Il corso di scrittura di Elena Varvello: terza puntata

Inizia la terza puntata del corso speciale di scrittura di Elena Varvello, autrice del romanzo «La luce perfetta del giorno» (Fandango). Elena tiene corsi e seminari di storytelling presso la Scuola Holden e il Circolo dei Lettori di Torino. E adesso, buona lettura.

Foto di Perspektivet Museum.Foto di Perspektivet Museum.

«La frustrazione è una compagna di viaggio indispensabile, che dovremmo ricordarci più spesso, o ricordarci tout court, di ringraziare».

La frustrazione (sto per inoltrarmi in un territorio complicato, un bosco fitto da cui alcuni si tengono cautamente a distanza, e di cui, in fondo, non si parla mai, o mai abbastanza, quando si parla di scrittura), be’, la frustrazione è una compagna di viaggio. Ve lo dicevo già l’ultima volta. Ve lo accennavo, insomma. Questa è per me, ormai, una verità inconfutabile. Un fatto, semplicemente. Le cose stanno così. Certo, è una compagna di viaggio per ciascuno di noi, qualsiasi cosa noi si stia provando a fare, in qualsiasi mestiere noi ci si stia cimentando, e chi non lo sa? Ma oggi vorrei parlarvi di un aspetto specifico della questione, un aspetto che riguarda tutti coloro che trascorrono ore seduti davanti allo schermo di un computer o davanti alla pagina bianca di un taccuino, con una penna in mano. Nessuno escluso, mi pare. Quindi, proviamo a prenderla in modo diverso.

Insomma, diciamola tutta, ho in mente di scrivere una breve, brevissima apologia della frustrazione come buona compagna di viaggio della scrittura. Una compagna di viaggio indispensabile, che dovremmo ricordarci più spesso, o ricordarci tout court, di ringraziare. Un territorio complicato, vi dicevo, perché – parliamoci chiaro – questa è una di quelle cose, uno di quegli stati d’animo, da cui vorremmo scappare, di cui, se solo potessimo, faremmo qualsiasi cosa per liberarci. Tendiamo a pensare che non sia affatto una buona compagna di viaggio, no, piuttosto un peso di cui sarebbe meglio disfarsi. Almeno, io l’ho sempre pensata così, prima d’imbattermi nella scrittura – o prima d’imbattermi nella scrittura in modo diverso.

Vi racconto un piccolo aneddoto. Molti, molti anni fa, studiavo canto (ho fatto anche questo). Dopo un po’, lasciai perdere tutto. A pensarci bene, credo di poter dire che smisi per due ragioni. La prima: ero terribilmente timida e ogni esibizione pubblica mi spaventava moltissimo; la seconda, e, mi sembra, la più rilevante: non reggevo la frustrazione. Sì, è così. Intendo dire che credevo che le cose dovessero essere semplici, credevo che sarei riuscita a raggiungere un buon risultato in fretta e senza fatica, senza lavorare duramente, perché, insomma, ero brava, no?, o almeno abbastanza brava, e così qualsiasi intoppo, qualsiasi passaggio su cui dovevo restare di più, su cui dovevo impegnarmi di più, mi sprofondava in un senso di frustrazione opprimente.

Risultato: la fuga. Abbandonai il campo, feci esattamente questo. Credo di poter dire, alla luce di ciò che mi è accaduto in seguito, che andò così perché doveva andare così – meglio così, almeno per me – ma vi assicuro che, negli anni successivi, ne soffrii, e parecchio. Un’occasione mancata. Ed ecco, guardatemi vent’anni più tardi, intenta a scrivere una, seppur breve, apologia della frustrazione – quel senso d’inutilità e di aspettative destinate a non realizzarsi – come buona compagna di viaggio della scrittura.

Come con Flannery O’Connor, però, devo ringraziare qualcuno. Un altro incontro, uno di quelli che cambiano radicalmente il tuo modo di guardare alle cose – laddove, per radicalmente non dovete pensare a una folgorazione improvvisa, quanto piuttosto a una sorta di smottamento, una specie d’infiltrazione.

Gustave Flaubert. Già, proprio lui. Non tanto l’autore di romanzi e racconti – come non ricordare i Tre racconti, e uno dei personaggi principali del libro, la domestica Felicité: se non l’avete mai letto, accettate questo consiglio – quanto piuttosto l’autore di un meraviglioso e struggente epistolario. Lettere, insomma, che, nel marasma che regna fra i miei libri e sui miei scaffali, devo aver imprestato a qualcuno (a proposito: se la persona a cui lo imprestai stesse per caso leggendo queste mie povere righe, per favore, mi faccia sapere che fine ha fatto il mio buon Flaubert, se gode di buona salute ed è amato quanto merita).

In una delle lettere, Flaubert raccontava d’aver passato tre giorni a riflettere su una virgola (sulla necessità d’usare o meno una virgola) e di non esserne venuto a capo. Di non esserne ancora venuto a capo. Tre giorni. Per una virgola. Conseguenza immediata di tutto ciò: un profondo senso di frustrazione e la messa in discussione del proprio talento. Reazione eccessiva, direte voi. Non so, forse. Gli scrittori sono strane creature. Posso solo dire che io lo capii, e, in qualche modo, imparai la lezione. Comunque, alla fine Flaubert prese una decisione, perché riuscì a concludere il libro a cui stava lavorando in quel periodo; devo quindi dedurne che risolse il problema. Pubblicò Madame Bovary un paio d’anni più tardi. Tempo ben speso, direi.

Non c’è giorno (non ne trascorre nemmeno uno, statene certi) che io non mi senta in parte o del tutto così: limitata, disillusa o intimamente delusa nel rileggere quel poco che ho scritto, per di più con grande fatica. Frustrata, appunto. Ma è che le cose buone non si raggiungono facilmente, ed è questo ciò che mi ha insegnato Flaubert. No, cara, mi ha detto, non funziona così. Devi impararlo, e impararlo il più in fretta possibile.

Devi imparare non solo ad accettare la cosa – perché comunque non potrai farci niente, non potrai mica farla sparire a comando – ma anche a vederla come una risorsa, una buona compagna di viaggio, appunto, dal momento che, se la saprai mettere a frutto, la frustrazione ti obbligherà a non dare niente per scontato, ti spingerà a stare sulle tue pagine tutto il tempo che sarà necessario (tre giorni per una virgola, ad esempio), a tornare indietro e, a volte, addirittura a buttar via ciò che hai fatto e a incominciare daccapo. Ti renderà umile, e questo va bene, è giusto così. È importante. Se non riuscirai ad accettarla, invece – e, in un certo senso, perfino ad amarla come una parte irrinunciabile del tuo lavoro – alla fine non potrai far altro che mollare, non potrai fare altro che lasciar perdere tutto. O scrivere cose che avresti potuto scrivere meglio. In entrambi i casi, un’altra occasione mancata.

Forse vi sembrerà che io mi stia tenendo alla larga da questioni che, all’apparenza, hanno più direttamente a che fare con la scrittura, questioni tecniche, come già vi dicevo. Ci arriveremo. È solo che mi sembrava importante partire da qui. Talento e tecnica, certo, ma soprattutto tenacia, dedizione, tempo e capacità di mettere a frutto la frustrazione.

Ecco perché ho pensato d’intitolare questa mia brevissima apologia Di cosa parliamo quando parliamo di frustrazione. Spero che Raymond Carver non se la prenda, ovunque lui sia. Come scrisse nel bellissimo racconto di cui mi sono permessa di storpiare il titolo: “Capite cosa vi sto dicendo?”.

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