giovane scrittore prova vergogna

«Ma di cosa sto parlando? che cosa sto dicendo?, ma pensa te, ma son davvero deficiente».

Foto di Erica Zabowski.Foto di Erica Zabowski.

Qualche giorno fa ho fatto un’intervista in una radio, alla fine mi hanno chiesto un aneddoto divertente che mi fosse capitato a una presentazione, e sembra strano, è una di quelle domande che dovrebbero ricorrere, il famoso aneddoto divertente, prima o poi viene chiesto a chiunque, a me non era mai stato chiesto, non sapevo che rispondere, e, nell’ansia di una risposta che riempisse l’etere, ho raccontato di quella volta che mi è capitato di presentare il mio libro subito dopo una presentazione di Renato Curcio, uno tra i fondatori delle BR, uno che sulla voce su Wikipedia ha come primo tratto distintivo «ex-terrorista», e quando l’ho conosciuto, Curcio mi ha chiesto di cosa parlasse il mio libro, Studio illegale, e io, ho raccontato in radio, ho detto che era un saggio sul sistema corrotto dei grandi studi legali, non è vero, è un libro tragicomico su un ragazzo che lavora tanto e poi si innamora, ma in radio ho raccontato che ho detto così per un po’ per vergogna di fronte a un uomo che nel bene o nel male aveva fatto la storia d’Italia.

Ecco, appena uscito dalla radio, pensavo: ma son deficiente?, ma che roba sono andato a raccontare?, e mi tornavano alla mente le parole «vergogna» e «nel bene o nel male», e mi sono immaginato un titolo di giornale: «Giovane scrittore prova vergogna di fronte a un terrorista», e nell’occhiello: «Giovane scrittore dichiara che le Brigate Rosse nel bene o nel male hanno fatto la storia», e pensavo: ma son deficiente?, e mi spiegavo tra me e me: io intendevo «vergogna» non rispetto a Curcio, ma rispetto al fatto di presentare un libro tragicomico su un ragazzo che lavora tanto e poi si innamora, quando poco prima si sono trattati temi molto più grandi e importanti e tragici, e intendevo «nel bene o nel male» proprio come un modo di dire classico, senza stare ad analizzare il bene e il male di un fenomeno tanto complesso, e pensavo: ma son deficiente?

Qualche giorno prima, ho registrato un breve frammento video in cui dovevo invitare i ragazzi a leggere, una cosa che mi è stata chiesta pochi secondi prima della registrazione, un invito interessante e divertente e leggero – così mi hanno chiesto di farlo – da pensare in un pugno di secondi con davanti una telecamera accesa, fatto sta che io me ne sono uscito dicendo che sono una persona normale, faccio cose normali, eppure credo che leggere sia la cosa più divertente, semplicemente, nulla di intellettuale, o ricercato, semplicemente un piacere, per tutti, e per rafforzare questa mia normalità che pensavo potesse essere vissuta come empatia da parte dei ragazzi, ho aggiunto una serie di fatti di normalità, andare al cinema, andare a cena, fare cilecca, e, quando ho finito la registrazione, e ho salutato tutti, e sono tornato a casa, pensavo: ma son deficiente?, ma cosa c’entrava quella cosa della cilecca?, cilecca poi, non era una cilecca, ma perché devo andare a dire una cosa del genere?

Così, dopo la faccenda della radio, ho cominciato a riconsiderare tutto ciò che mi è capitato di dire, presentazioni, interviste, articoli, e mi sono tornati alla mente tanti di quegli episodi in cui forse avrei fatto meglio a tacere, e mi sono ripromesso di essere più riflessivo, e mi sono imposto di stare attento, e ho considerato la mia immagine, e mi sono fatto presente le mie responsabilità, e a un certo punto mi sono anche detto: «c’è un ruolo pubblico», e lì mi sono fermato un attimo, un momento solo, e ho pensato: immagine?, responsabilità?, ruolo pubblico?, ma di cosa sto parlando? che cosa sto dicendo?, ma pensa te, ma son davvero deficiente.

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